Non sono i gay, è il Pride che ci fa schifo

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La segretaria piddina, La Lella Schlein di ottima famiglia svizzera, che non perde occasione per ricordare a tutti quando sia omosessuale, è in piena campagna elettorale. Prima lamenta fantasiose discriminazioni attribuite alla sua consistenza lesbo, poi si fa vedere al gay pride dove canta un inno del settore, “Maledetta Primavera” e assiste imperturbabile alla performance di un alieno mascherato come di convenienza che sbraita su Salvini che “faceva i pompini alle mie amiche nei cessi chimici” e anche questa non è provocazione, non è volgarità da pride ma, a volerla vedere come va vista, è campagna elettorale al modo che usa nel giro piddino dove si percepiscono sempre ciò che non sono, particolarmente seri, colti, decenti. A far coro alla Lella con i comprimari anche qualche cantante che a pendolo si riscopre fluida a seconda della carriera altalenante, delle attenzioni calanti. Come diceva Oscar Wilde, che se intendeva: bene o male non importa ma se non parlano di me sono finito.Qui va cancellato una volta per sempre un equivoco che poi è un ricatto: dir male del “pride” sarebbe dire male degli omosessuali, sarebbe omofobia. Vecchio trucco da guitti che non regge da almeno cinquanta anni: la società allargata e permissiva di matrice consumistica non distingue più in ragione delle attitudini, ha sdoganato ogni genere di sessualità per quanto improbabile, il giro degli affari è colossale, in Italia si punta a introdurre leggi per incrementarlo fino al traffico di feti, di uteri, di neonato, “non è mai per soldi: è sempre per soldi”, c’è un giro propagandistico mostruoso volto ad insinuare dubbi percettivi già ai bambini di quattro, cinque anni, la dinsvoltura, l’incertezza opportunistica sono premiate con le quote fluide; ma come può un partito ricco di soldi, di proprietà immobiliari ma in crisi di credibilità e di militanti rinunciare al vittimismo strategico? La segretaria Lella intraprende la campagna elettorale anticipata al pride sapendolo ultima spes, zoccolo duro dei fanatici e dei carrieristi in forma di alieni. Ma questo pride, questo orgoglio non si sa di che, non ha più ragione d’essere nei suoi presupposti così come non ce l’ha il profluvio di leggi personalizzate ma di sapore totalitario pretese dalla segretaria tra cui quella contro l’omotranslesbofobia. E che altro?Nessuno è “fobico” contro i gay, tutt’altro, essi godono se mai di considerazione a volte preconcetta e di conseguenza di privilegi sociali e legali; mentre dovrebbe essere doverosa l’insofferenza verso i carrozzoni violenti che hanno finito per stufare anche gli omosessuali. La pagliacciata del trans che accusa Salvini di pratiche turpi nei cessi è stata criticata dai gay, tra di loro anche alcuni presenti, “Non ci fa un buon servizio, non serve a niente”; ha suscitato fastidio non tanto per la volgarità parossistica quanto per l’evidente carattere strumentale in forma oscena, sbracata. Queste carnevalate sono tutte nel giro propagandistico del PD e come tali si arrogano ogni diritto in ogni eccesso: se no è “fobia”. La legge contro l’omicidio, l’omotransfolesbocidio? Perché la sora Lella non ricorda il cadavere ancora fresco dell’interprete di lusso macellato da due marchettari marocchini, uno minorenne, adescati con una app di appuntamenti? Perché sarebbe il cortocircuito di tutte le istanze piddine, la conferma che l’integrazione etnica e sessuale finisce in lago di sangue: i due maranza hanno spappolato il cranio al bianco ricco che se li comperava per una sera.Come mai nessuno si scomoda neppure ad una riflessione sui militanti lgbtq+++, dove il segno aritmetico sta a significare una dilatazione a infinito della lobby, responsabili di atrocità sui bambini comperati? Dobbiamo ripeterci a breve termine, ma visto che si ha cura di dimenticare, di omettere: per limitarci alle ultime atrocità, Gli orchi James Varley, ex maestro di scuola, non a caso, e John McGowan-Fazakerley erano famigerati o famosi nella loro “comunità” come lo erano i “mariti” americani William e Zachary Zulock,attivisti della loro Lgbt+, condannati a un secolo di galera cadauno per aver sodomizzato i loro bambini quando avevano appena tre e cinque anni, come lo era la coppia lesbo di Muskogee, Oklahoma, Rachel Stevens, 28 anni, e Kayla Jones, 25, che usavano prendere a martellate, a frustate e a cinghiate i “figli”, provocando a Rachel, 5 anni, colpi apoplettici e convulsioni.Questo è normale? Denunciarlo, ricordarlo, è “fobico”? Non dovrebbe un movimento serio, responsabile interrogarsi su una casistica sconfinata che lo scredita a rischio di renderlo orrorifico? No, non lo fanno, non gli interessa, chiudono il discorso col vittimismo, col benaltrismo, l’unica cosa che preme è la provocazione militante, elettorale che sta dietro a spettacoli ai quali siamo ormai avvezzi, e non dovremmo per decenza, per natura, come quelli dei travestiti a quattro zampe che si frustano, si leccano alla presenza dei bambini portati da madri non si sa se più imbecilli o complici: “Così imparano a scegliere”. A scegliere che cosa? A 3 anni?Spettacoli che se la legge fosse davvero uguale per tutti, finirebbero puntualmente con pesantissime conseguenze, come accade in Russia. Ma i pride all’italiana sono quella curiosa faccenda europea, cioè ad alto tasso di ipocrisia nell’impunità, per cui se uno urla che Salvini fa i pompini nei cessi suscita un’ovazione, se un altro mette sul balcone uno striscione polemico “viva la figa” gli arrivano i carabinieri. Così come gli islamici, gli omosessuali militanti sono suscettibili e lo Stato che secondo Mattarella “appartiene a tutti” non fa sconti. I pride sono tutto ciò di cui non si avverte motivo, tutto ciò che ci siamo abituati ad assorbire e non dovremmo, compreso l’assurdo, allucinante, ma elettoralmente strategico collegamento col mondo islamico che appena può li boicotta in attesa di prendere il potere per distruggerli. Ma il tatticismo comunista è stupido, pensa sempre con la testa leninista di chi prima adesca e poi controlla, gestisce a mezzo del partito. E non si accorge, o se se ne accorge preferisce l’uovo oggi e non si cura del brodo di gallina domani, che questa partita coi mozzatesta non la può vincere. Il mondo gay ha conquistato la sua battaglia quando è riuscito ad archiviare la percezione, a far rientrare la propria condizione in una dimensione di neutralità più che di tolleranza (la tolleranza è sempre sdrucciolevole, pietistica).Le battaglie pionieristiche furono importanti e a volte eroiche, Coccinelle in Francia (che conviveva con Amanda Lear quando si faceva chiamare Peki d’Oslo), Giò Stajano, Marcella di Folco, partita dal Piper, amica di Renato Zero, in Italia pagarono i loro prezzi, uno come Umberto Bindi ne uscì distrutto e ancora Renato, solo lui, ha osato sostenerlo in vecchiaia. Ma questi personaggi davvero contro tutti, anche contro se stessi, non avrebbero amato constatare dove fosse finito il loro sangue. In un circo di violenza e falsità. Oggi non sono più i gay ad essere discriminati, sono i “normali” in bersaglio d’odio, come i bianchi, i cristiani, gli occidentali, i maschi, gli stessi infedeli dell’Islam, e lo sono in quanto tali: a loro si può fare, dire di tutto e se uno prova miseramente a difendersi mal gliene incoglie. La Repubblica sarà di tutti, ma, come sempre, a qualcuno appartiene di più.Max Del Papa, 28 giugno 2026L'articolo Non sono i gay, è il Pride che ci fa schifo proviene da Nicolaporro.it.