La mano invisibile che abitua i vostri figli alla guerra a loro insaputa | D.ssa Lucattini

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La psicologia della pace non è un’espressione retorica. Si tratta di una branca della psicologia il cui obiettivo è aumentare e applicare le conoscenze psicologiche nella ricerca della pace, con particolare attenzione ai processi democratici e cooperativi e all’importanza della risoluzione non violenta dei conflitti. È da questo presupposto scientifico che parte la riflessione della dottoressa Lucattini, psichiatra e psicoanalista, ai microfoni di Un Giorno Speciale. Il punto di partenza è la cultura della guerra che permea il quotidiano: l’abbigliamento mimetico venduto ai bambini, l’estetica militarizzata dei videogiochi, la normalizzazione del conflitto nei media. Come dice la dottoressa Lucattini in diretta: «La psicologia della pace è una branca scientifica molto accreditata, e si basa sul promuovere tutti quei fattori di crescita relazionali e di interazione che prevengono i conflitti. Si parte dal basso: come state tra di voi, come si fa ad andare d’accordo quando si è in disaccordo».Il metodo: attività cooperative e conoscenza dell’altroIl percorso formativo verso la pace si costruisce nelle scuole, nei piccoli gruppi, attraverso progetti condivisi. La logica è quella delle attività cooperative: «Scriviamo insieme, lavoriamo insieme e creiamo dei progetti insieme», spiega Lucattini. «Questo crea uno sfondo psicologico in cui entrare in rapporto con l’altro in modo positivo, cercare di parlarci, di fare qualcosa insieme, di costruire qualcosa insieme».Un esempio storico emblematico è quello dei soldati altoatesini nella Prima Guerra Mondiale, divisi tra arruolamento nell’Impero Austro-Ungarico e fedeltà italiana: «La sera, al calar delle tenebre, si trovavano e mangiavano insieme, perché non sapevano come fare a combattersi. Pensiamo al dramma», commenta la psicoanalista.Centrale è anche il ruolo della diversità come risorsa. «Chi non conosce bambini che hanno i genitori che vengono da altri paesi? Questo è un primo passo. Diventa difficile fare la guerra ai propri amici quando ci si è affezionati, si conosce la loro cultura», sottolinea Lucattini. L’educazione alla pace, in questa prospettiva, non è assenza di conflitto ma un addestramento continuo alla convivenza, un’arte che trasforma la diversità da fattore di paura a opportunità di crescita.La psicoanalista cita anche un’iniziativa concreta del movimento psicoanalitico per la pace: «Un anno è stata fatta un’iniziativa bellissima di non fare i fuochi artificiali per l’ultimo dell’anno in un paesino, preso a modello, perché i bambini che venivano dai bombardamenti erano terrorizzati. E quindi hanno acceso altre cose, hanno festeggiato in modo alternativo».Il riferimento al nazismo arriva come monito sul potere della lingua come strumento di dominio: «Qual era la cosa che facevano innanzitutto nei lager? Mischiavano popolazioni che non parlavano la stessa lingua e quindi non potevano comunicare, erano schiacciati da questo sistema».I dronisti e il cortocircuito della guerra-videogiocoIl nodo più critico dell’intervento riguarda il rapporto tra videogiochi, droni e trauma psichiatrico. «La guerra non è un fatto reale nei videogiochi. I personaggi che vengono uccisi rinascono. È un loop che non finisce mai: si fa la guerra, si vince, si hanno dei punti, poi il personaggio ricompare. E soprattutto non si muore mai come protagonisti», osserva Lucattini.Questo modello cognitivo viene proiettato — in modo distorto e devastante — sulla guerra vera. «Quando chi ha questo tipo di educazione viene mandato in guerra, questi hanno degli shock terribili. Erano tantissimi i casi psichiatrici sul campo di battaglia, ma soprattutto al ritorno in patria», aggiunge la psicoanalista. «Noi parliamo sempre dei reduci del Vietnam, ma non parliamo dei reduci della guerra in Afghanistan, in Iraq e delle guerre attuali. È un problema gravissimo negli Stati Uniti».Studi recenti confermano che i piloti di droni soffrono di disturbo post-traumatico da stress al pari delle forze di terra impiegate in Afghanistan: il gesto di uccidere non si può “spersonalizzare”, perché comporta sempre le stesse conseguenze psicologiche, sia che avvenga brandendo un joystick sia imbracciando una mitragliatrice. Tra i due milioni di soldati americani inviati in Iraq e Afghanistan, si stima che una percentuale compresa tra il 20 e il 30 per cento sia rientrata con disturbi da stress post-traumatico.L’ultima frontiera è quella dei droni costruiti con stampanti 3D: «Una volta arruolati, dice: prima costruivi i giocattoli, costruivi il drone per fare le riprese, adesso costruisci il drone e lo armi. Non c’è una piena consapevolezza di quello che accade in queste persone», denuncia Lucattini. E conclude con un appello che tocca insieme difesa, storia e identità: «Abbiamo bisogno assolutamente di educare alla pace. Io credo anche in un sistema di difesa nazionale e in un esercito europeo, ma come difesa, non come offesa. Dobbiamo riarmarci con molta consapevolezza e sapendo bene che cos’è la guerra».La chiusura è affidata alla scuola e alla memoria storica: «La storia non dovrebbe più fermarsi al 1910. I nostri ragazzi non hanno idea di che cosa sia accaduto, non conoscono le ragioni della Prima Guerra Mondiale, non conoscono i regimi fascista e nazista, non conoscono i lager. L’educazione alla pace prevede anche lo studio della storia, con garbo, ma in modo che i ragazzi siano pienamente presenti nel loro tempo, sapendo che vengono da lontano, che non sono nati oggi».The post La mano invisibile che abitua i vostri figli alla guerra a loro insaputa | D.ssa Lucattini appeared first on Radio Radio.