GERUSALEMME — Gli operai sono arrivati con le scale quando la strada era ancora vuota. Hanno svitato dalla facciata la targa «British Consulate General», poi l’insegna della sezione consolare, e sono andati via. Sopra l’ingresso la bandiera britannica è rimasta issata. Lo hanno visto i giornalisti di Reuters e un fotografo di AFP, che ha ripreso la rimozione dell’emblema.Il consolato generale del Regno Unito a Gerusalemme Est, da oggi, non è più un consolato. Scade il termine di 30 giorni fissato da Israele l’8 settembre: 20 dei 27 diplomatici, console generale compreso, lasciano il Paese. Ne restano 7, in quella che il governo di Londra chiama «UK Mission, Jerusalem» e quello israeliano una «task force» con «un ambito di attività molto limitato».L’intesa è arrivata ieri notte, dopo una settimana di colloqui. Gideon Saar, ministro degli Esteri israeliano, ha fissato tre punti: fine del ruolo consolare, edificio che resta di proprietà britannica con personale ridotto, dialogo che prosegue. «Il consolato ha cessato di funzionare come consolato oggi», ha detto. «Abbiamo stabilito un principio chiaro: non è possibile agire contro Israele senza che Israele adotti misure appropriate in risposta».Ed Miliband, ministro degli Esteri britannico, ha raccontato la stessa notte con parole opposte. «A seguito di discussioni con il governo di Israele, il nostro edificio del Consolato Generale non chiuderà e sarà conosciuto da oggi come UK Mission, Jerusalem», ha dichiarato. La missione è «indipendente, operativa» e continuerà a fornire «servizi vitali e il nostro lavoro con il popolo palestinese». Londra non accetta che Israele «abbia il diritto legale» di chiudere la sede.Miliband ha spiegato anche perché il personale parte: «Senza un’intesa non avremmo le necessarie garanzie per la sicurezza del personale e delle sedi». Il ritiro di diplomatici e famiglie è «temporaneo», con l’impegno a «ricostruire la nostra presenza nei prossimi mesi». In cambio Londra rinuncia, finché i colloqui proseguono, a ritorsioni: nei giorni scorsi era circolata l’ipotesi di espellere diplomatici israeliani. L’accordo consegna a ciascuna capitale la propria versione, Israele può dire di aver chiuso il consolato e Londra di non averlo chiuso, mentre il personale se ne va davvero.Il bando sui prodotti delle coloniePer arrivare alla targa svitata bisogna tornare all’8 settembre. Quel giorno il Regno Unito ha vietato l’importazione di tutti i beni prodotti negli insediamenti israeliani e la fornitura di servizi alle colonie: finanza, costruzioni, infrastrutture, immobiliare, pubblicità. «Non credo che i britannici vogliano che sosteniamo l’occupazione accettando prodotti degli insediamenti nei nostri negozi», ha detto allora Miliband. Francia e Canada hanno annunciato misure analoghe e, in una dichiarazione congiunta con il premier britannico Andy Burnham, Emmanuel Macron e Mark Carney hanno definito l’espansione delle colonie «una minaccia diretta e urgente» alla soluzione a due Stati.La risposta di Israele è arrivata lo stesso giorno, in quattro mosse. Oltre all’ordine di chiudere il consolato: l’esclusione dei rappresentanti britannici dal centro di coordinamento civile-militare per Gaza a Kiryat Gat, nel sud di Israele, a guida americana; la fine dell’addestramento britannico alle forze dell’Autorità Palestinese; il divieto d’ingresso per 12 parlamentari britannici e altri cittadini. Le altre tre misure sono già in vigore. Saar ha citato anche il riconoscimento dello Stato di Palestina, la ripresa dei fondi all’agenzia Onu per i profughi palestinesi e la sospensione di licenze di esportazione militare. «Israele non porgerà più l’altra guancia agli attacchi diplomatici», ha detto.Il consolato non è una sede qualsiasi. La presenza britannica a Gerusalemme ha quasi due secoli e precede la nascita di Israele nel 1948; da decenni l’ufficio cura i rapporti con i palestinesi di Gerusalemme, Cisgiordania e Gaza, separatamente dall’ambasciata di Tel Aviv, che non è toccata. Gerusalemme Est è occupata da Israele dal 1967 e annessa con una decisione che la gran parte dei Paesi non riconosce; gli insediamenti sono illegali per l’Onu e per quasi tutti i governi, Israele lo contesta.Nessun commento, finora, dall’Autorità Palestinese né da esponenti palestinesi di Gerusalemme, i destinatari del lavoro del consolato. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu non ha parlato; da Downing Street non è arrivata una dichiarazione oltre a quella di Miliband. La scorsa settimana il consigliere per la sicurezza nazionale britannico era volato in Israele per preparare l’intesa.