Francia, il contagio c’è ma la tempesta può essere evitata. Parla Messori

Wait 5 sec.

Il bacillo è in circolazione e allora forse è meglio correre in farmacia. La Francia è una pentola a pressione, schiacciata da un deficit ampiamenti al di fuori del raggio di Maastricht e con uno stato sociale, spesso invidiato da tutto il mondo, che non è più sostenibile. Resta una domanda di fondo: quanto è pericolosa la crisi francese? Domanda direttamente girata a Marcello Messori, economista, saggista, docente allo European university institute.“Le attuali difficoltà della Francia sono il risultato dei mancati aggiustamenti degli squilibri macroeconomici che si protraggono da più di un ventennio”, premette Messori. “Negli anni successivi alla crisi finanziaria internazionale del 2007 e a quella dei debiti sovrani, questo Paese ha fatto registrare aumenti nel rapporto debito pubblico/Pil molto al di sopra della media dell’euro area, in quanto l’incidenza dei suoi deficit pubblici è stata sistematicamente maggiore del 3%. Inoltre, dall’inizio del secolo, la Francia non ha mai realizzato un surplus di bilancio al netto degli oneri finanziari sul suo debito a causa di una spesa pubblica molto elevata. Tali dinamiche hanno causato divaricazioni nei suoi fondamentali economici rispetto alla Germania, ma non hanno assicurato più elevati tassi di crescita. E, nonostante discreti potenziali innovativi, gli elevati investimenti aggregati, rispetto ai risparmi aggregati, hanno prodotto squilibri nelle partite correnti francesi”.Ora, secondo l’economista, “fino a che il rapporto franco-tedesco è stato l’asse portante dell’Unione europea, le difficoltà macroeconomiche francesi non hanno prodotto gravi conseguenze in termini di sostenibilità del debito pubblico e degli squilibri con l’estero. La solidità tedesca ha protetto la fragilità francese. La recente recessione dell’economia tedesca ha, però, indebolito e lacerato questa rete di protezione. Combinandosi con le tensioni nel mercato obbligazionario statunitense, gli squilibri francesi rischiano di contagiare i mercati dei titoli pubblici dei Paesi europei con debiti pubblici elevati”.Messori insiste sulla questione di un potenziale allargamento della crisi in Europa. Seppur con le dovute cautele. “Vi sono segnali di contagio. Basti riferirsi all’aumento degli spread dei titoli pubblici francesi e italiani rispetto a quelli tedeschi. A mio avviso, non siamo però alle soglie di una nuova crisi dei debiti sovrani per almeno tre ragioni. Innanzitutto, le regole fiscali dell’Unione europea sono più efficaci del vecchio Patto di stabilità e crescita, in quanto graduano gli aggiustamenti nel tempo e sono sensibili alle esigenze della crescita”.Non è tutto. Inoltre, pur non essendo brillante, “l’economia europea non sta attraversando una fase recessiva come nel 2008-09 o nel 2011-13. Infine, i singoli Paesi ad alto debito pubblico possono utilizzare i recenti sostegni europei per approdare ad assetti più equilibrati che siano compatibili con obiettivi di medio-lungo termine”. Semmai, “‘il rischio da evitare è che le attuali difficoltà economiche siano aggravate da evoluzioni politico-istituzionali che indeboliscano l’area europea e aggravino la segmentazione dei mercati. Se prevalesse una logica sovranista, in cui gli Stati nazione devono gestire autonomamente i loro squilibri macroeconomici, l’instabilità potrebbe aggravarsi con effetti molto negativi per le prospettive europee”.