FUJAIRAH — «Non fidatevi della marina americana, non usate il corridoio sud e non mettete in pericolo la vostra vita». Quattro giorni dopo questo avvertimento, trasmesso dai Pasdaran sul canale radio delle navi mercantili, una petroliera che era entrata nel Golfo proprio lungo quel corridoio è stata colpita da droni a nord del Qatar. E oggi un’altra brucia nel Golfo dell’Oman, a una quarantina di chilometri da Fujairah, lo scalo petrolifero degli Emirati Arabi Uniti.Il messaggio lo ha diffuso sabato 3 ottobre la marina dei Guardiani della rivoluzione, il corpo militare che a Teheran risponde direttamente alla Guida suprema, e lo ha riferito il Wall Street Journal. Nel Golfo si combatte dal 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran: per ritorsione Teheran ha di fatto chiuso lo stretto di Hormuz, Washington ha messo sotto blocco i porti iraniani e ha tracciato per i mercantili una rotta nel tratto meridionale dello stretto, coperta dai suoi aerei. È il «corridoio sud» del messaggio.La nave colpita mercoledì sera (le 21 in Italia) è la Acers, petroliera da 51.400 tonnellate di portata con bandiera di Antigua e Barbuda. L’ufficio della Royal Navy che raccoglie le segnalazioni dei mercantili, lo UKMTO, ha parlato di «proiettili multipli» a 94 chilometri da Madinat ash Shamal, sulla punta settentrionale del Qatar, senza indicare morti o feriti. La società britannica di sicurezza marittima Ambrey riferisce «numerose vittime» e un incendio spento dall’equipaggio; per la consulenza greca Marisks sono stati tre droni, arrivati mentre la nave era ferma. La Acers ha ripreso la rotta verso il Kuwait con i propri mezzi.I dati di tracciamento mostrano che era entrata nel Golfo nella notte tra il 3 e il 4 ottobre, sul corridoio meridionale indicato dagli americani. Il bersaglio dice più del colpo: la nave aveva fatto esattamente ciò che la radio dei Pasdaran aveva detto di non fare. Nessuno ha rivendicato l’attacco, e il Qatar, nella cui zona economica esclusiva è avvenuto, non ha commentato. Nelle rivendicazioni precedenti i Guardiani hanno parlato di navi su «rotta non autorizzata».Fuori dallo strettoLa novità è la geografia. Da settimane gli attacchi si concentrano nello stretto di Hormuz: nove petroliere colpite nei primi giorni di ottobre, secondo lo UKMTO, la metà di quanto registrato in tutto settembre tra lo stretto e il Golfo insieme; per il centro di informazione marittima guidato dalla Marina americana è stata la settimana peggiore dall’inizio della guerra. La Acers invece è stata raggiunta nella metà occidentale del Golfo, a centinaia di chilometri dallo stretto. Martin Kelly, della società di analisi dei rischi EOS Risk Group, lo definisce il primo attacco così a ovest dal 9 settembre.Proprio lì la copertura americana è più sottile. Le pattuglie aeree degli Stati Uniti, riferisce Reuters, coprono il tratto meridionale dello stretto; a ovest la presenza è limitata, e le navi al largo di Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Bahrein e Qatar restano le più esposte.Il secondo incendio di oggi è dall’altra parte della penisola arabica, oltre lo stretto. La società britannica Vanguard Tech ha osservato giovedì fiamme a bordo di una petroliera a est di Fujairah, probabilmente la Dhalkut, bandiera Isole Marshall; il sistema satellitare della Nasa che rileva gli incendi ha registrato nello stesso punto un’anomalia termica. Sull’area volavano aerei militari americani, tra cui un pattugliatore marittimo, aerocisterne ed elicotteri. Vanguard non ha stabilito né l’identità della nave né la causa delle fiamme; per la società sarebbe il primo attacco in quel tratto da oltre sei mesi.Il traffico nello stretto è sceso del 75% rispetto a prima della guerra, quando vi passavano 125 grandi navi al giorno e circa un quinto del greggio e del gas liquefatto mondiali. Le esportazioni di greggio mediorientale restano però a 18,3 milioni di barili al giorno, contro 18 milioni nei dodici mesi precedenti il conflitto, secondo la società di dati Kpler. I costi sono a carico di chi naviga: il nolo per un transito di Hormuz è salito a circa 1,3 milioni di dollari al giorno, da 20-50 mila prima della crisi, e un’assicurazione contro il rischio guerra arriva a 20 milioni di dollari per un singolo viaggio di una supertanker.Da Teheran, sugli attacchi, nessun’altra parola oltre quelle del canale radio: «Non mettete in pericolo la vostra vita».