“Naza”, 5 motivi per cui non lo vedrò mai

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“Naza“, acronimo ebraico di “danni collaterali”, 515 sale italiane e da domani anche su Rai Storia. Un dispiegamento da campagna marketing articolata per un biglietto che vale come indulgenza plenaria per il popolo impegnato delle Ztl: pizza bio-vegan, obolo al banchetto della solidarietà che sgomita sul marciapiede davanti al cinema, e infine la pellicola, Tachipirina dell’anima per nobili spiriti progressisti che si ritrovano uguali tra gli uguali, in kefiah e coscienza stirata.Penso tutto il peggio possibile di questa operazione preparata con cura a tavolino. I registi, Yuval Abraham e Rachel Szor, ci mettono firma e faccia, ma sono solo loro a farlo. Sulle fonti il film tergiversa con albagia: 24 testimoni anonimi dell’Unità 8200, ripresi di notte sui tetti di Tel Aviv, identità occultata, senza un nome, un grado, un ruolo riscontrabile. L’esercito israeliano rileva che il film non indica obiettivi, date o luoghi specifici, e sostiene di non essere stato interpellato prima della diffusione. Il Guardian, che l’opera l’ha coprodotta, assicura che i suoi editor hanno visionato il materiale grezzo.Garanzia rispettabilissima, ma interna a chi il film lo ha prodotto: un controllo ridicolo che si autocertifica. Un racconto che pretende credito e rifiuta riscontri ha l’aspetto di un’inchiesta ma possiede la sostanza di un atto di fede, militante. La logica è disciplina propedeutica a tutto, anche al cinema. Eccone i capitoli.1.⁠ ⁠ L’AUTORITÀ SENZA VOLTOSi invoca la competenza di chi nessuno può interrogare su quella competenza. Un testimone che non si identifica non si smentisce, e un’affermazione che non ammette smentita ha già vinto prima di cominciare.2. IL PATETICO IN VESTE DI PROVANotte, tetti, voci camuffate, il contrasto con la vita ordinaria della città: scenografia di grande effetto e di assoluta inanità probatoria.3.⁠ LA GENERALIZZAZIONE ABUSIVASecondo l’IDF, le testimonianze riguardano soltanto le fasi iniziali dell’attività di intelligence, mentre il processo di pianificazione e approvazione di un attacco è assai diverso e assai più ampio. Prendere il primo anello di una catena e addebitargli l’intera catena è una sineddoche travestita da inchiesta.4.⁠⁠ IL VOCABOLO CARICONel film un intervistato anonimo pronuncia la parola genocidio. Il diritto la riserva a chi agisce con l’intento specifico di distruggere un gruppo in quanto tale, e una qualificazione di questa gravità non si delega a una voce contraffatta davanti a una telecamera.5.⁠ ⁠L’APPLAUSO COME PROVAPremio della giuria, ovazione di quasi venticinque minuti. L’entusiasmo della sala certifica la sensibilità degli spettatori ma lascia intatta la questione dei fatti e dei riscontriHo visto ben altro su questo tema specifico. Film come “We Will Dance Again” di Yariv Mozer, costruito sulle testimonianze di oltre una dozzina di sopravvissuti del Nova festival e sulle immagini girate dagli stessi miliziani di Hamas. E soprattutto “Supernova: The Music Festival Massacre” di Duki Dror e Yossi Bloch: cinquantadue minuti di terrore puro, montati con i filmati delle GoPro dei terroristi, dei telefonini delle vittime, delle telecamere di sorveglianza e delle dashcam, fino a ricostruire minuto per minuto la mattanza in cui persero la vita circa 365 persone e 40 vennero rapite. Lo spettatore entra avvisato e consapevole di stare per assistere a qualcosa di feroce e straniante, con la percezione che quei corpi siano veri, quelle urla autentiche, e autentica anche la ferocia dei carnefici ebbri di sangue. Qui le prove hanno un volto, un luogo e un’ora. Altrove solo il buio, l’anonimato e una voce contraffatta.Giulio Galetti, 11 ottobre 2026L'articolo “Naza”, 5 motivi per cui non lo vedrò mai proviene da Nicolaporro.it.