Cercasi una sana ispirazione dalle persone con disabilità

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Era il 2014 quando l’attivista australiana Stella Young coniò il termine “inspiration porn”, ossia la riduzione ad oggetto (di ispirazione) della persona con disabilità a favore delle persone senza disabilità. Nel corso degli anni la definizione è diventata sempre più estesa e conosciuta e oggi molti attivisti (Iacopo Melio e Valentina Tomirotti i primi nomi che mi vengono in mente) si battono contro questo atteggiamento.È sicuramente interessante che per “inspiration porn” non si intenda solo la riduzione ad oggetto di ispirazione; l’espressione allude infatti ad altri aspetti forse non subito riconoscibili. Il primo è il fatto di non consultare mai la voce dei diretti interessati. L’inspiration porn è unidirezionale e questa unilateralità fa dimenticare proprio che, davanti, abbiamo una persona. Con disabilità, d’accordo, ma sempre di persone si tratta.Il secondo aspetto è ancora più sullo sfondo, anzi dentro di noi, talmente cristallizzato che se qualcuno non lo tira fuori non ce ne accorgeremo mai: guardare alla disabilità come ad un salto in alto dove l’unica cosa che conti, neanche fossimo tutti Tamberi, è oltrepassare l’asta. Ma la disabilità non è un ostacolo da evitare, da cui distogliere lo sguardo o di cui vergognarsi e altre mille cose negative ancora: è una condizione. Non si schiva, non si salta, non si supera col mantello di un supereroe ma si affronta. Ci si convive.(Tra l’altro, e metto volutamente tutto tra parentesi, un atleta dovrebbe ispirarmi per le sue gesta sportive, non perché ha una disabilità. Tamberi – oggi ci fa comodo e restiamo con lui – mi ispira per il suo gesto sportivo: un atleta paraolimpico ispira solo per il suo gesto sportivo? Me lo chiedo in continuazione e fatico a trovare una risposta certa).Ma torniamo a noi, al concetto di ispirazione. Quale dovrebbe essere, oggi, l’ispirazione che ci danno le Persone con disabilità? Nessuna, ma proprio nessuna. Così come le persone (tutte) ci possono suscitare i più diversi sentimenti, dalla simpatia all’antipatia, dall’ammirazione alla presa di distanze, lo stesso dovrebbe accadere anche con le persone con disabilità. Un cieco può risultare di atteggiamento ostile, un altro cieco può essere empatico e accogliente. Lo so, avete compreso al volo, e la domanda vera è: come arriviamo a non farci distrarre dalla condizione della persona con disabilità? Non è mica facile ignorare una sedia a rotelle o una situazione invisibile che non siamo pronti a gestire! La verità è che l’unico mezzo per arrivare a un approccio senza pre-giudizi è l’allenamento.Se lo vogliamo veramente (così come una persona sedentaria una sera dice a sé stessa “Voglio fare la maratona di New York”), dobbiamo allenarci. E, come per ogni allenamento che si rispetti, anche questo è difficile. Si suda, si inciampa, i risultati non arrivano subito. Ma poi, un giorno, parlando col “disabile di turno”, ci accorgeremo che la sua condizione c’è, eccome, ma quasi l’avevamo messa da parte perché immersi in una discussione in cui pensavamo di avere ragione entrambi… Ecco, adesso qualcosa di veramente importante per le nostre vite sta cambiando. Per noi, che restringeremo la percentuale della disabilità altrui ad uno spicchio accettabile, se non nullo, e per le persone con disabilità, che smetteranno di ritrovarsi in una giostra senza che nessuno le abbia mai invitate a salire.E allora, come fa il nostro Tamberi che ci ha accompagnato in questo post, proviamo a saltare il vero ostacolo, che non è la disabilità, ma la difficoltà di arrivare ad un approccio più maturo e al passo coi tempi. Un cambio di prospettiva che aiuti tutti noi a ragionare non nel termine del pietismo riparatore, ma in quello che guarda alle lacune di accessibilità, fisica e culturale, che ostacolano la piena partecipazione di ogni persona.