Il 6 ottobre Abdel Fattah al-Burhan ha ribadito che non intende negoziare con le Rapid Support Forces (RSF) e che l’esercito continuerà le operazioni fino a riconquistare il territorio sotto controllo dei paramilitari. Cornelia I. Toelgyes ne ha riferito il 10 ottobre su Africa Express. È una notizia. Ma le domande che apre sono più importanti della dichiarazione stessa: perché una guerra così devastante conserva le risorse per proseguire? Chi guadagna dal suo prolungamento? E che cosa, concretamente, dovrebbe contenere una tregua perché non diventi semplicemente una pausa per riarmarsi? Il Sudan combatte dal 15 aprile 2023. Al centro ci sono due strutture armate che avevano condiviso il potere e poi si sono scontrate per il controllo dello Stato e per le modalità della futura integrazione militare. Attorno a loro si sono progressivamente saldate reti commerciali, partner esterni, interessi sulla sicurezza del Mar Rosso e un’economia di guerra ormai radicata. Parlare esclusivamente di Burhan contro Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti, significa descrivere i comandanti senza spiegare il sistema che permette loro di combattere. 1. Perché Burhan respinge un cessate il fuoco di 90 giorni?Il piano avanzato dal consigliere statunitense Massad Boulos prevede una tregua di novanta giorni, seguita da un percorso negoziale e dalla ripresa della transizione civile. Khartoum sostiene che la proposta non garantisca preventivamente il ritiro delle RSF dalle aree urbane. Il consigliere Amjad Farid ha spiegato a Reuters che, senza tale condizione e senza controllo internazionale, una tregua potrebbe cristallizzare amministrazioni rivali, sul modello della frammentazione libica.La preoccupazione sull’assetto territoriale non è irrilevante: le RSF tentano di costruire istituzioni parallele nel Darfur, intorno a Nyala. Ma neppure la richiesta di condizioni più rigorose può giustificare, da sola, l’assenza di protezione immediata per i civili. La prima domanda negoziale dovrebbe essere meno ideologica e più verificabile: chi lascia quali città, entro quando e sotto quale controllo indipendente? 2. Una vittoria militare restituirebbe necessariamente lo Stato ai sudanesi?Non è affatto certo. La riconquista di un territorio è cosa diversa dalla ricostruzione di un’autorità riconosciuta, di tribunali funzionanti, servizi, amministrazioni e controllo civile delle armi. Anche la sconfitta di una delle parti non cancellerebbe automaticamente le milizie alleate, i circuiti di contrabbando o le rivalità locali.La storia recente dovrebbe indurre alla prudenza: la mobilitazione popolare del 2019 aveva aperto una prospettiva di transizione, interrotta dal colpo di Stato del 2021. Una pace che restituisse il monopolio politico a una sola struttura militare potrebbe interrompere alcuni combattimenti senza risolvere la crisi dello Stato. La risposta possibile è distinguere la cessazione della violenza dalla costruzione di un ordine costituzionale: i due processi devono procedere insieme, non essere confusi.3. Chi finanzia davvero la guerra: i governi o l’oro?La risposta è: entrambi, ma in forme da distinguere. Un’inchiesta di Chatham House descrive il commercio dell’oro come un meccanismo centrale di finanziamento delle due parti. Il controllo delle miniere e delle vie d’esportazione genera liquidità, influenza politica e capacità di acquistare beni e servizi. Le reti attraversano aree controllate dall’esercito e dalle RSF e coinvolgono commercianti, intermediari e paesi confinanti.L’anomalia è che le dipendenze economiche sopravvivono alle rotture diplomatiche. Secondo Reuters, nel primo semestre 2025 circa il 90 per cento dell’oro sudanese esportato legalmente era diretto agli Emirati Arabi Uniti, nonostante le accuse di Khartoum contro Abu Dhabi. Il dato riguarda gli scambi registrati, non tutto l’oro prodotto o contrabbandato. Non prova che un singolo acquisto abbia finanziato un crimine; prova quanto sia arduo separare le economie rivali dai mercati su cui entrambe fanno affidamento. Domanda inevitabile: quanto oro parte senza tracciabilità, chi lo raffina, chi lo assicura e quali istituti ne regolano i pagamenti? Finché queste domande resteranno secondarie, le dichiarazioni di pace rischiano di avere meno forza delle fatture commerciali.4. Gli Emirati sono una parte del problema o un interlocutore indispensabile?La missione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite, nel rapporto presentato a settembre 2026, ha individuato elementi per ritenere che reti di persone ed entità in Emirati, Ciad, Libia e Somalia abbiano facilitato il sostegno alle RSF con materiali, logistica, addestramento e personale. Il rapporto non equivale a una sentenza contro gli Stati menzionati; le autorità emiratine negano di sostenere militarmente le RSF e il Ciad respinge le accuse. È necessario rispettare questa distinzione, senza minimizzare il peso delle evidenze raccolte. L’Egitto, dal canto suo, mantiene legami stretti con le SAF ed esercita influenza attraverso le relazioni politiche e commerciali. Perciò l’idea di mediatori del tutto estranei agli interessi del conflitto è poco realistica. Più utile chiedere: quali impegni pubblici sono disposti ad assumere gli attori esterni su rotte, forniture, pagamenti e sanzioni, e chi ne verifica l’adempimento? 5. Se esistono embarghi, come continuano ad arrivare armi e specialisti?Gli embarghi non sono una barriera fisica. Sono norme che richiedono controlli doganali, informazioni finanziarie, collaborazione tra giurisdizioni e conseguenze credibili per chi le elude. Il rapporto ONU del settembre 2026 attribuisce a operatori stranieri un ruolo nell’impiego e nella manutenzione di sistemi d’arma avanzati; documenta inoltre attacchi con droni contro obiettivi civili da parte di entrambi gli schieramenti. I ricercatori segnalano che l’indagine sul sostegno esterno alle SAF è ancora a uno stadio iniziale. Gli Stati Uniti hanno sanzionato nel 2026 reti di reclutamento di ex militari colombiani collegate alle RSF e, nel giugno successivo, ulteriori reti di approvvigionamento e reclutamento riconducibili ai due fronti. Questo indica che i flussi non dipendono soltanto da consegne statali dirette: agiscono società, prestanome, intermediari e competenze professionali vendute oltre frontiera. L’intervento più concreto non sarebbe pubblicare un’ennesima condanna, ma rendere sistematica la cooperazione fra unità antiriciclaggio, autorità doganali e organismi sanzionatori, con pubblicazione dei risultati aggregati e possibilità di ricorso per chi fosse colpito erroneamente.6. Che cosa ha deciso davvero l’ONU l’8 ottobre?Il Consiglio di sicurezza ha adottato all’unanimità la risoluzione 2830, prorogando fino all’11 dicembre 2026 il regime sanzionatorio relativo al Darfur e fino all’11 gennaio 2027 il mandato degli esperti che lo sorvegliano. Non si tratta di un nuovo embargo esteso a tutto il Sudan. Una proposta statunitense per ampliare la portata territoriale delle restrizioni non ha trovato consenso, anche per le opposizioni di Russia e Cina.Qui emerge una frattura politica autentica. Alcuni governi temono che estendere l’embargo a tutte le parti indebolisca ulteriormente le forze regolari o alteri gli equilibri sul campo; altri ritengono impossibile contenere una guerra nazionale con divieti territorialmente limitati. Le ragioni possono essere discusse, ma la domanda resta: quale meccanismo alternativo impedisce davvero l’ingresso delle armi che finiscono contro ospedali, mercati e campi di sfollati?7. Perché il Darfur non può essere trattato come un fronte qualunque?La genealogia delle RSF rimanda alle milizie janjaweed mobilitate nella stagione di violenze iniziata in Darfur nel 2003; non ogni combattente di oggi coincide però con i responsabili di allora. Nel febbraio 2026 una missione ONU ha descritto le atrocità compiute durante la conquista di El Fasher del 2025 come condotte recanti gli elementi caratteristici di un processo genocidario, con particolare riferimento a comunità non arabe. Amnesty International, sulla base di testimonianze e materiale audiovisivo, ha documentato crimini contro l’umanità e persecuzioni su base etnica. Questi accertamenti sono gravi e non devono essere relativizzati per mantenere un’apparente equidistanza. Al tempo stesso, la missione ONU ha esaminato violazioni commesse anche dalle SAF, tra cui attacchi che avrebbero causato numerose vittime civili. La responsabilità penale è individuale e va accertata secondo le regole della giustizia; la protezione delle popolazioni, invece, non può aspettare la conclusione dei processi.8. Quanto è estesa la catastrofe umanitaria, al di là delle cifre più ripetute?UNICEF stima per il 2026 33,7 milioni di persone bisognose di aiuti, fra cui 17,3 milioni di bambini. L’analisi IPC del maggio 2026 collocava quasi 19,5 milioni di persone a livelli di insicurezza alimentare acuta di crisi o peggiori nel periodo febbraio-maggio; avvertiva anche che i periodi previsionali successivi coprivano un numero inferiore di aree e non permettevano semplici confronti nazionali. Sono numeri ottenuti con metodi, tempi e perimetri differenti: non vanno sommati né sostituiti l’uno con l’altro. Quanto ai morti, circolano stime molto divergenti, e il numero di oltre 200 mila citato nella cronaca non va presentato come un conteggio certificato. Il problema della sottoregistrazione è reale: molte zone restano inaccessibili e i decessi indiretti da fame e malattia sono difficili da misurare. Il 10 ottobre Associated Press ha riferito di 41 sfollati uccisi in un attacco attribuito alle RSF nello Stato del Nilo Azzurro, secondo Emergency Lawyers; la responsabilità specifica era ancora oggetto di attribuzione da parte della fonte. Un solo episodio mostra perché la precisione delle parole sia necessaria anche davanti all’orrore. 9. La fame è una conseguenza della guerra o anche uno strumento di pressione?Le due cose possono coesistere. Distruzione dei mercati, blocco delle vie commerciali, saccheggi, sfollamenti e impossibilità di raggiungere i campi riducono materialmente il cibo disponibile. Assedi e ostacoli imposti deliberatamente agli aiuti richiedono un esame specifico delle responsabilità. Nel 2025 l’IPC aveva classificato condizioni di carestia a El Fasher e Kadugli, con riferimento a quel periodo; le analisi successive hanno segnalato nuovi rischi, non un’identica classificazione in ogni località.Per questo una tregua che non consenta l’arrivo verificabile di alimenti, medicinali e acqua non è una tregua umanitaria. Sono necessari passaggi praticabili, calendari dei convogli, controlli di accesso indipendenti e pubblicazione delle consegne effettive; non soltanto annunci di corridoi mai aperti.10. I mediatori possono essere credibili se hanno interessi nella regione?Il Quartetto diplomatico riunisce Stati Uniti, Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. In parallelo opera il Quintetto formato da Unione Africana, IGAD, Lega Araba, Unione europea e Nazioni Unite, che promuove un processo politico sudanese inclusivo. A settembre 2026 i due formati hanno tenuto un incontro congiunto: dunque il problema non è mancanza di tavoli, ma convergenza su garanzie e strumenti di attuazione. La mediazione non richiede neutralità assoluta, spesso impossibile nella politica internazionale. Richiede invece obblighi verificabili, trasparenza su chi fa pressione su chi, e una regia che non escluda i civili sudanesi. Le organizzazioni delle donne, i sindacati, le reti professionali e i rappresentanti degli sfollati non possono essere convocati soltanto per ratificare accordi decisi dai generali. Il Quintetto ha riconosciuto la necessità di una partecipazione civile effettiva. 11. Quali risposte realistiche potrebbero essere sperimentate nei primi novanta giorni?Una misura già adottata offre un precedente concreto: il Consiglio dell’Unione europea, il 13 luglio 2026, ha introdotto divieti relativi all’oro originario del Sudan e alle forniture di alcuni prodotti impiegati nell’estrazione. L’obiettivo dichiarato è limitare le risorse dell’economia di guerra. La questione cruciale è l’effettiva applicazione, compresa la prova d’origine del metallo e il controllo delle triangolazioni commerciali. Un divieto sulla carta, se non accompagnato da tracciabilità e alternative di sostentamento legale, può lasciare spazio al contrabbando. Una proposta credibile avrebbe bisogno di sequenze verificabili, non di formule solenni. Nei primi trenta giorni: protezione dei presidi sanitari, cessazione degli attacchi ai siti umanitari, accesso documentato ai convogli, verifica indipendente delle violazioni e contatti militari limitati alla prevenzione di incidenti. Nei successivi sessanta: ritiro progressivo dalle aree civili concordate, controllo delle vie di rifornimento, pubblicazione dei movimenti di persone sfollate e avvio di un audit delle entrate minerarie e delle transazioni sospette, nel rispetto dei diritti dei minatori e delle popolazioni che dipendono dal commercio legale.Nessuna di queste misure è oggi un accordo sottoscritto: sono ipotesi operative da negoziare. La loro efficacia dipenderebbe da un mandato di monitoraggio, accesso sicuro degli osservatori, supporto logistico, criteri di verifica concordati, un sistema di reclamo accessibile e conseguenze applicabili per chi viola gli impegni. Senza tali requisiti, anche un calendario impeccabile rimane carta.12. Quale posto rimane alla giustizia e quale al futuro politico?La Corte penale internazionale ha giurisdizione sulla situazione del Darfur per effetto del rinvio del Consiglio di sicurezza del 2005 e indaga anche su possibili crimini commessi durante la guerra iniziata nel 2023 in quella regione; non significa che essa abbia automaticamente competenza sull’intero territorio sudanese. Le procedure giudiziarie non sostituiscono i negoziati, ma la rinuncia preventiva ad accertare responsabilità può rendere ogni accordo privo di legittimità. [21]C’è poi un passaggio più delicato: chi sarà autorizzato a decidere il futuro del Sudan? Se il tavolo rimane circoscritto ai titolari delle armi, la pace rischia di essere un contratto di spartizione. Se comprende una rappresentanza civile credibile e garanzie contro le rappresaglie, può diventare un percorso, pur difficile, verso istituzioni che non dipendano da chi possiede i droni o controlla le miniere.Esiste una domanda, infine, che andrebbe posta contemporaneamente a Burhan, Hemetti, ai rappresentanti di Washington, del Cairo, di Abu Dhabi e a ogni governo coinvolto: quale costo concreto siete disposti ad assumervi per fermare il commercio della guerra? Una risposta convincente dovrebbe contenere impegni verificabili, non soltanto dichiarazioni di principio.La diplomazia discute di tregue, le cancellerie discutono di influenze, i combattenti discutono di territorio. E i sudanesi continuano a discutere di pane, acqua, medicine e della possibilità di rivedere i propri figli.Una guerra non finisce perché tutti pronunciano la parola pace. Finisce quando combattere diventa più difficile che rispettarla. In Sudan, finora, sembra accadere il contrario.