Microplastiche nel cibo di cani e gatti

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Uno studio condotto congiuntamente dalle università del Sussex e di Exeter ha rilevato la presenza di microplastiche nel 76,3% dei cibi per animali domestici analizzati, sollevando dubbi non solo circa i rischi per la salute dei nostri pet, ma anche sulla possibile contaminazione ambientale.I dettagli della ricerca sono pubblicati su Environmental Toxicology and Chemistry.. Pappa alle microplasticheGli studiosi hanno analizzato 228 campioni raccolti da 38 diversi alimenti per animali domestici (cani, gatti e... ricci, a quanto pare i britannici nutrono anche questi simpatici animaletti che visitano i loro giardini) venduti nel Regno Unito, suddivisi per tipo (umido o secco) e fascia di prezzo.Su 19 marchi, in 16 sono state ritrovate microplastiche di diverso tipo, soprattutto fibre (60%) e frammenti (40%). Il 27,6% dei campioni analizzati conteneva microplastiche, e il 76,3% dei prodotti aveva almeno un campione positivo.. Generalmente, i prodotti più economici erano più contaminati rispetto a quelli più cari, e il cibo secco più contaminato di quello umido – anche se quest'ultimo comporta un'esposizione maggiore, perché se ne mangiano quantità maggiori per soddisfare lo stesso fabbisogno calorico.. Le (possibili) conseguenze ambientaliI ricercatori stimano che un cane di grossa taglia potrebbe ingerire giornalmente tra le 162 e le 2.314 microplastiche, in base al tipo di cibo e al marchio; questi frammenti verrebbero poi espulsi tramite feci, contaminando potenzialmente il terreno.«I nostri animali domestici potrebbero contribuire inconsapevolmente all'inquinamento da plastica attraverso le loro feci, con effetti sulla fauna selvatica e sull'ambiente in generale», commenta Fiona Mathews, una delle autrici.. Ok, ma da dove arriva tutta questa plastica?Pur non individuando una fonte certa di contaminazione, gli autori ne ipotizzano diverse sulla base dei polimeri ritrovati. I sottoprodotti di origine animale sono stati quelli più spesso associati alla presenza di microplastiche: il 90% dei campioni che li contenevano risultava positivo, e molti cibi etichettati come "pollo" contenevano in realtà meno del 4% di carne, con il resto composto da questi derivati non destinati al consumo umano.. Altre ipotesi riguardano il pesce e i suoi derivati, possibile via d'ingresso delle microplastiche marine nella catena alimentare terrestre, e i cereali, che potrebbero contaminarsi tramite i fanghi di depurazione usati come fertilizzante nei campi.Il poliestere, il polimero più comune rilevato, potrebbe arrivare dagli stessi ingredienti o da fibre perse durante la produzione, mentre polietilene e polipropilene, tipici degli imballaggi, potrebbero contaminare il cibo in fabbrica oppure derivare dalla confezione stessa, anche solo nel momento dell'apertura.. Uno dei limiti, a detta degli stessi ricercatori, è che non avendo analizzato le confezioni separatamente è impossibile affermare con certezza se le microplastiche provengono dagli ingredienti del cibo o dalle stesse confezioni. Oltre a ciò, la ricerca futura dovrà indagare anche le conseguenze per la salute degli animali, non considerate in questo studio..