BRASÍLIA — Il 2 per cento di tutti i gas serra emessi nel mondo dall’inizio dell’era industriale a oggi. È questa la quota che la procura brasiliana attribuisce a Shell, e su questa quota ha costruito la causa civile depositata venerdì 9 ottobre contro la filiale brasiliana della compagnia petrolifera anglo-olandese: 108 milioni di dollari, poco meno di 100 milioni di euro, per i danni delle alluvioni che nella primavera del 2024 devastarono il Rio Grande do Sul.Il ragionamento dell’accusa, contenuto nel documento giudiziario visionato dall’agenzia France Presse, è lineare: Shell deve rispondere dei danni «in proporzione al suo contributo al riscaldamento globale». Il Rio Grande do Sul, lo Stato più meridionale del Brasile, con capitale Porto Alegre, fu sommerso da piogge torrenziali tra aprile e maggio 2024: quasi 200 morti, 500.000 sfollati, distruzioni senza precedenti. La somma chiesta copre i danni materiali e quelli morali.«Questa azione civile mira a far rispondere la società convenuta, per le sue responsabilità ambientali e climatiche, dei danni collettivi materiali e morali derivanti dall’evento meteorologico estremo che ha colpito lo Stato del Rio Grande do Sul», scrive il ministero pubblico, l’equivalente brasiliano della nostra procura. L’azione è promossa insieme all’Instituto Preservar, una ong ambientalista del Paese.La novità non sta nell’argomento ma in chi lo sostiene. Le cause contro i grandi gruppi petroliferi per i danni del clima si sono moltiplicate negli ultimi anni, ma finora le hanno intentate ong, comunità locali e privati cittadini. «È la prima volta che una procura nazionale fa causa a una grande compagnia petrolifera per un disastro climatico», ha detto all’agenzia francese Maria Antonia Tigre, direttrice del contenzioso climatico globale al Sabin Center, il centro di studi sul diritto del clima della Columbia University di New York.Shell non ha commentato la causa. Nei resoconti di sabato mattina non compare alcuna posizione della compagnia, né sulla richiesta di risarcimento né sul criterio della responsabilità proporzionale alle emissioni.Il frigorifero di Porto AlegreIl 26 maggio 2024, in una strada allagata di Porto Alegre, un uomo di nome Sander Diego spingeva un frigorifero sfondato trasformato in barca, con dentro la spesa per la famiglia. La fotografia, scattata da AFP, fece il giro del mondo e divenne l’immagine di quelle settimane: quartieri interi sott’acqua, l’aeroporto chiuso per mesi, centinaia di migliaia di persone fuori casa.«I costi dei danni climatici non devono ricadere soltanto sulla società e su chi ha perso tutto nella tragedia», ha detto Thales Miola, avvocato dell’Instituto Preservar. La tesi della procura e della ong è che quei costi vadano ripartiti con chi ha contribuito a produrre il riscaldamento che rende più violente le piogge estreme.Shell è già alla sbarra altrove. Nel Regno Unito l’hanno citata le vittime di un tifone nelle Filippine. In Germania il contadino peruviano Saúl Luciano Lliuya ha portato in tribunale il colosso energetico RWE, chiedendo che pagasse una parte delle opere di difesa della sua città dal rischio di esondazione di un lago glaciale: i giudici hanno respinto la sua richiesta, ma hanno stabilito che un grande emettitore può in linea di principio essere chiamato a pagare per i danni del clima. È su quel varco che si innesta il caso brasiliano.«I grandi inquinatori, che contribuiscono in modo significativo alle emissioni di gas serra e al cambiamento climatico, devono rispondere anche loro delle perdite che aiutano a causare», si legge nel comunicato dell’Instituto Preservar.