I talebani afghani starebbero trasferendo migliaia di combattenti stranieri nelle province settentrionali del Paese, con l’obiettivo di rafforzare il controllo militare del territorio e consolidare la propria influenza sulle risorse minerarie. È quanto sostiene un’anteprima investigativa pubblicata l’8 ottobre da Ajmal Sohail, che descrive un presunto sistema di collaborazione tra i servizi d’intelligence talebani, organizzazioni jihadiste e attività estrattive nel Badakhshan. Secondo la ricostruzione, la Direzione generale dei servizi d’informazione afghani avrebbe predisposto il trasferimento di militanti dalle regioni meridionali e orientali verso il Nord, attraverso un ordine attribuito a Tajmir Jawad, indicato come vicedirettore dell’apparato. L’operazione coinvolgerebbe uomini appartenenti al Movimento islamico dell’Uzbekistan, al Partito islamico del Turkestan, al Movimento dei talebani del Pakistan e ad Al-Qaida. I combattenti verrebbero integrati nelle strutture militari talebane, ricevendo stipendi e una partecipazione ai proventi delle miniere d’oro presenti nella regione. La ricostruzione attribuisce inoltre ad Abu Bakr al-Badakhshani un ruolo di collegamento con Al-Qaida.Si tratta tuttavia di accuse che non risultano confermate da verifiche indipendenti. L’anteprima pubblicata contiene parti oscurate e non permette di autenticare la presunta direttiva, stabilire il numero effettivo dei combattenti coinvolti o verificare i ruoli attribuiti ai responsabili indicati. Anche la versione inglese del documento, ricostruita mediante intelligenza artificiale, non può sostituire l’esame del testo originale e della sua provenienza. Esistono però elementi documentati che rendono rilevante la questione dei rapporti tra il governo talebano e le organizzazioni jihadiste straniere. Il rapporto S/2025/71 delle Nazioni Unite descriveva un ambiente favorevole alla presenza di Al-Qaida in Afghanistan, riferendo di protezioni offerte da apparati talebani e di sostegno al Movimento dei talebani del Pakistan. Il documento segnalava inoltre collegamenti tra organizzazioni straniere e il loro coinvolgimento nelle operazioni contro la branca regionale dello Stato islamico. Queste informazioni confermano l’esistenza di rapporti tra i talebani e diversi gruppi armati, ma non costituiscono una prova del trasferimento di combattenti e dell’assegnazione di ricavi minerari descritti da Sohail.Se confermata, l’operazione avrebbe innanzitutto un significato militare interno. L’inserimento di combattenti stranieri nelle unità talebane potrebbe consentire alla leadership di Kabul di rafforzare la propria presenza nelle province settentrionali, riducendo il peso delle reti armate e dei comandanti locali. Militanti che dipendono dalle autorità centrali per protezione, finanziamenti e accesso alle risorse potrebbero infatti costituire uno strumento per consolidare il controllo del territorio. Questo meccanismo non eliminerebbe tuttavia le rivalità tra organizzazioni, né le differenti finalità politiche dei gruppi coinvolti. Il Badakhshan rappresenta un’area particolarmente delicata per gli equilibri interni afghani. Una ricostruzione giornalistica del luglio 2026 aveva segnalato attacchi delle formazioni armate contrarie ai talebani, tensioni etniche e contrasti legati allo sfruttamento delle risorse minerarie. Gli analisti interpellati descrivevano comunque un’insorgenza ancora limitata, non in grado di minacciare nell’immediato il controllo nazionale esercitato dai talebani. Un eventuale rafforzamento militare del Nord potrebbe quindi rispondere alla volontà di prevenire un aumento dell’instabilità, senza indicare necessariamente una crisi imminente del governo di Kabul.Le organizzazioni che sarebbero coinvolte nel trasferimento mantengono inoltre obiettivi differenti. I talebani afghani esercitano il potere sul territorio nazionale, mentre il Movimento dei talebani del Pakistan conduce prevalentemente la propria attività contro Islamabad. Al-Qaida conserva invece una dimensione ideologica e operativa transnazionale. La collaborazione tra queste organizzazioni non implica quindi una completa coincidenza di interessi. Il trasferimento di combattenti da una regione all’altra dell’Afghanistan non costituirebbe inoltre una smobilitazione. Le organizzazioni potrebbero mantenere collegamenti, capacità operative e obiettivi esterni anche dopo un eventuale inserimento nelle strutture militari talebane.L’aspetto economicamente più importante delle accuse riguarda però il presunto utilizzo dei proventi delle miniere d’oro come strumento di finanziamento e fidelizzazione delle milizie. La distribuzione di stipendi garantisce un sostegno economico immediato, mentre la partecipazione ai ricavi minerari potrebbe creare un interesse duraturo nella conservazione del sistema politico e militare che ne assicura l’accesso. Se confermato, questo meccanismo collegherebbe direttamente il controllo delle attività estrattive alla fedeltà dei gruppi armati. La protezione delle miniere e delle vie di trasporto diventerebbe così parte della struttura economica attraverso la quale il governo talebano mantiene i propri alleati. Nel Badakhshan il controllo delle risorse minerarie rappresenta già un elemento di competizione politica. La ricostruzione del luglio 2026 descriveva i tentativi delle autorità talebane di concentrare i proventi delle estrazioni e il malcontento provocato tra comunità e comandanti locali. Questo contesto aiuta a comprendere l’importanza economica della regione, ma non dimostra che quote dei ricavi siano state effettivamente assegnate a combattenti stranieri.L’eventuale distribuzione delle rendite minerarie potrebbe produrre conseguenze differenti. Da una parte, il governo centrale potrebbe rafforzare la propria autorità utilizzando i proventi per finanziare apparati di sicurezza e gruppi alleati. Dall’altra, la partecipazione di numerose organizzazioni armate alla gestione delle risorse potrebbe alimentare nuove rivalità per il controllo delle concessioni, delle miniere e dei guadagni. In entrambi i casi, il rapporto tra attività economiche e potere militare assumerebbe un’importanza crescente. L’aumento della produzione mineraria non garantirebbe inoltre benefici proporzionali alla popolazione. Se una parte consistente dei ricavi venisse destinata al finanziamento di reti armate anziché a infrastrutture, servizi e investimenti pubblici, la ricchezza del sottosuolo potrebbe rafforzare soprattutto i gruppi che controllano il territorio.La questione assume anche una dimensione regionale per la posizione geografica del Badakhshan, che confina con Tagikistan, Cina e Pakistan. La presenza di organizzazioni jihadiste straniere in quest’area potrebbe aumentare le preoccupazioni dei governi confinanti, anche se il semplice trasferimento di combattenti non dimostrerebbe l’esistenza di piani offensivi oltre frontiera. Per accertare una minaccia concreta sarebbero necessari riscontri sulle capacità operative, sulle intenzioni e sulle attività effettivamente condotte dai gruppi coinvolti. Per il Pakistan, la questione principale riguarda il Movimento dei talebani del Pakistan, la cui presenza e i cui collegamenti con l’Afghanistan sono stati ripetutamente segnalati dalle Nazioni Unite. Islamabad considera le attività dell’organizzazione una minaccia diretta alla propria sicurezza e ha più volte contestato alle autorità afghane l’insufficienza delle misure adottate contro i militanti.Per la Cina assume invece particolare importanza il Partito islamico del Turkestan, collegato nelle fonti delle Nazioni Unite a un’organizzazione che ha perseguito attraverso la violenza obiettivi separatisti sul territorio cinese. La possibilità che suoi militanti ricevano protezione o sostegno economico in Afghanistan rappresenterebbe quindi un elemento di preoccupazione per Pechino. Anche gli Stati dell’Asia centrale, a cominciare dal Tagikistan, avrebbero interesse a verificare l’eventuale rafforzamento di organizzazioni capaci di mantenere collegamenti oltre i confini afghani.Per Kabul si delineerebbe così una contraddizione strategica. Il governo talebano cerca di sviluppare rapporti economici e diplomatici con i Paesi vicini, attrarre investimenti e ottenere un maggiore riconoscimento internazionale. L’eventuale sostegno a organizzazioni armate considerate ostili da questi stessi interlocutori potrebbe però compromettere i rapporti regionali e provocare nuove pressioni politiche, economiche o militari. La possibilità di utilizzare gruppi stranieri per rafforzare il controllo interno potrebbe quindi accompagnarsi a un aumento delle difficoltà nelle relazioni con Pakistan, Cina e Paesi dell’Asia centrale.La questione centrale rimane l’accertamento delle accuse formulate nell’inchiesta di Sohail. I rapporti tra apparati talebani e organizzazioni jihadiste sono stati documentati dalle Nazioni Unite, ma il presunto trasferimento di migliaia di combattenti nel Badakhshan e la loro partecipazione ai ricavi delle miniere d’oro richiedono conferme indipendenti. Se questi elementi venissero verificati, emergerebbe un sistema nel quale risorse minerarie, controllo territoriale e finanziamento delle milizie contribuirebbero a consolidare il potere talebano. Anche in assenza di una conferma dell’operazione, la presenza di organizzazioni armate straniere e i loro rapporti con le autorità afghane rimangono fattori rilevanti per la sicurezza regionale. La stabilità dell’Afghanistan settentrionale dipenderà quindi non soltanto dalla presenza militare del governo, ma anche dalla gestione delle risorse economiche, dai rapporti con le comunità locali e dalla capacità di impedire che il territorio venga utilizzato come base per attività ostili contro i Paesi confinanti.