di Giuseppe Gagliano –Emmanuel Macron è diventato il simbolo di una contraddizione francese: un presidente che parla come se guidasse ancora una potenza imperiale, mentre governa un Paese attraversato da fratture sociali, debito pubblico, rabbia popolare, perdita di influenza africana, dipendenza strategica dalla NATO e isolamento crescente dentro la stessa Europa. La questione non è soltanto psicologica, anche se la conversazione insiste molto sulla sua presunta megalotimia, sul narcisismo politico, sul bisogno di stare al centro della scena. Il punto vero è politico: quando un sistema istituzionale fragile produce un capo iperpresidenziale, il carattere dell’uomo diventa un fattore di rischio nazionale.Macron non governa soltanto. Interpreta. Ogni crisi diventa una scena, ogni vertice internazionale un palcoscenico, ogni discorso una lezione rivolta al mondo. La sua presidenza è costruita sulla verticalità: lui parla, gli altri ascoltano; lui spiega, gli altri dovrebbero capire; lui indica la direzione, il Paese dovrebbe seguirlo. Questa postura ha funzionato nella fase iniziale, quando Macron appariva come l’uomo nuovo, il tecnico brillante, il presidente capace di superare destra e sinistra. Ma con il tempo quella promessa si è trasformata nel suo contrario: non più superamento dei blocchi, ma svuotamento della mediazione politica.La Francia dei corpi intermedi, dei partiti radicati, dei sindacati forti, delle grandi scuole amministrative capaci di produrre classe dirigente, è stata progressivamente compressa dentro una monarchia repubblicana sempre più personale. Il presidente è diventato il centro, ma un centro sempre più solo. Ed è qui che la categoria della megalotimia diventa interessante non come diagnosi clinica, ma come chiave politica: Macron sembra non cercare soltanto il potere, ma il riconoscimento della propria superiorità. Vuole essere visto come indispensabile.Il problema è che la Francia reale non coincide più con la Francia raccontata dall’Eliseo. Le rivolte dei gilet gialli, le proteste contro la riforma delle pensioni, il malessere delle periferie, la tensione nelle campagne, il disagio delle classi medie impoverite hanno mostrato che il patto sociale francese è incrinato. Macron ha cercato di governare questo malessere con il linguaggio della modernizzazione, ma una parte crescente del Paese lo ha percepito come linguaggio dell’arroganza.Sul piano economico, la Francia si trova davanti a un quadrilemma. Deve finanziare lo Stato sociale, sostenere la transizione energetica, rilanciare l’industria, aumentare la spesa militare. Tutto questo in un contesto di debito elevato, crescita debole e competizione globale sempre più dura. La politica macroniana ha puntato su attrazione degli investimenti, riforme del lavoro, riduzione del peso fiscale su alcuni settori produttivi, ma non ha ricucito la frattura fondamentale: quella fra Francia metropolitana vincente e Francia periferica perdente.Lo scenario economico dei prossimi anni è quindi fragile. Se Parigi accelera sul riarmo, dovrà tagliare altrove o aumentare il debito. Se difende lo Stato sociale, avrà meno margini per finanziare l’ambizione militare. Se sceglie la disciplina europea, rischia di alimentare ulteriore protesta interna. Se invece allenta i vincoli, espone la Francia alla sfiducia dei mercati e alla pressione tedesca.La dimensione militare è ancora più delicata. Macron ha cercato di presentarsi come il promotore di una difesa europea autonoma, fino a evocare l’idea di una dissuasione nucleare francese proiettata a beneficio dell’Europa. Ma qui emerge una contraddizione strategica enorme: l’arma nucleare è, per sua natura, l’attributo supremo della sovranità nazionale; condividerla politicamente senza condividerne realmente il comando significa produrre ambiguità, non sicurezza.La Francia dispone di forze armate serie, di una tradizione strategica autonoma, di una cultura militare superiore a quella di molti partner europei. Ma non ha più la massa industriale, demografica ed economica per guidare da sola il continente. In Ucraina, Macron ha oscillato fra dialogo e durezza, fra telefonate a Putin e dichiarazioni sulla possibilità di non escludere nulla. Questo andamento non è soltanto diplomatico: rivela il tentativo di restare indispensabile anche quando gli equilibri reali sono decisi altrove, soprattutto a Washington, Mosca e Pechino.Dal punto di vista militare, l’errore più grave sarebbe trasformare la postura in strategia. Una potenza nucleare non può parlare per impressionare. Deve parlare per dissuadere. La differenza è decisiva. La dissuasione vive di credibilità, misura, controllo del linguaggio. Se invece diventa teatro, produce incertezza fra gli alleati e irrigidimento fra gli avversari.Nel rapporto con Vladimir Putin si vede bene questo meccanismo. Macron ha cercato a lungo di essere l’interlocutore europeo privilegiato del Cremlino. Poi, quando la guerra ha ridotto gli spazi diplomatici, ha assunto toni più duri. La Russia in questa dinamica non è soltanto un avversario geopolitico: è lo specchio nel quale Macron cerca di misurare la propria statura storica. Putin rappresenta la durata, il comando verticale, la potenza territoriale, la capacità di incidere sugli equilibri mondiali. Tutto ciò che Macron vorrebbe incarnare in chiave europea, ma che la Francia contemporanea non può più garantirgli da sola.Qui nasce il rischio geopolitico. Una Francia che vuole contare è necessaria all’Europa. Una Francia che vuole compensare la perdita di rango attraverso l’escalation verbale può diventare un problema. La Russia non è un semplice dossier europeo. È una potenza nucleare, eurasiatica, dotata di profondità strategica, risorse energetiche, capacità militare e memoria imperiale. Pensare di affrontarla con dichiarazioni teatrali significa non capire la natura del conflitto.Il grande progetto macroniano era trasformare l’Europa nel moltiplicatore della potenza francese. Non più la Francia da sola, ma la Francia alla guida di un’Europa sovrana. L’idea aveva una sua logica. Ma si è scontrata con la realtà: l’Europa non ha una sola politica estera, non ha una sola cultura militare, non ha un solo interesse energetico, non ha una sola percezione della minaccia.La Germania pensa alla propria industria e alla stabilità interna. L’Italia guarda al Mediterraneo, all’energia, all’Africa e ai vincoli di bilancio. La Polonia e i Baltici ragionano dentro la protezione americana. L’Ungheria contesta l’allineamento automatico. La Spagna guarda meno a est e più al Mediterraneo e all’America latina. In questo mosaico, Macron può agitare il vessillo dell’Europa potenza, ma non può imporre il proprio comando.La geoeconomia conferma il limite. Senza energia abbondante e a basso costo, senza grandi campioni tecnologici autonomi, senza catene industriali integrate, senza indipendenza digitale, l’Europa resta un gigante normativo ma non una potenza piena. Macron ha intuito il problema, ma non è riuscito a risolverlo.La fine del mandato è il vero nodo. Macron non potrà ricandidarsi nel 2027, salvo scenari eccezionali. Ma la Francia che lascerà rischia di essere meno governabile di quella che ha trovato. Il sistema politico è diviso in blocchi ostili: destra nazionale, sinistra radicale, centro presidenziale indebolito, destra tradizionale ridotta, società civile esasperata. La possibilità di un presidente senza maggioranza stabile non è remota. La possibilità di piazze mobilitate contro il risultato elettorale nemmeno. Nel colloquio viene evocato persino il rischio di una crisi istituzionale e di un ricorso a strumenti eccezionali in caso di interruzione del funzionamento ordinario dei poteri pubblici.Macron, dunque, non è solo un uomo: è il nome di una crisi, quella della Francia post-gollista, che non accetta di essere una media potenza. La crisi dell’Europa, che vuole autonomia ma resta dipendente dagli Stati Uniti. La crisi delle democrazie occidentali, che perdono partiti, mediazioni, popolo, e si rifugiano nel capo comunicatore.Il dramma politico è tutto qui: Macron voleva essere più grande della Francia. Ma nessun presidente può esserlo a lungo. Quando la nazione non segue più, quando l’Europa non obbedisce, quando il mondo non ascolta, il potere personale scopre la propria verità: può occupare la scena, ma non può sostituire la Storia.