Trump, il conto arriva prima delle elezioni

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Un presidente può sopportare le critiche dell’opposizione, le manifestazioni di piazza e persino una lunga stagione di tensioni internazionali. Diventa più difficile, invece, convincere gli elettori che l’economia funzioni quando ogni settimana devono scegliere quali spese rinviare. È questo il problema politico che emerge dall’ultimo sondaggio Financial Times–Focaldata su Donald Trump, pubblicato l’11 ottobre 2026, a poche settimane dalle elezioni congressuali del 3 novembre. La rilevazione assegna al presidente un gradimento complessivo del 34%. Soltanto il 25% degli elettori registrati approva la gestione dell’occupazione e dell’economia; il consenso sulla gestione dell’inflazione si colloca intorno a un quinto degli intervistati. Il 45% ritiene che Trump renda più difficile ai candidati repubblicani vincere le elezioni di metà mandato. Nelle preferenze per il Congresso, i democratici risultano avanti di cinque punti. Sono dati importanti, ma non un risultato elettorale anticipato.Occorre anche correggere un equivoco che circola nelle sintesi social: valori come “meno 48” sull’inflazione o “meno 25” nel giudizio complessivo non indicano necessariamente un crollo di 48 o 25 punti rispetto alla precedente indagine. Si tratta di saldi fra giudizi positivi e negativi. Confondere un saldo netto con una variazione temporale rende il quadro più spettacolare, ma meno corretto. E un’analisi politica non ha bisogno di numeri deformati per risultare severa.Un secondo sondaggio, condotto da Pew Research Center fra il 28 settembre e il 4 ottobre su 5.062 adulti, rileva un’approvazione del 30% e una disapprovazione del 68%. Fra gli elettori registrati, Pew registra un vantaggio democratico di otto punti nelle preferenze per la Camera, con metodologia diversa da quella FT. Non è una contraddizione: istituti, campioni, formulazioni delle domande e modelli di partecipazione producono risultati differenti. La convergenza, piuttosto, è nel segnale politico di difficoltà.La questione centrale è economica. Negli Stati Uniti possono coesistere crescita del prodotto interno lordo, forti investimenti tecnologici e mercati finanziari elevati con una diffusa sensazione di impoverimento. Il PIL misura la produzione complessiva, non il margine che rimane sul conto corrente dopo affitto, mutuo, carburante, assicurazione sanitaria e alimentari. Un aumento della ricchezza finanziaria beneficia in misura maggiore chi possiede attività finanziarie; non si traduce automaticamente in un miglioramento del potere d’acquisto di tutte le famiglie.Un’analisi del Financial Times ha messo in evidenza questa divergenza: investimenti nell’intelligenza artificiale e consumi delle fasce più abbienti sostengono alcuni indicatori aggregati, mentre prezzi dell’energia, abitazioni e finanziamenti gravano sui bilanci domestici. Non significa che l’innovazione sia responsabile di ogni difficoltà. Significa che una fase di trasformazione tecnologica può produrre vincitori immediati e costi distribuiti in modo diseguale, soprattutto quando l’elettricità, le reti e il credito sono già sotto pressione.La guerra con l’Iran aggiunge un elemento che l’amministrazione non controlla interamente: la durata e il costo di una crisi internazionale. Gli aumenti del carburante si trasmettono ai trasporti, alla logistica e ai beni di consumo, pur con intensità e tempi diversi. La responsabilità politica per il costo della vita non coincide automaticamente con una responsabilità economica esclusiva: inflazione, prezzi mondiali e politiche precedenti concorrono ai risultati. Ma gli elettori giudicano soprattutto chi governa nel momento in cui pagano il conto.Il sondaggio Reuters/Ipsos del 9 ottobre aggiunge una dimensione rilevante: il 78% degli americani intervistati attribuisce almeno una parte degli aumenti dei prezzi alle politiche di Trump. È una percezione, non una dimostrazione causale. Tuttavia, in democrazia, la percezione diventa un fatto politico quando influenza la partecipazione e il voto. Un governo può contestare la lettura economica dei cittadini; non può ignorare indefinitamente la loro esperienza quotidiana.Il dato sull’immigrazione merita un’attenzione distinta. Il tema della sicurezza delle frontiere aveva rappresentato uno dei punti di forza della campagna trumpiana. Un saldo netto appena negativo su questo argomento suggerisce che la questione rimanga relativamente meno sfavorevole rispetto a inflazione e costo delle abitazioni. Non significa però che gli elettori abbiano abbandonato le proprie preoccupazioni migratorie: significa che, in questa fase, l’economia potrebbe avere un peso maggiore nella gerarchia delle urgenze.Le elezioni di metà mandato non sono un referendum nazionale unico. Ogni collegio della Camera ha candidati, dinamiche locali e livelli di partecipazione differenti; il Senato dipende soltanto dagli Stati nei quali si vota. Un vantaggio nazionale democratico non garantisce il controllo di entrambe le camere. Anche la fedeltà della base repubblicana rimane significativa: secondo il Financial Times, una larga maggioranza degli elettori trumpiani continua a prevedere di sostenere i candidati del partito. Il rischio per i repubblicani nasce dalla combinazione fra elettori incerti, affluenza avversaria e difficoltà nei collegi competitivi.La strategia democratica, secondo un’inchiesta Reuters del 10 ottobre, consiste anche nell’allargare il campo della competizione a distretti tradizionalmente repubblicani. L’obiettivo non è necessariamente conquistarli tutti: costringere l’avversario a spendere risorse in territori prima considerati sicuri può ridurre la capacità di difendere i seggi più vulnerabili. I repubblicani, dal canto loro, conservano capacità di raccolta fondi e organizzazione; e le promesse democratiche sul costo della vita dovranno essere sottoposte allo stesso esame critico riservato all’amministrazione.Le conseguenze internazionali dipenderanno dalla composizione del nuovo Congresso. Un’eventuale Camera democratica potrebbe intensificare il controllo sull’esecutivo, rendere più complessa l’approvazione di alcune misure fiscali e incidere sui negoziati di bilancio. Non cancellerebbe automaticamente i poteri presidenziali in politica estera, commercio o sicurezza nazionale. Per l’Europa, la questione riguarda dazi, difesa, Ucraina e rapporti economici; per il Mediterraneo, l’evoluzione del conflitto con l’Iran e la sicurezza energetica; per l’Africa, costo del credito, commercio e investimenti americani.Esiste infine un paradosso che va oltre la figura di Trump. Una parte dell’elettorato americano aveva sostenuto il presidente proprio per contestare élite economiche, globalizzazione e distanza fra istituzioni e cittadini. Oggi il governo deve spiegare perché alcuni indicatori mostrino dinamismo mentre tante famiglie non ne riconoscono i benefici. È una difficoltà che potrebbe presentarsi a qualunque amministrazione, di qualsiasi colore politico, se confondesse il successo dei mercati con il benessere della società.Non sappiamo chi vincerà il 3 novembre. Sappiamo però quale domanda rischia di decidere molti voti: non se l’America sia abbastanza potente, ma se gli americani riescano a vivere meglio. Il presidente può citare crescita, investimenti e primati tecnologici. L’elettore, entrando in un supermercato o ricevendo la rata del mutuo, dispone di un proprio sistema di rilevazione. E quel sondaggio, per un politico, è spesso il più difficile da contestare.