Tre articoli, pubblicati nel giro di pochi giorni, pongono una questione che va ben oltre Gaza e l’Ucraina.Il 5 ottobre Massimo Alberizzi, scrivendo su Africa Express del film NAZA, ha raccontato lo shock provocato dalle testimonianze di soldati israeliani, arrivando a un paragone durissimo con le giustificazioni ascoltate nei processi contro i criminali nazisti.Il giorno successivo Claudio Cerasa, sul Foglio, ha accostato Israele e Ucraina: due democrazie aggredite, due Paesi che difendono la propria esistenza, due frontiere della libertà occidentale.Alberizzi gli ha risposto il 7 ottobre osservando che in quella costruzione manca un protagonista: il popolo palestinese. E ha ricordato che Ucraina e Palestina non vivono la stessa guerra: l’Ucraina ha subito un’invasione; i palestinesi vivono da decenni all’interno di una questione irrisolta di occupazione, sovranità e autodeterminazione.Tutti questi argomenti contengono elementi di verità. Ma nessuno, preso da solo, basta.Il primo punto è semplice: l’Ucraina è stata invasa. Un esercito straniero ha attraversato un confine internazionale con l’obiettivo di occupare il territorio di uno Stato sovrano. L’Ucraina aveva e conserva il diritto di difendersi.Sul Medio Oriente il quadro è diverso.Il 7 ottobre 2023 Hamas ha attaccato Israele, massacrando civili e prendendo ostaggi. Colpire deliberatamente i civili rimane un crimine, indipendentemente dalle ragioni politiche, storiche o territoriali che lo precedono. Su questo non dovrebbe esserci ambiguità.Ma neppure il 7 ottobre può diventare la data dalla quale comincia tutta la storia.Prima esistevano la Cisgiordania, Gaza, gli insediamenti, l’occupazione, la mancata nascita di uno Stato palestinese e un conflitto che dura da generazioni.Nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha ribadito il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e ha giudicato illegale la continuazione della presenza israeliana nei Territori palestinesi occupati. Ha inoltre affermato che le esigenze di sicurezza di Israele non possono giustificare l’acquisizione permanente di territorio attraverso la forza.Questo dato non può essere eliminato dal racconto. Ma nemmeno può essere utilizzato per trasformare retroattivamente Hamas in un esercito di liberazione autorizzato a colpire chiunque.È qui che le categorie troppo semplici cominciano a fallire: aggressore e aggredito, oppressore e oppresso, vittima e carnefice. Sono parole necessarie per descrivere singoli momenti della storia. Diventano pericolose quando quei ruoli vengono attribuiti per sempre a interi popoli.Un palestinese non è Hamas. Un israeliano non è Netanyahu. Un russo non è Putin. E una popolazione civile non diventa responsabile delle decisioni del governo o dell’organizzazione armata che pretende di rappresentarla.C’è poi la questione della risposta israeliana. Essere stati aggrediti attribuisce il diritto di difendersi. Non attribuisce il diritto di fare qualsiasi cosa.Il diritto internazionale umanitario impone la distinzione tra civili e combattenti, l’adozione di precauzioni negli attacchi e il rispetto del principio di proporzionalità tra il danno civile prevedibile e il vantaggio militare concreto atteso. Sono regole che valgono per tutti, anche per chi ha subito per primo un attacco.Proporzionalità, però, non significa fare una divisione tra il numero dei morti israeliani e quello dei morti palestinesi. L’enorme numero delle vittime di Gaza dice molto sulla dimensione della tragedia e impone verifiche sulle modalità con cui la guerra è stata condotta. Ma la valutazione giuridica riguarda gli attacchi, gli obiettivi, le precauzioni adottate e il danno prevedibile per i civili.Ed è qui che emerge il limite sia della simmetria proposta da Cerasa sia della contrapposizione troppo netta tra oppressi e oppressori.Israele e Ucraina hanno entrambe diritto a esistere e a difendersi. Ma questo non cancella un terzo diritto: quello palestinese.Se riconosciamo agli ucraini il diritto alla sovranità, non possiamo considerare l’autodeterminazione palestinese una questione rinviabile all’infinito. Se riconosciamo ai palestinesi il diritto a uno Stato, non possiamo contemporaneamente considerare secondario il diritto degli israeliani a vivere senza la minaccia di un nuovo 7 ottobre.Il vero problema non è scegliere quale delle due cose sia più importante. È renderle compatibili.La sicurezza di Israele non può dipendere dall’occupazione permanente dei palestinesi. La libertà dei palestinesi non può dipendere dalla distruzione di Israele.Qui probabilmente si trova il punto che manca nel dibattito.L’Ucraina deve poter essere Ucraina. Israele deve poter essere Israele. La Palestina deve finalmente poter diventare Palestina.Non sono tre affermazioni incompatibili. Lo diventano soltanto quando il diritto internazionale viene invocato per i nostri amici e relativizzato per gli altri.È allora che non stiamo più difendendo un principio. Stiamo scegliendo una bandiera. E le bandiere, nelle guerre, hanno già prodotto abbastanza morti.