Un’impresa su tre è straniera, più di sei arrestati su dieci non sono italiani, e nel distretto del pronto moda la legge sembra valere solo a intermittenza. Dopo la fotografia nazionale del rapporto Futurae, la seconda tappa della nostra inchiesta sulle imprese straniere non poteva che essere Prato: la provincia italiana con la più alta incidenza di imprenditori stranieri, diventata il simbolo di che cosa accade quando un’economia parallela cresce più in fretta della capacità dello Stato di controllarla.Prato, la Chinatown d’Italia in numeriSecondo i dati InfoCamere del progetto Futurae, a Prato le imprese straniere rappresentano il 33,7% del totale, contro l’11,6% della media nazionale, e i titolari cinesi sono il 67,2% degli imprenditori stranieri con impresa individuale. Nel settore delle confezioni, secondo i dati della Camera di commercio citati dal Post nell’agosto 2025, le aziende guidate da nati in Cina erano 4.836. I residenti di cittadinanza cinese superano i 32mila, ai quali si aggiungerebbero, secondo le stime, tra 20mila e 40mila irregolari.È su questa base che il Macrolotto è diventato quella che molti definiscono una Chinatown a cielo aperto: un distretto che produce a ritmi e costi incompatibili con quelli di qualunque impresa in regola. Una parte di questa vitalità è solo apparente. Il rapporto 2025 dell’Irpet su illegalità e criminalità organizzata stima che nelle confezioni pratesi il 18% delle imprese chiuda e riapra in continuità economica, con l’«utilizzo di prestanome per nascondere i legami in termini di assetti proprietari». È il sistema dell’«apri e chiudi»: aziende che lavorano due o tre anni senza versare l’Iva, spariscono e rinascono con un altro nome.Dormitori abusivi e sfruttamentoLa data simbolo è il 1° dicembre 2013, quando il rogo della ditta Teresa Moda uccise sette operai cinesi che dormivano nel capannone dove lavoravano. Da allora il piano regionale «Lavoro sicuro» ha controllato oltre 11mila imprese a Prato, con più di 26,5 milioni di euro di sanzioni. Le aziende in regola sono salite dal 20,2% al 70,4%, il che significa che, dopo dieci anni di ispezioni, quasi tre imprese su dieci sono ancora irregolari. Il direttore del piano, Renzo Berti, ha ammesso che il miglioramento è arrivato «più per paura dei controlli che per una reale educazione alla sicurezza».Il vantaggio competitivo del distretto ha un prezzo preciso. Secondo un’inchiesta della Nazione, una maglietta che altrove costa circa 10 euro di produzione nel Macrolotto ne costa circa 3. L’Irpet lo legge nei contratti: nelle confezioni il part time dichiarato è al 65%, contro il 31% atteso, segno di orari reali ben più lunghi e di salari pagati in nero. «Qui ci sono milioni di evasione fiscale tutti i giorni, un numero infinito di sfruttati», ha denunciato Juri Meneghetti della Cgil. È concorrenza sleale allo stato puro: chi paga contributi e sicurezza non può competere con chi li evita.La puntata precedente:Imprese straniere, il boom che i numeri non raccontanoDalla guerra delle grucce alla mafia cineseQuando un’economia sommersa raggiunge queste dimensioni, arriva chi vuole controllarla. Dal giugno 2024 Prato è stata teatro della «guerra delle grucce», poi diventata guerra della logistica: aggressioni, auto incendiate, una bara con la foto di un imprenditore lasciata davanti a un hotel e, nel febbraio 2025, pacchi incendiari esplosi in tre magazzini cinesi tra Prato, Seano e Campi Bisenzio, con episodi gemelli a Madrid e Parigi. Il procuratore capo Luca Tescaroli ha parlato di un «salto di qualità» della criminalità organizzata cinese, precisando che «il centro è Prato» e che «cercano di giocare un ruolo nelle campagne per le elezioni».L’Irpet colloca Prato come l’unica provincia toscana ad «alta esposizione» nell’indice delle attività illecite e scrive che la provincia «spicca fra le cinque province italiane con valori più elevati» di segnalazioni di operazioni sospette. Sul fronte fiscale, il regime doganale 42, che consente di sospendere l’Iva sulle merci destinate a un altro Paese Ue, è diventato un varco per le frodi. «Il regime 42 fa saltare il punto di controllo», ha spiegato Davide Bellosi, direttore regionale delle Dogane per Toscana e Umbria.Sicurezza e qualità della vita: i numeri del declinoGli effetti si vedono nelle statistiche sulla sicurezza. Secondo l’elaborazione del Sole 24 Ore sui dati del Viminale relativi al 2024, a Prato il 62% degli arrestati e denunciati è straniero, quasi il doppio della media nazionale del 34,7%, a fronte di una popolazione straniera di circa un quarto del totale. La provincia figura stabilmente tra le prime dieci in Italia nell’Indice della criminalità e nell’ultima classifica sulla qualità della vita è scivolata di sette posizioni, al 38° posto. Un dato che non si spiega con la nazionalità, ma con la quantità di persone che vivono e lavorano ai margini della legalità, tra irregolari, lavoro nero e affari criminali.Le responsabilità italiane e le regole che mancanoC’è però un pezzo della storia che spesso si tace. Per il rogo del Teresa Moda, nel 2016 il Tribunale di Prato ha condannato in primo grado anche i due fratelli italiani proprietari del capannone, che lo avevano affittato pur sapendolo inadatto. E tra i committenti del lavoro nero non ci sono solo imprenditori cinesi. Lo racconta un operaio pakistano di 26 anni: «Lavoravo ore e ore senza contratto, per padroni italiani, cinesi o di Singapore».La lezione di Prato, per chi crede nel mercato, è chiara: la libertà d’impresa presuppone regole uguali per tutti. Tescaroli ha chiesto una sezione della Direzione distrettuale antimafia a Prato e più magistrati e investigatori. «Le norme in Italia ci sono, basta applicarle con reale volontà politica», ha sintetizzato Meneghetti. Finché non accadrà, a pagare saranno gli imprenditori onesti, italiani e stranieri, e i cittadini. Nella prossima puntata ci spostiamo a Milano, prima piazza italiana dell’imprenditoria straniera.Enrico Foscarini, 11 ottobre 2026(continua)L'articolo Imprese straniere: a Prato mafia cinese e degrado proviene da Nicolaporro.it.