Smart working, basta una stretta per tagliare il personale

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Revocare lo smart working non soltanto per riportare i dipendenti in ufficio, ma anche con l’obiettivo di spingere una parte di loro a lasciare spontaneamente il posto di lavoro. È questa la logica del cosiddetto quiet purging, l’«eliminazione silenziosa» che si sta diffondendo soprattutto negli Stati Uniti e che rappresenta un’evoluzione del già noto quiet firing. L’idea è semplice: anziché procedere con licenziamenti formali, alcune aziende preferiscono eliminare il lavoro da remoto, consapevoli che molti lavoratori sceglieranno di dimettersi volontariamente.Una strategia che si lega alla riduzione dei costi del personale e che mette in discussione uno degli strumenti che, dopo la pandemia, è diventato centrale nell’equilibrio tra vita privata e professionale per milioni di lavoratori.Cos’è il quiet purging e perché conviene alle aziendeNegli Stati Uniti il fenomeno è ormai osservato da diversi anni. Il lavoro da remoto coinvolge circa 34 milioni di persone, soprattutto nei servizi, e secondo un rapporto del Pew Research Center pubblicato nel 2025 circa la metà dei lavoratori da remoto sarebbe pronta a cambiare impiego nel caso in cui l’azienda eliminasse completamente lo smart working.Anche il settore delle risorse umane offre indicazioni significative. Un sondaggio realizzato nel giugno 2024 da BambooHR, che ha coinvolto oltre 1.500 manager e professionisti Hr americani, mostra come un dirigente su quattro e un responsabile Hr su cinque abbiano ammesso di sperare che l’obbligo di rientrare in ufficio producesse dimissioni spontanee. Inoltre, il 37% dei manager intervistati ha dichiarato che, una volta constatato un numero di dimissioni inferiore alle aspettative, la propria organizzazione abbia comunque proceduto ai licenziamenti.La conclusione del report è particolarmente netta: «Gli obblighi di rientro in ufficio sono spesso licenziamenti mascherati». Dal punto di vista economico il meccanismo è evidente: chi si dimette non ha diritto a un’indennità di licenziamento, riduce il rischio di contenziosi e limita anche l’impatto reputazionale derivante da tagli del personale su larga scala.I rischi del ritorno obbligatorio in ufficioQuesta strategia, tuttavia, non è priva di conseguenze anche per le imprese. Secondo ZipRecruiter, nel 2024 le aziende che hanno imposto politiche rigide di rientro in presenza hanno registrato un turnover superiore del 13% rispetto alle organizzazioni più flessibili.Non solo. Circa l’80% delle aziende che hanno eliminato o fortemente ridotto il lavoro da remoto ha ammesso di aver perso competenze e professionalità difficili da sostituire. I lavoratori maggiormente penalizzati risultano essere quelli con maggiori responsabilità familiari, come neogenitori e caregiver, per i quali la flessibilità rappresenta spesso una necessità più che un semplice beneficio.La situazione italiana resta diversaIl mercato italiano parte da numeri decisamente inferiori rispetto agli Stati Uniti. Secondo i dati 2025 dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, i lavoratori che operano almeno in parte da remoto sono circa 3,57 milioni, con una crescita limitata allo 0,6% rispetto all’anno precedente.La quota di chi lavora da remoto per almeno metà della settimana raggiunge appena il 4,4%, contro una media europea del 9% rilevata da Eurostat. Inoltre, lo smart working resta concentrato soprattutto nelle grandi aziende dei servizi del Nord, mentre tra le Pmi soltanto il 45% ha adottato politiche strutturate di flessibilità.Non esistono ancora studi italiani specificamente dedicati al quiet purging, ma alcuni dati suggeriscono come il tema possa diventare rilevante anche nel nostro Paese. Circa tre lavoratori su quattro che oggi usufruiscono dello smart working dichiarano infatti di essere pronti a cercare un nuovo impiego nel caso in cui il lavoro agile venisse completamente revocato.Le proteste e il quadro normativoLa centralità dello smart working è emersa anche nelle recenti proteste dei dipendenti di Palazzo Chigi, che a giugno hanno scioperato contro la riduzione dei giorni di lavoro agile da 104 a 52 dopo l’adozione della direttiva del 14 aprile.Dal punto di vista giuridico, in Italia il lavoro agile è regolato dalla legge 81 del 2017, che prevede un accordo individuale tra datore di lavoro e dipendente. Tale accordo può essere revocato da entrambe le parti, ma richiede un preavviso minimo di 30 giorni nei rapporti a tempo indeterminato. La giurisprudenza ha inoltre chiarito che la revoca dello smart working senza un congruo preavviso, quando il datore conosce le condizioni organizzative e logistiche del lavoratore, può costituire un esercizio del potere datoriale non conforme ai principi di buona fede.Enrico Foscarini, 29 giugno 2026L'articolo Smart working, basta una stretta per tagliare il personale proviene da Nicolaporro.it.