Centro Italia, dove la rigenerazione cerca un equilibrio tra memoria e futuro

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Da Livorno ad Arezzo, passando per Terni e Perugia. Quattro città e quattro stadi differenti con una comune sfida: innovare senza cancellare l’identità, senza ripudiare la storia e mancare di rispetto al territorio.La rubrica Stadi che rigenerano prosegue il proprio viaggio tra i territori italiani, osservando come città e club stiano affrontando la sfida della trasformazione infrastrutturale.Se nel Nord Italia il racconto si è sviluppato attraverso casi spesso sostenuti da importanti capacità finanziarie, (leggersi Como) o da progetti di proprietà già consolidati, come il discorso Atalanta – Percassi, nel Centro emerge una traiettoria in parte differente, dove la rigenerazione sembra infatti passare più frequentemente dalla ricerca di un equilibrio tra conservazione e innovazione, tra tutela di patrimoni fortemente radicati nella memoria collettiva e necessità di adeguare gli impianti alle esigenze contemporanee, ridisegnando anche solo in parte rapporto stesso tra città e stadio.Non sono necessariamente storie di successo ma storie che raccontano come l’ideale non sempre si possa sposare con il reale e che questo presenti dei limiti insormontabili se non affrontati con l’approccio giusto.Livorno racconta come un’amministrazione pubblica possa scegliere di investire direttamente per accompagnare la rinascita di una società sportiva e preservare uno dei simboli cittadini più riconoscibili, seppur con dei limiti. A Terni invece, è andata in scena la rappresentazione del tentativo di costruire un ecosistema urbano più ampio, nel quale lo stadio dialogasse con funzioni sanitarie e servizi territoriali, pur all’interno di un percorso che resta ancora complesso e in evoluzione.Sempre in Umbria ma spostandosi nel capoluogo, a Perugia, si apprende di una strada diversa, che sta puntando sulla valorizzazione del Renato Curi e dell’area di Pian di Massiano piuttosto che sulla costruzione di un nuovo impianto.Arezzo, infine già raccontata della puntata introduttiva dall’architetto Carlo Antonio Fayer, continua a rappresentare uno dei laboratori più interessanti del panorama nazionale, primo progetto sviluppato integralmente all’interno del nuovo quadro normativo previsto dalla Legge Stadi.Le quattro storie scelte per raccontare il Centro Italia dimostrano chiaramente come il futuro dell’impiantistica italiana non dipenda esclusivamente dalla disponibilità di grandi capitali, ma anche dalla capacità di costruire percorsi coerenti con il territorio, con la storia delle comunità e con le esigenze delle generazioni che verranno.Livorno, quando la rigenerazione è una scelta pubblica Tra i casi osservati nel Centro Italia, quello di Livorno rappresenta probabilmente uno degli esempi più peculiari.Non soltanto per la storia del club, che dopo il fallimento del 2021 è stato costretto a ripartire dai dilettanti prima di riconquistare a suon di promozioni sul campo il professionismo, ma soprattutto per il ruolo assunto dall’amministrazione comunale nella salvaguardia e nel rilancio dello stadio Armando Picchi.La società amaranto costituisce una delle realtà storiche del calcio italiano e, la volontà di preservarne la lunga parabola sportiva è ed è stato il punto centrale delle attività dell’amministrazione locale.Oltre un secolo di vita, numerose partecipazioni alla Serie A e il punto più alto raggiunto nella stagione 2006-2007, culminata con la partecipazione alla Coppa UEFA: una storia che rischiava di interrompersi definitivamente con il fallimento societario e che invece, nel giro di pochi anni, ha trovato una nuova prospettiva sportiva.Il ritorno tra i professionisti ha però riportato al centro una questione nota a molte città italiane: quella dell’adeguamento degli impianti.Image credit: Gabriele Maltinti/Getty ImagesIn questo caso il protagonista non è stato un investitore privato né un progetto di rifacimento integrale, ma il Comune stesso, che ha scelto di intervenire direttamente stanziando risorse pubbliche per mantenere il Picchi agibile, sicuro e conforme agli standard richiesti.Tra gli interventi realizzati figurano il risanamento della tribuna, la riqualificazione della gradinata Piermario Morosini, il rifacimento dei seggiolini, l’adeguamento delle balaustre, la manutenzione delle strutture in calcestruzzo e il miglioramento dei servizi destinati al pubblico.Un percorso che, considerando anche gli interventi programmati successivamente, porterà l’investimento complessivo vicino ai 5 milioni di euro.Particolarmente significativa, in questo senso, è la riflessione proposta dal sindaco Luca Salvetti, che individua due possibili strade per il futuro degli stadi italiani: da una parte i grandi progetti sostenuti da investitori privati, capaci di acquisire e trasformare integralmente gli impianti; dall’altra l’azione progressiva delle amministrazioni locali, chiamate a preservare e migliorare il patrimonio esistente attraverso interventi graduali.E, va da sé anche con un certo orgoglio, che il primo cittadino ha scritto il nome della sua città, Livorno a chiare lettere in questa seconda categoria.E forse proprio per questo rappresenta un caso interessante per molte città di provincia italiane che difficilmente possono contare sull’arrivo di capitali privati in grado di sostenere operazioni da decine di milioni di euro. Il caso Livorno pone una domanda che riguarda decine di città italiane. Investire risorse pubbliche per mantenere in vita un impianto è certamente importante, soprattutto quando rappresenta un patrimonio identitario della comunità.Ma la manutenzione, per quanto necessaria, non coincide con la rigenerazione. È la differenza tra preservare un patrimonio e trasformarlo in un’infrastruttura capace di produrre valore.E proprio qui emerge il limite del modello livornese: senza una visione industriale e urbanistica, il rischio è che ogni investimento serva soltanto a rinviare il problema successivo.Il monito di Terni, e il tentativo di diventare ecosistema urbanoSe Livorno racconta il ruolo dell’intervento pubblico, Terni rappresentava invece una delle progettualità più ambiziose attualmente presenti nel panorama nazionale.Il nuovo Libero Liberati non nasceva infatti come semplice riqualificazione sportiva, ma come parte di un intervento più ampio che puntava a integrare funzioni differenti all’interno di un unico ecosistema urbano.Il progetto prevedeva la realizzazione di un impianto da circa 18 mila posti e un investimento stimato tra i 40 e i 45 milioni di euro, accompagnato dalla costruzione di una struttura sanitaria destinata a completare e valorizzare l’intero intervento.È proprio questo elemento a rendere (o aver reso) il caso ternano particolarmente interessante.L’idea che emergeva dalle intenzioni progettuali era quella di superare definitivamente il concetto tradizionale di stadio, immaginando invece un’infrastruttura capace di dialogare con bisogni differenti della comunità e di generare valore anche al di fuori dell’evento sportivo.Un approccio che assumeva un significato ancora più rilevante in un Paese caratterizzato da un progressivo invecchiamento della popolazione e da una crescente domanda di servizi sanitari e assistenziali.Al tempo stesso, però, il percorso ternano ha mostrato anche quanto possa essere complesso trasformare una visione in realtà.L’iter autorizzativo ha attraversato fasi articolate, coinvolgendo Comune, Regione, società proponente e numerosi soggetti istituzionali. A questo si sono aggiunti i frequenti cambi di proprietà che hanno interessato il club negli ultimi anni e non da ultimo il fallimento della Ternana Calcio e la possibile fusione Orvietana-Ternana Futsal. Un progetto sportivo che, per forza di cose ripartirà dalla Serie D mentre il futuro del Libero Liberati sarà, per i prossimi due anni, nelle mani della società Stadium S.p.A che ne curerà la manutenzione ordinaria dall’idraulica ai sistemi di sicurezza, passando per il rifacimento del manto erboso.Quella di Terni, è evidente, non può essere raccontata come un’esperienza di successo.Il progetto ternano aveva tutti gli elementi che oggi caratterizzano la nuova generazione degli stadi: multifunzionalità, integrazione urbana, servizi sanitari, investimenti privati e una visione che andava ben oltre il calcio.Eppure proprio Terni dimostra come nessuna qualità progettuale possa compensare la fragilità del contesto nel quale quella progettualità si sviluppa. Le difficoltà societarie della Ternana, i continui cambi di proprietà, il fallimento del club e il conseguente blocco dell’intero percorso hanno riportato il dibattito al punto di partenza: è il promemoria più severo per chi immagina che basti presentare un rendering o un masterplan per avviare una trasformazione urbana.La rigenerazione comincia dalla credibilità del soggetto che la propone, dalla stabilità economica dell’investimento e dalla capacità di costruire un’alleanza duratura tra amministrazione, impresa e territorio.Venuto meno anche solo uno di questi elementi, anche il progetto migliore rischia di naufragare.Stadi che rigeneranoLo stadio dimenticato: quando il patrimonio pubblico può tornare a generare valoreIn Italia decine di stadi vivono una condizione di sottoutilizzo strutturale: impianti centrali per posizione e identità cittadina, ma utilizzati quasi esclusivamente nei giorni partita. La vera sfida dell’impiantistica è trasformare lo stadio in uno spazio aperto alla comunità, capace di produrre servizi, economia e rigenerazione urbana.Perugia, la via della modernizzazione senza rotturaTra tutte le esperienze osservate nel Centro Italia, quella di Perugia è forse la più rappresentativa di una scelta precisa: innovare senza cancellare.Negli ultimi anni si è discusso a lungo della possibilità di sostituire il Renato Curi con una struttura completamente nuova ma, dopo lunghe stagioni di discussione e confronto tra i vari soggetti seduti al tavolo, la direzione intrapresa dalle istituzioni cittadine è stata diversa.La scelta è stata quella di investire sull’impianto esistente e, soprattutto, sul contesto urbano nel quale esso è inserito, l’area di Pian di Massiano che costituisce molto più di una semplice sede sportiva.Oltre allo stadio sono presenti strutture dedicate ad altre discipline, tra le quali spicca il PalaBarton che ospita i campioni in carica del Mondo, d’Europa e d’Italia della Sir Safety Umbria Volley Perugia. Sono presenti anche aree verdi, parcheggi, servizi, il percorso del minimetrò e spazi utilizzati per manifestazioni ed eventi pubblici.Una vera e propria cittadella dello sport e del tempo libero che, pur essendo bisognosa di un sostanziale ammodernamento, rappresenta da anni uno dei principali poli urbani della città.Il progetto di riqualificazione del Renato Curi, sostenuto attraverso finanziamenti ottenuti tramite l’Istituto per il Credito Sportivo, si sviluppa proprio all’interno di questa logica.Gli interventi prevedono la copertura della curva nord, il rifacimento della gradinata est, la riqualificazione della curva sud, il miglioramento dei servizi, l’adeguamento degli accessi e una serie di opere finalizzate a garantire sicurezza, accessibilità e conformità agli standard federali.Particolarmente interessante è il fatto che le nuove coperture siano state progettate prevedendo la possibilità di ospitare in futuro impianti fotovoltaici: un segnale non banale che racconta come, pur non disponendo in questa fase delle risorse economiche per dotarsene, sia comunque possibile avere attenzione e lungimiranza verso la sostenibilità energetica.Image credit: Giuseppe Bellini/Getty ImagesLa strada intrapresa da Perugia punta a valorizzare ciò che già esiste, preservando una funzione urbana consolidata e mantenendo intatta la vocazione sportiva di un’area che continua a rappresentare uno dei principali punti di aggregazione della città. Questa scelta ha un pregio evidente: evita di inseguire l’idea, spesso irrealistica, del nuovo stadio come soluzione universale ma, al tempo stesso, racconta anche i limiti con cui molte amministrazioni italiane continuano a confrontarsi, ovvero il preservare un equilibrio economico finanziario che non consente interventi più radicali.Il Renato Curi continuerà a svolgere prevalentemente la funzione per la quale era stato concepito quasi cinquant’anni fa: ospitare le partite del Perugia. Manca, almeno per ora, quella trasformazione funzionale capace di generare nuove economie, attrarre investimenti privati e rendere lo stadio un’infrastruttura vissuta quotidianamente dalla città.Arezzo, e l’onere di essere il laboratorio della nuova generazione di stadi La storia di Arezzo è quella di un impianto che continua – e continuerà – a occupare una posizione particolare all’interno del dibattito nazionale.Il progetto del nuovo Città di Arezzo, del quale abbiamo parlato nella lunga intervista all’architetto Fayer e sul quale torneremo con una puntata dedicata, rappresenta infatti il primo esempio italiano sviluppato integralmente secondo il nuovo quadro normativo introdotto dalla Legge Stadi.Un elemento che da solo sarebbe sufficiente a renderlo un caso di studio.A questo si aggiungono però altri aspetti che ne rafforzano l’interesse: il coinvolgimento di una squadra multidisciplinare guidata per l’appunto da Fayer, la collaborazione reale e proficua tra amministrazione comunale, società sportiva e tra i vari soggetti coinvolti, il percorso di confronto sviluppato con tifosi e cittadini e la volontà di trasformare l’impianto in una struttura aperta durante tutto l’arco dell’anno.Il nuovo stadio da circa 13 mila posti, completamente coperto e conforme agli standard UEFA, che sarà accompagnato da servizi, attività commerciali, spazi destinati alla comunità, percorsi ciclopedonali e aree pubbliche pensate per integrarsi con la vita quotidiana della città.Non è azzardato quindi definire Arezzo come il laboratorio che consente di osservare, in tempo reale, quella che può essere considerata la prima pagina della nuova stagione dell’impiantistica italiana che sta cercando di tradurre in pratica concetti come multifunzionalità, sostenibilità e partecipazione.Stadi Centro Italia tra memoria e futuro: la ricerca di un nuovo equilibrioOsservate nel loro insieme, le esperienze di Livorno, Terni, Perugia e Arezzo restituiscono l’immagine di un territorio che sta affrontando la trasformazione degli stadi attraverso percorsi differenti ma accomunati da una medesima esigenza.Trovare un equilibrio.Tra memoria e innovazione.Tra sostenibilità economica e valore sociale.Tra esigenze sportive e funzioni urbane.A differenza di altri contesti nei quali la disponibilità di capitale privato ha rappresentato il principale motore del cambiamento, nel Centro Italia emerge con maggiore evidenza il ruolo delle amministrazioni, della pianificazione territoriale e della valorizzazione dell’esistente.Non significa che gli investimenti privati siano assenti o che i modelli osservati siano alternativi rispetto a quelli già analizzati in altre aree del Paese.Piuttosto, significa che la rigenerazione assume forme differenti, adattandosi alle caratteristiche dei territori e alle risorse disponibili.Livorno mostra il peso dell’iniziativa pubblica, quello di Terni è stato – e magari sarà – il tentativo ambizioso di costruire un ecosistema integrato con una funzione pubblica di primaria importanza, come un presidio sanitario, ma al momento rimane iscritto nel libro dei sogniPerugia sceglie la strada della modernizzazione senza rottura né accrescimento di funzioni, mentre Arezzo fa da apripista sperimentando una nuova generazione di processi e strumenti normativi.Quattro traiettorie differenti che, pur partendo da presupposti diversi, sembrano convergere verso una stessa consapevolezza: il futuro dello stadio italiano che vuole andare oltre la semplice capacità di ospitare l’evento sportivo, può essere raggiunto anche intraprendendo percorsi economicamente meno onerosi ma improntanti su un dialogo coerente con comunità, territorio e tradizione.Certo, se il Nord ha mostrato come i grandi investimenti possano accelerare la trasformazione degli impianti, il Centro Italia insegna anche che il vero nodo è un altro: la qualità del processo.Le esperienze raccontate in questa puntata dimostrano che la rigenerazione urbana non nasce dai rendering, ma dalla capacità di mettere attorno allo stesso tavolo istituzioni, club, progettisti e comunità.È questa, prima ancora dell’architettura, la partita che gli stadi italiani sono chiamati a vincere.