America Latina: neoliberismo e sicurezza come paradigma di governo

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di Mauro Morbello * –Nel mese di giugno si sono svolte in Perù e Colombia le elezioni presidenziali destinate a definire l’indirizzo politico dei due Paesi nei prossimi anni. Nel caso del Perù, pur se contestati per presunte irregolarità legate soprattutto al voto dei residenti all’estero, i risultati appaiono ormai sostanzialmente definitivi. In Colombia, al momento, si tratta invece di dati preliminari non ancora ufficiali. In entrambi i casi avrebbero comunque prevalso, con margini estremamente ridotti, gli schieramenti di destra nei confronti delle sinistre, evidenziando un quadro di società profondamente polarizzate, divise quasi perfettamente in due blocchi contrapposti e attraversate da fratture sociali, economiche e ideologiche molto profonde.In Perù, con un margine strettissimo di appena lo 0,24%, appare ormai confermata la vittoria di Keiko Fujimori, figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori, che governò il Paese in maniera autoritaria negli anni Novanta e fu successivamente condannato per gravi violazioni dei diritti umani e corruzione. Pur non essendo in precedenza mai riuscita a conquistare la presidenza, negli ultimi vent’anni Keiko Fujimori è stata una delle figure più influenti, controverse e divisive della politica peruviana. Coinvolta in varie indagini per finanziamenti illeciti e riciclaggio, attraverso il suo partito, Fuerza Popular, ha esercitato un potere di fatto sulla politica nazionale capace di condizionare l’azione dei governi e contribuire a erodere gli equilibri istituzionali del Paese. La sua vittoria attuale è maturata al termine di una competizione estremamente polarizzata contro Roberto Sánchez, candidato della sinistra, sostenuto prevalentemente dalla popolazione rurale andina e dalle comunità indigene lasciate storicamente ai margini dell’integrazione economica e della rappresentanza politica.In Colombia, secondo i risultati preliminari avrebbe vinto Abelardo de la Espriella, leader del movimento Defensores de la Patria, avvocato noto per aver difeso nel corso della sua carriera esponenti di gruppi paramilitari e figure legate a gravi vicende criminali, con un programma di destra radicale ultraliberista caratterizzato da una forte enfasi sulla sicurezza. Con un margine di appena un punto percentuale è riuscito a sconfiggere il candidato della sinistra Iván Cepeda, filosofo, parlamentare e storico difensore dei diritti umani. In entrambi i casi, oltre a condividere una visione favorevole al modello neoliberista, sia Fujimori che de la Espriella pongono la sicurezza al centro della propria agenda politica, sostenendo un rafforzamento delle capacità coercitive dello Stato, un maggiore protagonismo delle forze armate e una strategia di contrasto frontale alle organizzazioni criminali. Se, come indicano i risultati ad oggi disponibili, Fujimori e de la Espriella dovessero assumere la presidenza nelle prossime settimane, si mostrerebbero certamente pronti ad allinearsi alla recente strategia promossa dall’amministrazione Trump per l’emisfero occidentale, che ha come principale strumento operativo il cosiddetto “Scudo delle Americhe”. Si tratta di una coalizione che riunisce già vari Paesi latinoamericani con governi di destra e destra radicale allineati alle politiche di Washington, formalmente orientata al contrasto del narcotraffico, reti criminali transnazionali e migrazione irregolare. Una impostazione che in realtà mimetizza l’obiettivo di ricomporre un ordine emisferico sotto guida statunitense, in cui sicurezza, cooperazione militare, controllo delle infrastrutture strategiche e contenimento dell’influenza cinese risultano integrati in un’unica architettura di potere.In questo quadro, la retorica della sicurezza e il contrasto ai gruppi criminali assume un ruolo centrale, poiché la qualifica delle reti di narcotraffico considerate come minaccia armata consente di spostare il problema dal piano della cooperazione politico-giudiziaria a quello securitario, aprendo la strada a un coinvolgimento degli apparati militari dei Paesi aderenti all’iniziativa in un’alleanza strategica ed operativa con gli Stati Uniti. Questa impostazione delinea la costruzione di un sistema gerarchico di alleati e non alleati di Washington, che evidenzia una dinamica volta a frammentare il subcontinente. Il rischio, infatti, è quello di produrre una linea di rottura sempre più netta all’interno dell’America Latina. Da un lato, i Paesi che aderiscono alla coalizione dello “Scudo delle Americhe” vengono inseriti in un circuito privilegiato di cooperazione, accesso a sostegno politico, coordinamento e canali preferenziali di finanziamento e supporto militare statunitensi. Dall’altro, i governi che rifiutano l’allineamento rischiano di essere progressivamente marginalizzati, esposti a pressioni diplomatiche, ritorsioni o sanzioni.Da questo scenario emergono tre valutazioni principali. La prima riguarda il futuro di due importanti Paesi latinoamericani attualmente esclusi dal processo di convergenza promosso dal governo nordamericano: Messico e Brasile, entrambi guidati da governi di sinistra. Nel caso del Messico, la situazione appare complessa e per molti aspetti contraddittoria, a causa della stretta interdipendenza economica e dei flussi migratori con gli Stati Uniti. Maggiore rilevanza assume invece il Brasile, che da solo rappresenta circa il 47% del territorio, il 30% della popolazione e il 35% del PIL dell’America Latina. Il Paese si avvia a una nuova fase elettorale che vede contrapposto il presidente di sinistra in carica Lula e il candidato di estrema destra Flavio Bolsonaro, figlio ed erede politico dell’ex presidente Jair Bolsonaro, condannato a 27 anni di carcere per tentato colpo di stato e cospirazione. I sondaggi indicano al momento Lula in leggero vantaggio rispetto all’avversario ma la situazione nei prossimi mesi rischia di essere volatile. L’esito del voto sarà dunque decisivo per il futuro posizionamento del Brasile e quindi del futuro equilibrio geopolitico latinoamericano. Un secondo interrogativo riguarda la posizione della Cina. Finora Pechino ha mantenuto un approccio prudente, presentando i propri rapporti con l’America Latina come relazioni essenzialmente economiche e commerciali. Tale impostazione non esclude tuttavia la possibilità di una risposta più assertiva qualora la coalizione a guida statunitense dovesse arrivare a una dimensione critica ed evolvere in una pratica che dovesse ledere in maniera inaccettabile gli interessi cinesi nella regione.Infine, un terzo elemento da considerare riguarda le possibili reazioni delle società latinoamericane alla nuova fase di radicale restaurazione neoliberale. Un primo segnale in questa direzione proviene dalla Bolivia, dove da settimane è in corso una vasta mobilitazione popolare promossa da sindacati, organizzazioni contadine e movimenti indigeni. Attraverso scioperi, manifestazioni e blocchi stradali che hanno interessato ampie aree del Paese, i manifestanti contestano le conseguenze sociali delle misure economiche adottate dal governo di centro-destra insediatosi recentemente, accusato di voler scaricare i costi della crisi sui settori più vulnerabili. In questo contesto, non è improbabile che dinamiche analoghe possano presto svilupparsi in Perù e Colombia, ma anche in altre aree dell’America Latina. L’ampio consenso raccolto dalle forze progressiste nelle recenti tornate elettorali, testimonia infatti la presenza di significativi settori sociali critici nei confronti delle politiche di liberalizzazione economica, deregolamentazione e riduzione dell’intervento pubblico. Qualora, come è molto probabile, i nuovi governi di destra dovessero radicalizzare riforme strutturali simili a quelle attualmente promosse in Bolivia, è plausibile attendersi l’emergere di nuove mobilitazioni sociali e un crescente conflitto politico in vari altri Paesi della regione.* Dopo oltre trent’anni di esperienza come cooperante, oggi si occupa di analisi e divulgazione di temi internazionali e geopolitici, con particolare attenzione all’America Latina e alle dinamiche sociali, economiche e politiche della regione. Ha pubblicato Il cammino di un cooperante, un libro autobiografico nel quale ricostruisce le esperienze di vita e di lavoro maturate in diversi Paesi di Africa e America Latina.