Quanto siano dannosi gli smartphone per lo sviluppo cognitivo ed emotivo dei più piccoli è un tema su cui la comunità scientifica si confronta da anni.Il dato di partenza, del resto, racconta da solo l’urgenza del tema: i bambini italiani entrano in contatto con uno smartphone sempre più precocemente, spesso ricevendolo come regalo per la prima comunione o per un compleanno tra gli otto e i dieci anni, quando le competenze necessarie a gestire in autonomia uno strumento di quel genere sono ancora lontane dall’essere maturate. È un terreno su cui la pediatria, la neuropsichiatria infantile e oggi anche il legislatore stanno cercando, con strumenti diversi, di intervenire.Il primo problema spiegato dalla Dott.ssa Adelia Lucattini ai microfoni di Giorgio Bianchi riguarda un aspetto che sembra marginale e che invece, dal punto di vista dello sviluppo neuropsicologico, non lo è affatto: l’uso prevalente del pollice nell’interazione con lo smartphone. Per sviluppare correttamente il pensiero, ricorda la psichiatra, è necessario l’utilizzo di tutta la mano, non di un solo dito.A questo si aggiunge un secondo elemento, legato alla luminosità degli schermi: una frequenza luminosa che, sostiene Lucattini, non danneggia il cervello in senso strutturale — una risonanza magnetica non mostrerebbe alterazioni — ma ne compromette il funzionamento. La capacità di pensiero libero e creativo ne risulterebbe limitata, e i più piccoli diventerebbero passivi rispetto ai contenuti che consumano, illusi di interagire con qualcosa che in realtà è solo un dispositivo elettronico, anche quando dall’altra parte dello schermo sembra esserci un volto umano, come accade con gli influencer.Quando il personaggio del cartone diventa più reale degli adultiIl punto più delicato che passa spesso sotto traccia riguarda la difficoltà dei bambini più piccoli a distinguere i contenuti digitali dalla realtà. Capita, racconta la psichiatra, che alcuni pazienti in età infantile chiedano dove vadano a dormire i personaggi dei cartoni animati che seguono ogni giorno, come se fossero esseri reali con un’esistenza al di fuori dello schermo. Non si tratta di episodi isolati, ma del sintomo di un più ampio scollamento dalla realtà, che si consolida quando l’affetto dei bambini si concentra su figure che semplicemente non esistono. Questo, secondo Lucattini, rallenta la crescita psicologica, perché la maturazione emotiva ha bisogno del confronto con altri esseri umani reali, non con contenuti costruiti a tavolino.Un effetto collaterale meno discusso, ma altrettanto concreto, riguarda lo sviluppo del linguaggio: alcuni bambini esposti precocemente a cartoni animati in lingue diverse dall’italiano imparano la lingua del cartone prima o al posto dell’italiano. Arrivano all’osservazione clinica perché i genitori temono un disturbo del linguaggio, e invece si scopre che il bambino parla correttamente un’altra lingua — quella del contenuto che guarda per ore — accompagnata però da disturbi del comportamento: difficoltà a dormire, irrequietezza, pianto, problemi di gestione in ambito scolastico.Gli stessi circuiti cerebrali della cocainaIl punto scientificamente più rilevante della discussione riguarda il collegamento tra uso di smartphone e ansia, un nesso che secondo Lucattini è diretto: non esistendo una relazione vera con ciò che si consuma sullo schermo, si genera una dipendenza che spinge alla ricerca continua di una risposta — una notifica, un contenuto nuovo, un’interazione — alimentando proprio quello stato ansioso.A rafforzare questa lettura, nel corso della conversazione è stato richiamato un articolo della professoressa Stefania Vicari, secondo cui l’uso compulsivo dei dispositivi attiverebbe centri neurologici paragonabili a quelli coinvolti nella dipendenza da cocaina — un parallelismo che sarebbe confermato anche da ricerche condotte con risonanza magnetica, in grado di mostrare l’attivazione delle medesime aree cerebrali coinvolte nelle dipendenze da sostanze.A questo si aggiunge un argomento di carattere più strutturale: i contenuti digitali pensati per i più giovani sarebbero progettati secondo logiche simili a quelle del cibo ultra-processato. Così come gli esaltatori di sapidità rendono i cibi industriali più appetibili di quelli naturali, anche i contenuti video per ragazzi vengono montati con ritmi frenetici, senza pause nella narrazione, proprio per mantenere costante l’attenzione e impedire l’abbandono dello schermo. Nel corso della discussione è stato anche ricordato un caso giudiziario negli Stati Uniti in cui una minore sarebbe stata risarcita da alcune grandi piattaforme tecnologiche, dopo il riconoscimento che i contenuti erano stati progettati intenzionalmente per generare dipendenza — una circostanza che, se confermata nei dettagli, apre interrogativi non banali sulla responsabilità delle aziende che producono questi contenuti.Dalla dipendenza “semplice” alla dipendenza patologicaLucattini introduce però una distinzione importante, che evita di appiattire il problema su un’unica categoria. Esiste una dipendenza generale, quella più comune, in cui il bambino o l’adolescente si affeziona al dispositivo e ai contenuti, vuole tenerlo acceso anche di notte, fatica a separarsene. Da questa forma, sostiene la psichiatra, si può tornare indietro: l’intervento educativo dei genitori, unito a un’alternativa concreta e attraente — sport, amicizie, attività organizzate — riduce sensibilmente l’uso del dispositivo.Diverso è il discorso per le forme di dipendenza patologica, osservabili con strumenti di neuroimaging come la PET, che mostrano l’attivazione delle stesse aree cerebrali coinvolte nelle dipendenze da sostanze. Lucattini stima che riguardino circa il 3-4% degli adolescenti che usano smartphone, una percentuale che può apparire contenuta ma che, applicata ai milioni di ragazzi che oggi possiedono un dispositivo, si traduce in un numero assoluto di casi molto elevato. In questi casi, quando il dispositivo viene sottratto improvvisamente, i giovani manifesterebbero sintomi di astinenza assimilabili a quelli da sostanze d’abuso: disturbi fisici, crisi di aggressività, comportamenti che la psichiatra definisce “pantoclastici”, caratterizzati da una perdita di controllo che può portare a distruggere oggetti circostanti. Si tratta di pazienti, racconta Lucattini, che è stata costretta a indirizzare verso centri specializzati nelle dipendenze, dove il percorso terapeutico prevede psicoterapia e, nei casi più gravi, un supporto farmacologico.Le conseguenze di questo fenomeno, secondo l’analisi della psichiatra, non si limitano alla sfera individuale. C’è un costo sociale che riguarda le famiglie, costrette a gestire percorsi di cura complessi, e i sistemi sanitari nazionali, chiamati a sostenere economicamente le terapie. C’è poi un costo personale per gli adolescenti coinvolti, che spesso accumulano ritardi nello studio e nelle relazioni sociali mentre affrontano il percorso terapeutico, e che una volta guariti devono anche elaborare il senso di colpa per essersi, a loro percezione, causati la dipendenza da soli. Per questo è fondamentale che gli adolescenti vengano correttamente informati e al tempo stesso deresponsabilizzati: gli strumenti digitali sono progettati prima per creare abitudine e poi dipendenza, e questo meccanismo non dipende da una mancanza di volontà del singolo ragazzo.The post Come puoi danneggiare il cervello di tuo figlio dandogli in mano uno smartphone appeared first on Radio Radio.