ATENE — «Lo stretto di Hormuz è aperto. Esce quasi tanto petrolio quanto prima dell’inizio di questo conflitto. Quindi hanno perso completamente il controllo dello stretto». Il segretario di Stato americano Marco Rubio lo ha detto in mattinata (le 11 in Italia) ai giornalisti nella capitale greca, a margine del Dialogo strategico tra Stati Uniti e Grecia con il ministro degli Esteri George Gerapetritis. Meno di due ore dopo, da Teheran, Mohammad Reza Naghdi, consigliere anziano del comandante dei Pasdaran, ha replicato: «Lo stretto di Hormuz è chiuso e le forze armate ne hanno il pieno controllo. Questa situazione continuerà finché non saranno soddisfatte le legittime richieste dell’Iran».Al giorno 222 della guerra che oppone Stati Uniti e Israele all’Iran, le due capitali rivendicano lo stesso braccio di mare, il passaggio obbligato tra il Golfo Persico e l’oceano Indiano, e nello stesso giorno Teheran smentisce che esista un negoziato sul nucleare. Un alto funzionario iraniano coinvolto nei contatti indiretti ha detto a Reuters che «non ci sono stati negoziati tra Iran e Usa sul programma nucleare», che il diritto all’arricchimento è una «linea rossa» e che l’Iran «non rinuncerà mai» ad arricchire, anche se «i dettagli e la scala» si potranno discutere in seguito. Prima, ha aggiunto, Washington deve revocare il blocco navale dei porti iraniani.La smentita risponde al vicepresidente JD Vance, che martedì, in un’intervista alla stessa agenzia, aveva fissato le condizioni americane: l’Iran non deve «costruire combustibile altamente arricchito» e deve «fare qualcosa di significativo sulla capacità di arricchimento». «Se non vuoi un’arma nucleare, perché ti serve combustibile arricchito al 60%?», ha chiesto. Vance ha ammesso di non sapere con certezza chi decida davvero a Teheran e ha avvertito che gli Stati Uniti «non scambieranno parole con atti». Rubio, ad Atene, ha ribadito: «L’Iran non può avere un’arma nucleare, semplice, punto, fine della storia».Sui numeri dello stretto i due racconti si misurano. Secondo il centro britannico per il traffico marittimo, nei primi giorni di ottobre si contano già nove attacchi nello stretto, la metà di quelli registrati in tutto settembre tra Hormuz e Golfo Persico, riferisce Bloomberg. Domenica un proiettile ha colpito una petroliera e incendiato la sala macchine, senza feriti. Lunedì, a 11 miglia a nord di Khasab, nell’enclave omanita sulla punta della penisola arabica, i Pasdaran hanno intimato via radio a una petroliera in entrata di invertire la rotta «o sarebbe stata colpita». La nave ha obbedito.La rotta lungo l’OmanIl petrolio continua a uscire, come dice Rubio, ma non per la via di sempre. Le navi seguono una rotta meridionale lungo la costa dell’Oman, scortate dalla marina americana, e nel Golfo di Oman il greggio viene trasferito da nave a nave. Bob McNally, presidente della società di analisi Rapidan Energy e già consigliere per l’energia di George W. Bush, lo definisce «un modo inefficiente di muovere materie prime fuori da Hormuz»: «Nessuno a Washington pensa che sia sostenibile finanziariamente». Secondo la società di dati Kpler l’export petrolifero del Medio Oriente, Iran escluso, è tornato sopra i livelli prebellici; il Brent resta comunque oltre i 102 dollari al barile.Per l’Iran il conto è diverso. Il comando militare Usa ha reso noto che in dodici settimane di blocco navale 130 navi sono state respinte, tre disabilitate e 13 distrutte. I caricamenti di greggio iraniano sono scesi dai circa 2 milioni di barili al giorno di marzo ai 220-255 mila di agosto; il rial ha perso metà del suo valore in un anno e l’inflazione supera il 70%. Rubio ha parlato di un’economia «in caduta libera totale e completa». Il portavoce dell’esercito iraniano ha risposto annunciando che «se necessario» le forze armate condurranno «operazioni preventive».Il duello di dichiarazioni ha un calendario: il 3 novembre gli americani votano per le elezioni di metà mandato, e Trump nei giorni scorsi ha detto che gli Stati Uniti devono «chiudere la faccenda» con l’Iran, «nel modo gentile o in quello non tanto gentile». A Teheran la giornata coincide con l’anniversario del 7 ottobre: il capo di Stato maggiore delle forze armate Ali Abdollahi ha rivendicato il sostegno a Hamas, citando Soleimani, Nasrallah, Haniyeh e Sinwar.La frattura di oggi viene da lontano. A luglio è saltata una tregua di 60 giorni. All’Assemblea generale dell’Onu il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha proposto di riaprire lo stretto in sette giorni e riprendere i colloqui, con la mediazione del Qatar, in cambio della revoca del blocco, della sospensione delle sanzioni petrolifere e dello sblocco degli asset congelati: «non c’è soluzione militare». Il presidente Masoud Pezeshkian ha detto alla CBS che l’Iran riammetterebbe gli ispettori dell’Onu, ma «finché continuano a imporci questo ogni giorno è difficile fidarsi»; martedì, secondo i media di Stato iraniani, ha definito «privi di senso» i colloqui con Washington.Ad aprile era stato lo stesso Vance a dire alla CBS che Teheran aveva accettato di far uscire dal Paese l’uranio arricchito. E il 60% di cui parla oggi è la cifra che misura la distanza dall’accordo del 2015: sotto quell’intesa l’Iran era limitato al 3,75%; nel 2018 Washington ne uscì, con Trump alla Casa Bianca, e da allora Teheran ha accumulato le scorte che oggi il vicepresidente chiama «una questione di soglia molto elementare».