Mar, 23 Giu 2026«È complicato competere con i grandi fondi arabi, ma questa difficoltà c’è sempre stata, una volta era la Juve ad avere più mezzi. Per questo è stato creato il Fair Play Finanziario».DiRedazioneCondividi l'articoloMichel Platini (Foto: Nicolò Campo/Insidefoto)Michel Platini è da sempre un grande osservatore di quello che succede in casa Juventus. E un sostenitore convinto della famiglia Agnelli e quindi molto soddisfatto del secco no di John Elkann all’indirizzo di Tether e della sua offerta per le azioni di Exor, la holding che controlla il club bianconero e tutte le società in cui la famiglia Agnelli-Elkann ha investito.«Quando penso alla Juve penso a tre cose – ha esordito Platini a La Stampa a margine di un evento benefico –. A tutti i tifosi che mi vogliono bene e che oggi sono un po’ delusi. All’impegno storico della famiglia Agnelli. E ai grandi momenti che ho vissuto con i miei compagni. La Juve è la famiglia Agnelli, nessuno deve toccarla finché vivo. È complicato competere con i grandi fondi arabi, ma questa difficoltà c’è sempre stata, una volta era la Juve ad avere più mezzi. Per questo è stato creato il Fair Play Finanziario, per vivere con i soldi che si generano e non con soldi che non si hanno. La legge Bosman ha rovinato il calcio e favorito solo i ricchi, pure le multiproprietà non mi piacciono per niente. La strategia giusta è solo una, vincere le partite. Se avesse battuto la Fiorentina oggi si parlerebbe di una buona stagione. In generale il calcio è fatto di cicli, guardate l’Inter dov’era qualche anno fa, anche la Juve tornerà. Non potevamo sempre vincere, ora lasciamo vincere un po’ le altre. Non troppo, ma un po’…»Un amore senza fine per i colori bianconeri, ma un ritorno nel club, questa volta da dirigente, è da escludere: «No, non tornerò alla Juve e in nessun altro club o grande organizzazione come UEFA e FIFA. Ho dei progetti, ma da consulente, se avessi cinquant’anni sarebbe diverso. L’altro nome che sognano i tifosi juventini è Del Piero? Magnifico! Ma in realtà non lo conosco abbastanza, decide John e sa lui cosa fare».Sulla denuncia nei confronti del presidente della FIFA Gianni Infantino per calunnia e traffico di influenze: «Lo denuncio da più di dieci anni, ora lasciamo tutto alla giustizia».Sul momento del calcio italiano: «Bisogna ripartire da zero. Si deve fare quello che abbiamo fatto più volte in Francia. Il governo deve scendere in campo, facendo un reale bilancio della situazione per trovare soluzioni nuove e sviluppare il movimento, quello che serve è creare di nuovo buoni giocatori. Bisogna fare gli stati generali del calcio: da lì possono uscire le idee giuste. Non è possibile saltare tre Mondiali di fila. Il giorno in cui il calcio italiano ripartirà, lo farà anche la Juve. Le grandi nazionali italiane si sono basate su blocchi juventini». Un ricordo su Gianluca Vialli: «Una bella persona, un esempio la fierezza con cui ha lottato contro la malattia».Poi, una battuta sui Mondiali: «Finora ho visto pochissimo, lo seguirò meglio a partire dai sedicesimi di finale, gli orari non sono il massimo per un vecchietto come me. Già io avevo in mente qualcosa per aumentare il numero di partecipanti di Africa o Asia, il calcio si è evoluto e pure a livello politico era inevitabile. O si riducevano le europee o si aumentava il numero di squadre. Il principio è giusto, aprire il Mondiale a tutto il mondo. La favorita? La Francia, sono sicuro. Sulla carta è così. Però si gioca sul campo e alla fine conta solo chi vince l’ultima partita». Il caso Mbappé, che comunque sta trascinando la formazione di Deschamps: «Chiunque ha sempre il diritto di dire ciò che pensa. Ma quando indossi la maglia della nazionale e magari pure la fascia di capitano non dovresti parlare di politica, perché non rappresenti solo te stesso col tuo pensiero ma tutto un popolo. Secondo me Mbappé poteva dire le stesse cose a Madrid, non quando si trova con la Francia. La colpa è della Federazione, dovrebbe imporsi e vietare ai giocatori di parlare di politica».Da ex numero 10, Platini fa il confronto con un altro grandissimo numero 10 passato dall’Italia nei suoi anni alla Juventus: Maradona. «La percezione comune posiziona Diego più in alto di me? Forse perché ha fatto due sport, sia calcio che basket (ride riferendosi al gol di mano contro l’Inghilterra nei Mondiali 1986, ndr). Comunque non mi dispiace questa cosa. Diego era un personaggio molto atipico, faceva notizia, io ero una persona più normale, però so che chiunque abbia giocato con lui gli ha sempre voluto bene. Quelli erano tempi meravigliosi per l’Italia, tutti i più grandi erano qui». I Mondiali 1986 sono anche un rimpianto per Platini e la Francia: «Eravamo i più forti, nemmeno Beckenbauer ha capito come abbia fatto la Germania a batterci in semifinale. È che a giugno o luglio le energie finiscono se giochi sempre. A meno che non si abbia la fortuna di Maradona che ha potuto prepararsi tre mesi in Argentina per il Mondiale… Fece bene, complimenti a lui».Platini conclude poi parlando dei 10 moderni, partendo da quello della Juventus: «Yildiz ha grandi doti, fa parte di quella categoria di giocatori che ritroviamo anche con Olise e Yamal, partono dalla fascia, i numeri 10 di oggi erano i nostri numeri 11. La mia era una Juve trapattoniana, ero costretto a correre 80 metri per fare gol. Se ripenso a Messi, invece, vedevo che gli bastava fare 20 metri. Per me era più complicato, anche per quello ho smesso a 32 anni, avevo finito la benzina, poi avevo vissuto tante cose tra cui l’Heysel e mi sono fermato. Cristiano Ronaldo? Per lui è diverso, ha un grande fisico, ha tutto nella sua testa e può continuare a giocare finché ritiene sia giusto».Developed by 3x1010