Così l’ex presidente Tsai ha segnato la storia di Taiwan. Il libro di Pelaggi

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“La terra tremerà e le montagne si muoveranno” (didong shanyao). Il presidente cinese XiJinping si era espresso chiaramente sul futuro delle relazioni nello Stretto in caso di vittoria di Tsai Ing-wen. La schiacciante vittoria di Tsai con il Partito Democratico (DPP dall’acronimo inglese di Democratic Progressive Party) nel gennaio 2016, che conquistò anche un ampio margine in parlamento, diede il via a un assordante silenzio istituzionale tra Pechino e Taipei, accompagnato da un’escalation di azioni militari e dichiarazioni sempre più aggressive. La copertina del settimanale The Economist del maggio 2021 titola “Il luogo più pericoloso della Terra” con una inquietante immagine di Taiwan ripresa da un radar militare. Il sottotitolo evidenzia il carattere globale della contesa: “L’America e la Cina devono lavorare di più per evitare una guerra sul futuro di Taiwan”. I ventitré milioni di abitanti dell’isola hanno vissuto questi anni senza grandi preoccupazioni mentre i giornali internazionali continuano a indicare Taiwan come il prossimo, e inevitabile, conflitto globale. Un conflitto che, secondo una consistente parte degli analisti, potrebbe coinvolgere i principali attori internazionali, con il rischio credibile di una nuclearizzazione. L’invasione russa in Ucraina ha generato una ulteriore attenzione nei confronti delle tensioni tra Pechino e Taipei, osservatori e giornalisti si sono affrettati a paragonare le relazioni nello Stretto di Taiwan con i tragici eventi nell’Europa dell’est. Le differenze tra la guerra in Ucraina e le tensioni nello Stretto di Taiwan sono sostanziali. Riguardano principalmente la tendenza revisionista con bassa propensione al rischio adottata da Pechino sino ad ora, caratterizzata dalla volontà cinese di rafforzare la crescita economica e imporsi come potenza regionale nell’interpretazione di Giovanni Andornino. Secondo Barry Buzan Pechino intende sfruttare i vantaggi della stabilità dell’ordine internazionale mentre persegue un revisionismo riformista nei confronti delle strutture dello stesso ordine internazionale. In entrambe le interpretazioni è chiara la necessità cinese di alimentare la crescita economica del paese all’interno di un contesto internazionale relativamente stabile. I principi analisti hanno sottolineato come i dazi occidentali contro la Russia hanno generato una grande impressione a Pechino, l’obiettivo di un mercato interno cinese che possa sostituire quello occidentale sembra ancora lontano. La necessità primaria della leadership del PCC rimane quella di favorire la crescita economica del paese, anche se gli analisti sottolineano come il primato della politica stia diventando preponderante nello Zhongnanhai. Un’eventuale guerra per Taiwan avrebbe conseguenze disastrose, sia per una parziale esclusione dai mercati internazionali, sia per l’immagine che la Cina sta tentando si proiettare, soprattutto nella regione. La guerra in Ucraina ha mostrato al mondo intero come iniziare una guerra sia relativamente semplice quando il potere è concentrato nelle mani di poche persone. In realtà gli equilibri interni del Partito Comunista cinese sono molto più complessi, e bilanciati, rispetto a quelli del Cremlino ma la percezione dell’opinione pubblica di fronte a una guerra per Taiwan è mutata. La posizione di Washington sulla questione taiwanese invece non è cambiata, sin dagli anni Cinquanta gli Stati Uniti sono stati il principale sostenitore di Taiwan e la stessa esistenza della Repubblica di Cina (ROC dall’inglese Republic of China) è indissolubilmente legata al supporto politico e strategico dell’alleato americano.  Un sostegno bipartisan che ha attraversato indenne sia i momenti di distensione tra Pechino e Washington, sia le violazioni dei diritti umani del regime di Chiang Kai-shek a Taiwan. Dall’inizio del processo di democratizzazione nell’isola, negli anni Novanta, la difesa di Taiwan ha assunto un ulteriore significato con l’inclusione a pieno titolo nell’universo valoriale statunitense. La presidenza di Tsai iniziò con un evento che attirò l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale: la telefonata avvenuta il 2 dicembre 2016 tra Tsai Ing-wen e l’allora presidente eletto Donald Trump. Nei dieci minuti della prima chiamata tra due leader di Taipei e Washington dal 1979 è stato trattato il tema della sicurezza nell’Asia Pacifico mentre Donald Trump ringraziò su Twitter “il presidente di Taiwan” al termine della conversazione telefonica. Due circostanze che hanno rotto la delicata serie di compromessi semantici, ricostruiti nel dettaglio in questo volume, che regolano i rapporti tra Stati Uniti, Repubblica Popolare cinese e Taiwan. La reazione furente di Pechino era prevedibile mentre gli osservatori internazionali accusarono il neoeletto Trump di dilettantismo, evidenziando i pericoli di ogni piccolo equivoco nelle relazioni con Taiwan. Il destino dell’isola sembrava sempre più incerto mentre gli analisti sottolineavano un possibile uso di Taiwan come “pedina di scambio” all’interno della competizione tra Washington e Pechino. La conversazione telefonica era stata ampiamente pianificata e durante il mandato di Trump l’equilibrio generale delle relazioni con Taipei è stato preservato, anche se mantenuto in una cornice di apparente volatilità. Una presidenza fortemente divisiva come quella di Donald Trump ha mostrato una sostanziale continuità nella politica dello Stretto. La National Security Strategy (NSS) prodotta dall’amministrazione Trump nel 2017 menziona esplicitamente Taiwan. Si tratta della prima volta, da quando la Casa Bianca ha iniziato a stilare il documento programmatico, che esplicita le linee guida e gli obiettivi della politica estera e di sicurezza. Nella NSS c’è un chiaro riferimento alla continuità nel supporto nei confronti di Taipei attraverso il Taiwan Relations Act e una esplicita dichiarazione dell’impegno statunitense per la difesa di Taiwan. La citazione si trova all’interno dell’analisi sulla regione dell’Indo Pacifico, un’area che secondo il documento strategico “si estende dalle coste occidentali dell’India alle sponde occidentali degli Stati Uniti”. L’importanza dell’Indo Pacifico per Washington appare chiara in tutti i documenti strategici pubblicati dalle amministrazioni Trump e Biden. Nella Interim Guidance del 2021 la presidenza Biden indica l’Indo Pacifico come il quadrante prioritario di azione per Washington e cita apertamente la crescente rivalità con la Cina, l’unico attore in grado di “montare una sfida costante ad un sistema internazionale stabile e aperto”. La competizione estrema, con le parole del presidente Joe Biden, degli Stati Uniti con la Repubblica Popolare cinese passa inevitabilmente per Taiwan che rappresenta l’elemento essenziale per la proiezione di Washington nella regione. Secondo una teoria elaborata nei primi anni Cinquanta, Taiwan è l’isola principale della così detta “Island Chain Strategy” o “prima catena di isole”. La datata interpretazione dell’analista statunitenseJohn Foster Dulles, ideata durante il conflitto in Corea e fortemente incentrata sulla contesa ideologica della Guerra Fredda, indica in Taiwan l’elemento principale nella linea di contenimento statunitense sulla Cina. Una lettura che continua a influenzare la narrativa su Taiwan, facilitando una descrizione dell’isola come mero oggetto di contesa tra due superpotenze. La telefonata di Donald Trump accese i riflettori sull’altro interlocutore, Tsai Ing-wen primo Capo di stato asiatico eletto senza vincoli parentali con precedenti leader. Prima donna a guidare una nazione di cultura cinese, nata in una ricca famiglia taiwanese, con un percorso di studi d’eccellenza. Laurea in giurisprudenza alla National Taiwan University, master alla Cornell e dottorato in diritto del commercio internazionale alla London School of Economics. Al suo ritorno a Taiwan, dopo gli studi all’estero, Tsai si dedica alla carriera accademica mentre prende parte a diversi negoziati internazionali per l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio e la cooperazione economica del paese. Dalla fine degli anni Novanta ha seguito le relazioni nello Stretto, come vengono chiamate le politiche sino-taiwanesi, fino ad arrivare a ricoprire il ruolo di presidente del Mainland Affairs Council dal 2000 al 2004. Entrata nel DPP nel 2004 è stata vicepremier per un biennio e presidente dello stesso Partito Democratico sin dal 2008. Come tutti i politici di alto profilo a Taiwan Tsai vanta un curriculum impeccabile e una lunga esperienza, sia a livello istituzionale, sia professionale. Tsai è stata per lungo tempo parte della squadra di negoziazione con la Repubblica Popolare cinese e al momento del suo giuramento ha piena consapevolezza delle difficoltà, e della complessità, delle relazioni con Pechino. Nella campagna elettorale per le elezioni del 2016 Tsai aveva limitato ogni riferimento all’indipendenza taiwanese, impostando da subito l’idea di una relazione pragmatica con Pechino. Mentre nella sua campagna per l’elezione persa nel 2012 aveva usato toni più vicini a posizioni indipendentistiche. Il sostegno degli Stati Uniti per Taiwan è strettamente legato, come ampiamente spiegato nei prossimi capitoli, al mantenimento dello status quo. Quindi una deterrenza di fronte a un tentativo cinese di modificare la sovranità taiwanese, ma anche un netto diniego di fronte a qualsiasi deriva indipendentistica nell’isola. I toni cauti di Tsai nei confronti di Pechino sono alla base del sostegno di Washington durante la campagna elettorale. Un pragmatismo che deve, tuttavia, tenere conto delle motivazioni dietro lo straordinario successo elettorale di Tsai; negli anni precedenti i movimenti di base avevano duramente contestato la linea pro Pechino del governo di Ma Ying- jeou e l’occupazione del parlamento taiwanese aveva generato un’onda emotiva in tutto il paese. L’elezione di Tsai Ing-wen era anche la conseguenza dell’impatto del Movimento dei Girasoli sulla società taiwanese. Il discorso inaugurale della presidenza Tsai tenta di preservare il fragile equilibrio tra le spinte sociali degli anni precedenti e il realismo politico indispensabile per mantenere un canale aperto con Pechino: “Sono stata eletta Presidente in conformità con la Costituzione della Repubblica di Cina; quindi, è mia responsabilità salvaguardare la sovranità e il territorio della Repubblica di Cina. Per quanto riguarda i problemi che sorgono nel Mar Cinese Orientale e nel Mar Cinese Meridionale, proponiamo di accantonare le controversie in modo da consentire uno sviluppo congiunto.” Le controversie aumenteranno in maniera esponenziale ma la parte più delicata riguarda il cosiddetto Consenso del 1992. Un documento, volutamente parziale e suscettibile di diverse interpretazioni, che avrebbe dovuto costituire il primo di un avvicinamento tra Taipei e Pechino. Il consenso del 1992, descritto nei capitoli successivi, fu rapidamente archiviato dalla stessa amministrazione taiwanese che lo aveva siglato ma rimane tuttora una delle cornici che delimitano il dialogo tra le due sponde dello Stretto.(Foto: LinkedIn)