NEW YORK — Il petrolio sale di oltre il 3%, i rendimenti dei titoli di Stato americani crescono, le borse scendono da Tokyo a Singapore: giovedì i mercati si muovono tutti nella stessa direzione, e la spinta arriva da Washington. Secondo indiscrezioni di stampa riprese da Euronews, il presidente americano Donald Trump sta valutando nuovi raid sull’Iran prima delle elezioni di metà mandato del 3 novembre, con un’operazione più ampia rinviata a dopo il voto.Scala e obiettivi dei raid sarebbero ancora in discussione. Il dettaglio che pesa sui mercati è un altro: neppure i sostenitori dell’attacco, sempre secondo il report, si aspettano che i raid riportino Teheran al tavolo o riaprano lo Stretto di Hormuz; servirebbero a «proiettare forza» prima del voto. Il Brent, il greggio di riferimento europeo, era già sopra i 101 dollari al barile mercoledì; il WTI americano viaggiava vicino ai 90.La Casa Bianca non ha commentato le indiscrezioni e da Teheran, per ora, non è arrivata alcuna reazione. Il vicepresidente JD Vance, in un’intervista a Reuters, ha fissato la condizione americana per chiudere la guerra: qualsiasi accordo per riaprire lo Stretto deve prevedere che l’Iran riduca la capacità di arricchimento dell’uranio, «non semplici assicurazioni». Washington, ha aggiunto, parla con il presidente e con il ministro degli Esteri iraniani, ma «non è chiaro chi decida» a Teheran.Il rialzo cancella la tregua dell’inizio settimana. Lunedì e martedì il greggio era sceso: le esportazioni mediorientali erano tornate ai livelli precedenti la guerra, cominciata il 28 febbraio con gli attacchi americani e israeliani all’Iran, e i Paesi del G7 si erano accordati sull’uso delle riserve strategiche. Ma la settimana ha contato almeno sette incidenti con petroliere fra Hormuz e il Golfo di Aden, con almeno nove attacchi dall’inizio di ottobre. Martedì il ministero della Difesa dell’Oman ha annunciato il salvataggio di dieci membri d’equipaggio.Alla tensione nel Golfo Persico si aggiunge il Golfo del Messico, dove oltre 500.000 barili al giorno sono fermi per la chiusura delle piattaforme in vista dell’uragano Isaias. Il colosso saudita Aramco ha definito «allarmante» il livello delle scorte mondiali e ha stimato in due anni il tempo necessario per ricostituirle.Da Seul a Wall StreetSui listini il contagio è stato immediato. Wall Street ha chiuso mercoledì in calo, interrompendo quattro sedute di rialzi per Dow Jones e S&P 500 e cinque per il Nasdaq, dopo che i verbali della Federal Reserve hanno mostrato che la maggioranza dei membri considera probabile un altro rialzo dei tassi entro fine anno. In Asia il Kospi di Seul ha perso circa il 2%, Singapore il 3%, il Nikkei di Tokyo lo 0,9%. Il dollaro è ai massimi da diciotto mesi.Sui titoli di Stato pesa anche l’offerta, con le maxi-emissioni di debito annunciate da SpaceX, Broadcom e Oracle. Neppure il trimestre record di Samsung Electronics ha retto il titolo, sceso dell’1% a Seul: l’utile operativo stimato in 107.400 miliardi di won (80 miliardi di dollari), quasi nove volte quello di un anno fa e il primo sopra la soglia dei 100.000 miliardi per un gruppo tecnologico, è rimasto sotto le attese degli analisti.Da Teheran, nelle ultime settimane, sono arrivati solo segnali di chiusura. Il ministero degli Esteri ha definito gli attacchi americani alle petroliere un «crimine di guerra» e una «guerra economica»; il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha scritto su X: «Colpite i nostri asset e verrete colpiti». Il comando americano per il Medio Oriente ha rivendicato la distruzione di cinque petroliere legate ai Pasdaran, i Guardiani della rivoluzione.Per i mercati la partita si gioca sul calendario: il 3 novembre delle urne americane e la fine di novembre, quando è atteso nella regione il terzo gruppo d’attacco di portaerei guidato dalla USS Theodore Roosevelt, partita da San Diego con navi dei Marines e fino a 10.000 militari in più. Il 1° ottobre, alla notizia di quell’invio, il Brent era balzato del 4,4%.