L’Ue fissa un tetto di 350.000 auto ibride cinesi l’anno: quelle in più restano ferme in dogana

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BRUXELLES — Ferme in porto, non tassate. Le auto ibride cinesi che supereranno la soglia non pagheranno un dazio in più: resteranno bloccate in dogana negli scali europei, in attesa dell’anno successivo. È il meccanismo del tetto di 350.000 vetture l’anno che la Commissione europea ha confermato oggi, in vigore dal 1° dicembre per quattro anni, frutto dell’intesa chiusa a Pechino giovedì e venerdì scorsi.La quota, riferisce il Guardian, dimezza la fetta di mercato delle ibride cinesi nell’Unione, dal 6 al 3 per cento, in un anno in cui dalla Cina sono attese circa 800.000 auto fra elettriche a batteria e ibride ricaricabili. Il limite cresce del 6 per cento l’anno a partire dal secondo. Bruxelles ha scelto una misura di salvaguardia prevista dall’Organizzazione mondiale del commercio (Omc), che si applica senza le lunghe inchieste richieste dall’antidumping. Per rispettare il divieto di discriminazione il tetto vale sulla carta per tutte le origini.Il caso chiude una falla aperta due anni fa. Dal 2024 l’Unione applica dazi fino al 35,3 per cento sulle elettriche a batteria cinesi, ma le ibride ricaricabili erano rimaste esenti. I costruttori hanno spostato lì le vendite: nel primo semestre del 2026 l’export cinese di ibride verso i Ventisette è triplicato, a 7,5 miliardi di dollari. Tre gruppi, BYD, SAIC e Chery, coprono oltre il 90 per cento di quei volumi; Volkswagen resta il primo venditore di ibride plug-in in Europa con poco meno di un terzo del mercato.L’accordo esenta le auto cinesi assemblate dentro l’Unione, oggi in Ungheria e in futuro in Spagna, mentre sottopone alla quota le vetture di marchi europei prodotte in Cina. Pechino ottiene in cambio il dimezzamento dei dazi europei su scarpe, gelati e olio d’oliva e la cancellazione di alcune tariffe sulla componentistica auto, un pacchetto di export da circa 4 miliardi di euro. Nell’elenco cinese dei sedici «risultati condivisi» figurano anche le licenze sulle terre rare e sui magneti permanenti.Il commissario al Commercio Maroš Šefčovič ha detto venerdì che l’intesa toglierà dal mercato «diversi milioni di auto in quattro anni». Il ministero del Commercio cinese ha risposto lunedì con la propria lettura: l’accordo garantisce «spazio di export e crescita stabile», assicura alla Cina una quota non inferiore a quella di qualsiasi altra origine e la base di calcolo è «in aumento» rispetto al 2025, quando le ibride importate dalla Cina sono state 302.000. Lo stesso numero viene così presentato come un tetto a Bruxelles e come un pavimento a Pechino.Il 18 settembre il ministero aveva bollato le restrizioni volontarie all’export come una «grave violazione» delle regole dell’Omc, il giorno dopo l’anticipazione del Financial Times sulla richiesta europea di tenere le ibride cinesi al 15 per cento del mercato. Oggi la Cina chiede solo che l’Unione non discrimini le sue imprese.Le fabbriche in UngheriaGli analisti leggono il compromesso con cautela. Per Jefferies il rischio dazi è uscito di scena e «il rischio quota è entrato»; Citi parla di un rialzo di sollievo in Borsa, con regole di attuazione, tetti di volume ed eventuali prezzi minimi ancora da scrivere. Bill Russo, fondatore della società di consulenza Automobility di Shanghai, ha detto a Reuters che la quota «rafforza l’incentivo dei costruttori cinesi a produrre in Europa», mentre «i marchi più piccoli potrebbero ripensare le loro ambizioni europee». A Hong Kong BYD ha chiuso in calo dell’1,8 per cento, Chery e SAIC in lieve rialzo.Il tetto cade in un mese in cui l’industria cinese vive di export. A settembre le auto passeggeri spedite all’estero sono cresciute del 64 per cento sull’anno, a circa 919.000 vetture, secondo l’associazione dei costruttori cinesi, mentre le vendite interne sono scese del 27 per cento. «Non si può pensare che BYD o gli altri esportino così tante auto senza incontrare dazi o resistenze dei governi stranieri», ha osservato Xiao Feng, analista di CITIC CLSA.Stella Li, vicepresidente esecutivo di BYD, ha definito la geopolitica «la sfida maggiore» dell’espansione estera, parlando al forum del Milken Institute a Singapore, e ha elencato le fabbriche in Thailandia, Indonesia, Brasile e Ungheria. L’intesa arriva ora sul tavolo dei capi di Stato e di governo, riuniti a Bruxelles il 15 e 16 ottobre. Oggi, a Parigi, ha aperto il Salone dell’auto.«Vediamo se la Cina rispetta l’accordo o trova delle scappatoie», ha detto a Reuters il consulente del settore Michael Dunne.