I cacciatori sono regolatori della biodiversità?

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DDL Caccia, DDL 1552, riforma della 157… sono tutti sinonimi del testo approvato il 23 giugno in prima lettura al Senato e ora atteso alla Camera, ma nessuno sarà ricordato quanto il soprannome che gli è stato dato dai suoi critici, cioè "DDL sparatutto". Un nome che rende bene il clima dello scontro: da una parte la maggioranza, per la quale il DDL è il coronamento di anni di riforme più piccole e "silenziose"; dall'altra le associazioni ambientaliste e animaliste, che parlano di un arretramento pesante nella tutela della fauna selvatica.Dentro questo scontro c'è un contenzioso meno appariscente ma decisamente più importante. Il DDL modifica infatti le parole stesse con cui la caccia viene identificata: tolta dalla cornice ricreativa, viene inserita dentro quella della gestione della biodiversità. In parole più semplici: se la proposta diventasse legge, i cacciatori diventerebbero soggetti che contribuiscono a regolare gli equilibri naturali – i famosi bioregolatori. Ma è davvero così? Un cacciatore può, solo in quanto tale, essere considerato un regolatore della biodiversità? Per rispondere abbiamo parlato con Domenico Aiello, responsabile tutela giuridica della Natura per il WWF Italia, e con Antonino Morabito, responsabile nazionale CITES e benessere animale di Legambiente. Due esperti che ci hanno aiutato ad approcciare la questione da punti di vista diversi, ma con le stessse conclusioni: il problema non è decidere se la fauna selvatica vada controllata, quanto stabilire chi può farlo, e come.. Caccia o controllo?La prima distinzione da fare è tra caccia e controllo faunistico. Entrambe prevedono l'abbattimento di animali selvatici, ma non sono la stessa cosa. «La prima cosa da evidenziare di questo DDL» ci spiega Aiello «è proprio la differenza tra caccia e controllo, tra gestione e attività venatoria ricreativa». Il controllo della fauna selvatica è un'attività di interesse pubblico: serve a intervenire su problemi specifici, per esempio la presenza di specie aliene invasive, e quindi «deve basarsi su dati, monitoraggi e valutazioni scientifiche». Un punto sul quale anche Morabito concorda, e va oltre: «Non bisognerebbe neanche parlare di "gestione" ma di "governo". La gestione è quella di un magazzino, qui parliamo di altre specie senzienti».La caccia, invece, è un'attività ricreativa regolata, con calendari, specie consentite e quote di prelievo, ma non nasce per risolvere un problema ecologico. «La caccia, per sua natura» dice Aiello «è un'attività ricreativa che ha come obiettivo quello di divertirsi». In alcuni casi gli obiettivi di caccia e controllo possono anche entrare in conflitto. Se un piano di controllo mira a ridurre una popolazione problematica, il mondo venatorio può avere un interesse opposto: mantenere una presenza sufficiente di animali da cacciare. L'esempio più ovvio è il cinghiale: «Il controllo mira a ridurre la specie» ci dice Aiello «ma se tu la riduci quanto dovrebbe essere davvero ridotta, domani mattina avrai, come è già successo qualche decennio fa, i cacciatori a chiedere l'immissione di nuovi cinghiali». Ecco perché la parola "bioregolatore" è pericolosa e fraintendibile: dovrebbe indicare una persona che esegue un intervento dentro un piano pubblico, scientifico e controllato. Se invece, come in conseguenza di questo DDL, serve a presentare l'intera attività venatoria come "tutela della biodiversità", il discorso cambia radicalmente.. Il caso del cinghialeIl cinghiale è l'argomento più usato a favore della riforma: è una specie molto diffusa, causa danni agricoli, crea problemi alla sicurezza stradale ed è entrata anche nella questione della peste suina africana. A prima vista sembra il caso perfetto per dire: "Vedete? I cacciatori servono". Ma proprio il loro caso mostra i limiti di questo ragionamento. Se da anni si moltiplicano abbattimenti, piani di controllo e possibilità di caccia, e il problema non è risolto, allora bisogna chiedersi se il modello funzioni davvero. Morabito lo dice in modo molto netto: «I dati dimostrano che aver lasciato, ormai da diversi anni, quasi 12 mesi su 12, il cinghiale come specie cacciabile, con piani di controllo e di eradicamento, non è servito a niente: i numeri non sono diminuiti».Se l'obiettivo era ridurre la presenza del cinghiale, e questo non è avvenuto, non si può presentare quello stesso approccio come una soluzione scientificamente efficace. «I cacciatori, fino a oggi utilizzati come semplici esecutori e non come regolatori» dice «hanno fallito: lo dicono i numeri». Il punto è importante: un conto è usare personale abilitato per eseguire un piano di controllo deciso da tecnici e istituzioni; un altro è trasformare chi pratica la caccia nel soggetto che, di fatto, dovrebbe regolare quegli stessi ecosistemi dove va a divertirsi.. Biodiversità e fucileMorabito contesta proprio questo salto logico: «Il fatto che un cacciatore frequenti boschi e montagne non lo rende automaticamente un esperto. Sarebbe come dire: da domani la gestione delle sale operatorie italiane passa al personale che si occupa della pulizia degli ospedali. Fanno un ottimo lavoro, girano per gli ospedali, quindi sicuramente li conoscono, giusto? Il cacciatore si muove in natura, è vero, ma non ha alcun obbligo di conoscenza specifica dell'ecologia e degli ecosistemi. Definirlo un bioregolatore è una fake news».Il fucile, in questa cornice, può essere al massimo uno strumento esecutivo in casi specifici. «Il bioregolatore oggi lavora sparando» osserva Morabito «e oggettivamente, tra gli strumenti della ricerca scientifica, il fucile è stato abbandonato alla fine del Novecento». La frase è provocatoria, ma il senso è chiaro: non basta l'abbattimento di esemplari "problematici" per parlare di scienza della conservazione.. Un problema culturaleLa questione del DDL, quindi, non è solo tecnica ma anche culturale. Parlare di gestione invece che di protezione, o di bioregolatori invece che di cacciatori, non è una scelta neutra. Le parole sono una cornice: se la caccia viene raccontata come uno strumento di tutela della biodiversità, diventa più facile presentare l'ampliamento dell'attività venatoria come una misura ambientale.Per Aiello, questo è uno degli aspetti più delicati del DDL. «Il concetto di caccia che tutela la biodiversità è un elemento di principio introdotto dalla riforma. In realtà, è difficile definire "la caccia" in generale in questo modo, perché è un'attività così multiforme, così variegata, che si applica in periodi così differenti e riguarda talmente tante specie diverse, che è assurdo pensare che possa sempre e comunque "tutelare la biodiversità"». In altre parole: una legge può anche dire che la caccia concorre alla tutela della biodiversità, ma non può renderlo vero.. Ma allora i cacciatori "non servono"?La risposta più corretta è: dipende. In alcuni interventi di controllo faunistico possono essere coinvolti anche cacciatori formati, autorizzati e coordinati. Ma in quel caso non agiscono semplicemente "in quanto cacciatori", ma come esecutori di un piano deciso da altri, con finalità pubbliche, limiti, autorizzazioni e verifiche. È una distinzione fondamentale. Se per esempio una specie aliena minaccia un ecosistema, l'intervento umano può essere necessario. Lo riconosce anche Aiello: «È vero che la natura ormai è così tanto compromessa che in alcuni casi non si può non agire». Ma subito dopo aggiunge il punto decisivo: «Quella però non è caccia, si chiama controllo ed è un intervento che decide la scienza. Identificare i due concetti, affidando alla caccia una funzione che non ha, serve solo a consentire al mondo venatorio, in pieno conflitto d'interessi, di avere il pieno controllo di un settore strategico».. La biologia non si cambiaTorniamo quindi alla domanda iniziale: i cacciatori sono davvero regolatori della biodiversità? Non automaticamente. Possono partecipare, in alcuni casi, a interventi di controllo faunistico. Ma la tutela della biodiversità richiede competenze scientifiche, obiettivi pubblici, dati, monitoraggi e verifiche, e non coincide, come vorrebbe fare il DDL, con il semplice fatto di poter abbattere animali.Il rischio del DDL "Sparatutto", secondo chi vi si oppone ormai da anni, è quello di trasformare una distinzione tecnica in uno slogan politico: "gestire la fauna" non significa solo decidere quanti animali si possono uccidere, ma capire come funzionano le popolazioni, quali pressioni subiscano gli ecosistemi, quali effetti produce ogni intervento e quali alternative sono disponibili. Una legge può cambiare il modo in cui chiamiamo i cacciatori, presentarli come "bioregolatori" e inserire la caccia dentro il linguaggio della conservazione. Ma non può cambiare un fatto di base: la biodiversità non si tutela a parole ma con la scienza, sempre nell'interesse pubblico e con strumenti proporzionati agli obiettivi. Tutto il resto, al massimo, è un modo nuovo per chiamare un'attività vecchia..