Quando affittare una casa diventa sospetto, una crisi abitativa si trasforma in una crisi della libertà. Lo ha appena raccontato Pablo Sempere su El País: in Spagna la protesta contro il caro affitti ha cambiato bersaglio.Capovolgimento della realtà economicaNon più soltanto i grandi fondi, ma i singoli proprietari, ai quali si rimprovera non un abuso, quanto il reddito ricavato da un bene legittimamente posseduto. In piazza si grida che i proprietari “rubano lo stipendio” agli inquilini. La proprietà, da diritto, viene trasformata addirittura in una colpa!Un dato dovrebbe incrinare questa narrazione: secondo la Banca di Spagna, il 76 per cento dei proprietari privati che affittano possiede un solo immobile locato e un altro 15 per cento ne possiede due. Ecco i presunti dominatori del mercato: famiglie che hanno risparmiato, acquistato o ereditato e offrono ad altri un’abitazione. Non sono loro ad aver inventato la scarsità. Quando decidono di affittare, contribuiscono semmai ad attenuarla. Dipingerli come nemici degli inquilini è un capovolgimento della realtà economica.Si può anche rilevare che l’aumento dei canoni sia un problema serio per chi cerca casa. Nondimeno, la gravità del problema non autorizza a inventarne le cause. Se in una città la domanda di abitazioni cresce più rapidamente dell’offerta, i prezzi salgono. Non per improvvisa avidità: il miglior corrispettivo si cercava anche quando gli affitti erano più bassi. È cambiato il rapporto tra case disponibili e persone che le cercano.Il prezzo non crea la scarsità: la segnala. Punire chi lo pratica significa scambiare il sintomo per la malattia. In proposito, già nel 1946 Milton Friedman e George Stigler, riprendendo le acquisizioni della teoria economica austriaca, avevano formulato una conclusione che conserva intatta la propria forza ancora oggi: “I tetti ai canoni non fanno nulla per alleviare questa scarsità. Anzi, è molto più probabile che la perpetuino”. Ottant’anni dopo, la politica spagnola sembra determinata a dimostrarne nuovamente la fondatezza.Eppure, una parte della politica e dell’accademia propone proprio questo: tetti ai canoni, proroghe imposte, penalizzazioni fiscali, limitazioni alla disponibilità degli immobili. Nel reportage del giornale spagnolo alcuni studiosi sostengono persino che occorra impedire alla casa di essere una forma di investimento. Con quale diritto si decide che un individuo possa impiegare i propri risparmi in azioni o imprese, ma non in un alloggio da concedere in locazione? Chi recupererà e manterrà gli immobili in locazione, se il rendimento diventa una colpa?Si vuole più offerta, e nonostante ciò si colpiscono gli incentivi a offrirla. Si chiedono nuove abitazioni e si guarda con ostilità a chi potrebbe finanziarle. Certo, sulla disponibilità di case incidono anche vincoli urbanistici, lentezze amministrative, costi di costruzione e concentrazione della domanda. Proprio per questo occorre rimuovere gli ostacoli alla costruzione e al recupero, garantire certezza contrattuale, lasciare spazio all’iniziativa. La scarsità si combatte moltiplicando le alternative, non disciplinando con la forza quelle esistenti.Il pericolo del socialismo abitativoIl punto più inquietante, però, precede l’economia. È la pretesa che il bisogno di una persona autorizzi il potere politico a disporre dei beni di un’altra. Il bisogno di abitare merita attenzione; non conferisce un titolo sulla proprietà altrui. Un affitto non è un furto legalizzato: è uno scambio volontario, nel quale chi possiede un bene ne concede l’uso e chi ne ha necessità corrisponde un prezzo. Si può negoziare, non si può pretendere che chi possiede diventi il servitore obbligato di chi domanda.La caccia ai “rentistas” è il rifugio del socialismo abitativo: indicare un volto da odiare anziché spiegare perché nelle grandi città manchino abitazioni. Più semplice promettere di piegare i proprietari che rendere edificabili nuove aree, abbreviare procedure, consentire all’offerta di reagire alla domanda.Il conflitto fra locatore e inquilino diventa un diversivo politico: due persone che potrebbero accordarsi vengono spinte a considerarsi nemiche, mentre lo Stato si propone come salvatore dai guasti che i suoi interventi possono aver contribuito ad aggravare.Diritto di proprietà svuotatoE non è soltanto una questione spagnola. L’espropriazione comincia anche senza trasferire il titolo di proprietà: basta svuotare il diritto di disporne. Oggi il potere stabilisce quanto puoi chiedere per la tua casa; domani per quanto tempo devi affittarla; poi a quali condizioni puoi recuperarla. Non importa se il proprietario sia ricco o simpatico. Conta chi abbia l’ultima parola su un bene legittimamente acquisito: il suo titolare o il politico di turno.Friedrich A. Hayek aveva individuato la via d’uscita con una chiarezza che conserva intatta la propria attualità: “La condizione indispensabile per uscire dalle difficoltà attuali è un rapido ritorno a un mercato libero delle abitazioni“. È precisamente la direzione opposta a quella imboccata dalla politica spagnola (che non è dissimile da quella di altri Paesi), che pretende di risolvere la scarsità restringendo ulteriormente la libertà di chi potrebbe contribuire a superarla.Chi cerca casa non ha bisogno di un nemico da punire, ma di più case tra cui scegliere. È la concorrenza tra offerte, non la persecuzione dei proprietari, a rafforzare la posizione degli inquilini.La caccia al proprietario non costruisce un solo appartamento. Può soltanto rendere meno conveniente metterlo in affitto. Il potere può imporre un canone sulla carta; non può decretare l’esistenza delle case che mancano.L'articolo La caccia al proprietario non farà comparire nuove case proviene da Nicolaporro.it.