Quasi 700mila imprese e oltre 16mila in più in appena sei mesi. Il nuovo aggiornamento del progetto Futurae, promosso dal ministero del Lavoro e da Unioncamere con i dati del Registro delle imprese elaborati da InfoCamere, consegna una fotografia che il comunicato ufficiale definisce senza esitazioni come quella di «un fenomeno ormai radicato nel tessuto economico italiano». Al 30 giugno 2026 le imprese straniere erano 677.188, l’11,6% del totale delle attività registrate, e il 79% faceva capo a cittadini di Paesi extra Ue. Numeri che vengono letti come un successo. Ma dietro il saldo positivo c’è un’Italia molto più complessa, che questa inchiesta a puntate proverà a raccontare città per città, partendo proprio dai dati.Un saldo positivo che nasconde un turnover altissimoTra gennaio e giugno sono nate 37.140 nuove imprese straniere, mentre 21.043 hanno cessato l’attività. Il saldo è di 16.097 unità. Il dato che però merita attenzione è il turnover: in un solo semestre le aperture equivalgono a circa il 5,5% dell’intero stock, e per ogni cento imprese nate 57 hanno chiuso. Non solo. Il comunicato precisa che le cessazioni sono conteggiate «al netto delle cancellazioni d’ufficio», cioè senza le imprese rimosse dal Registro perché di fatto inattive. Il ricambio reale, insomma, è ancora più elevato.Un ricambio così rapido racconta un’imprenditoria dinamica, ma anche fragile e, in alcuni casi, opaca. È il terreno su cui prospera il fenomeno delle partite Iva «apri e chiudi», aperte per pochi mesi, utilizzate per emettere fatture o accumulare debiti con il fisco e poi abbandonate. Contro questa pratica la legge di Bilancio 2023 ha introdotto controlli mirati e l’obbligo, per chi riapre dopo una chiusura d’ufficio, di una fideiussione bancaria di almeno 50mila euro per tre anni. Le cessazioni d’ufficio disposte dall’Agenzia delle Entrate sono passate da 1.221 nel 2023 a circa 6mila nel 2024. Un segnale che il problema esiste e che lo Stato ha iniziato a prenderne le misure.Il profilo dell’imprenditore stranieroIl rapporto sottolinea la crescita delle società di capitale, aumentate dell’11% in un anno e ormai oltre quota 160mila. È il segnale più incoraggiante, perché indica imprese più strutturate e patrimonializzate. Tuttavia il cuore del fenomeno resta un altro: le imprese individuali, che rappresentano circa il 70% del totale. Si tratta per lo più di micro attività con capitale minimo, concentrate in settori a basse barriere d’ingresso come il commercio al dettaglio, l’edilizia e la ristorazione, dove la concorrenza si gioca quasi esclusivamente sul prezzo.Lo conferma anche la Fondazione Leone Moressa, che nel Rapporto 2025 sull’economia dell’immigrazione colloca gli imprenditori immigrati soprattutto in costruzioni, commercio e alimentazione, con una crescita del 24,4% tra il 2014 e il 2024 a fronte di un calo del 5,7% degli imprenditori italiani. Una dinamica che nei settori più esposti alla concorrenza sul prezzo pone una domanda semplice: quanta parte di quel vantaggio competitivo deriva dall’efficienza e quanta da costi compressi su contratti, sicurezza e fisco?Le comunità: marocchini, romeni e cinesi in testaPer capire chi c’è dietro i numeri, spiega il rapporto, «bisogna guardare alle imprese individuali, l’unica forma giuridica che consente di collegare l’impresa alla nazionalità del titolare». Le comunità più numerose sono quella marocchina, con 53.364 titolari, quella romena, con 52.541, e quella cinese, con 50.166. Insieme valgono il 32,4% dei titolari stranieri. Seguono Albania, Bangladesh e Pakistan, con il 20%, poi Egitto, Nigeria e Senegal, con il 10,5%.Ogni comunità ha una propria specializzazione. I marocchini sono concentrati nel commercio, con le quote più alte nelle province dello Stretto, tra Catanzaro, Reggio Calabria e Messina. I romeni puntano sulle costruzioni, soprattutto tra Viterbo, Torino e Cremona. I cinesi presidiano manifattura e servizi ricreativi e toccano il record a Prato, dove rappresentano il 67,2% dei titolari stranieri individuali. Una geografia che non è solo economica: dove una comunità domina un settore, il rischio è che il mercato si chiuda e che le regole comuni cedano il passo a quelle interne al gruppo.Nord e Sud a velocità diverseLa distribuzione territoriale ricalca le fratture del Paese. La Lombardia concentra 136.603 imprese straniere, davanti a Lazio (77.355) e Toscana (66.553), e il Nord Ovest, con il 32,7% del totale, cresce dell’1,5% annuo. In termini di incidenza, però, le regioni più «straniere» sono la Liguria (17,6%) e la Toscana (17,1%). A livello provinciale il primato spetta a Prato, con il 33,7%, seguita da Trieste (20,8%) e Imperia (18,8%).All’opposto, nel Mezzogiorno le imprese straniere calano del 3,6%, con flessioni marcate in Campania e Calabria. Un dato che smentisce la narrazione secondo cui l’imprenditoria straniera sarebbe la leva per rilanciare i territori in difficoltà: le imprese seguono i mercati più ricchi, e dove l’economia ristagna anche chi arriva da fuori fatica a restare.Perché i numeri non bastanoUn’economia aperta è una risorsa, e chi investe, assume regolarmente e paga le tasse contribuisce alla ricchezza del Paese indipendentemente dal passaporto. Ma il numero delle imprese non è un indicatore di qualità. Nel 2025, secondo l’Osservatorio sulle partite Iva del ministero dell’Economia, il 21,6% delle nuove aperture è stato operato da soggetti nati all’estero, in un contesto in cui quasi una partita Iva su due sceglie il regime forfettario. Quanta di questa vitalità produce valore, occupazione regolare e gettito, e quanta invece alimenta economia sommersa, concorrenza sleale e degrado urbano?È la domanda da cui parte questa inchiesta. Nelle prossime puntate andremo a vedere che cosa c’è dietro le statistiche nelle città dove il fenomeno è più evidente: Prato, il distretto del pronto moda diventato la Chinatown d’Italia; Milano, capitale economica e prima piazza dell’imprenditoria straniera; Roma, tra minimarket, rimesse e quartieri che cambiano volto; e infine Napoli e Caserta, termometri di un Sud dove le imprese straniere arretrano ma i problemi restano. Perché un mercato libero funziona solo se le regole valgono per tutti.Enrico Foscarini, 10 ottobre 2026(continua)L'articolo Imprese straniere, il boom che i numeri non raccontano proviene da Nicolaporro.it.