Il ritorno di Pete Doherty in Italia: “Non sono un poeta, ma faccio del mio meglio”

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AGI – Dopo 12 anni, l'attesa per i fan è finalmente finita: Pete Doherty e i Babyshambles sono tornati a Roma e Milano per le uniche due date italiane del tour – mercoledì 7 e giovedì 8 ottobre 2026 – per presentare il nuovo album ‘Live at KOKO’, registrato nel club KOKO di Londra nel dicembre 2025 e uscito il 7 agosto scorso.A fare da location per un revival quasi ‘intimo’ sono stati l'Orion Arena di Ciampino (Roma) e l'Alcatraz di Milano, dove Doherty e la sua band – formata da Mick Whitnall alla chitarra, Drew McConnell al basso e Adam Ficek alla batteria – hanno fatto scatenare, ma hanno anche ‘cullato’ il pubblico con alcune ballad come ‘Albion’ (l'antico nome della Gran Bretagna), che traccia un ritratto malinconico, poetico e disincantato dell'Inghilterra contemporanea. “We have been missing from Italy for a while” ha esordito Doherty sul palco, prima di ‘ricongiungersi’ ai suoi fan come se non fosse passato neanche un giorno da quel lontano 2014.   Gli eccessi e il ritorno sul palcoscenicoL'unica cosa che è rimasta relegata nel passato sono i suoi eccessi con la droga, per cui molti lo ricordano: dalle sue assenze frequenti dai concerti per partecipare alle feste, all'allontanamento voluto dal suo amico Carl Barât – co-fondatore nel 1997 dell'altra band di cui Doherty è frontman, i Libertines – fino alla relazione turbolenta con l'ex top model Kate Moss, seguita quasi in maniera ossessiva dai tabloid britannici per l'abuso di cocaina da parte di entrambi. Ora però, a 47 anni, Pete Doherty sembra aver messo la testa a posto e questo nuovo progetto musicale lo dimostra.La scaletta‘Live at KOKO’ celebra infatti il ritorno della band indie rock, riproponendo in versione live tutti i brani che l'hanno consacrata negli ultimi 23 anni e che Doherty ha interpretato anche sul palco dell'Orion e dell'Alcatraz. ‘Delivery’, ‘You Talk’ (tratte dall'album ‘Shotter's Nation’ del 2007) e ‘Fuck Forever’ (uscita nel 2005 con l'album ‘Down in Albion’) sono solo alcune delle canzoni della scaletta con cui i Babyshambles hanno sancito il loro ritorno sulle scene italiane: Killamangiro Delivery I wish Sedative Beg steal or borrow There she goes La belle et la bête Back from the dead Unstookietitled Carry on up the morning A day out in New Brighton 8 dead boys Baddies boogie Lost art of murder Albion Unbilotitled You Talk Side of the road Man who came to stay Pipedown Fuck forever   You Talk Intervista a Pete DohertyDopo il lancio finale di plettri, bacchette della batteria e copie della scaletta, è calato il sipario sul palcoscenico dell'Orion Arena e, nonostante l'adrenalina fosse ormai quasi svanita, Doherty non si è negato per scambiare quattro chiacchiere e ricordare gli esordi dei Babyshambles.Pete, qual è la storia dei Babyshambles?“L'origine del nome è legata al Babycham (un sidro di pere frizzante, molto conosciuto nel Regno Unito, ndr) e a due ragazze che si facevano chiamare ‘The Queens of Noize’ (il duo formato dalle DJ britanniche Mairead Nash e Tabitha Denholm, che conduceva anche diversi programmi televisivi su BBC 6 Music, ndr) alla fine degli anni Novanta e che andavano in onda su MTV. Circa 25 anni fa ero innamorato di Tabitha, ma lei non mi ricambiava. E un giorno mi disse: ‘Oh Pete, perché non beviamo altri due bicchieri di Babycham?’ e da quel momento mi soprannominò Babyshamble”.Ma tu avevi già fondato un'altra band, i Libertines, con Carl Barât.“Sì, i Libertines sono nati prima dei Babyshambles e l'ho fondata insieme al mio amico dell'università Carl nel 1997 a Londra, quando eravamo soltanto due adolescenti, ma poi nel 2004 ci siamo separati a causa dei miei problemi con la droga. Poi c'è stato un punto di svolta: io e Carl stavamo portando avanti due gruppi musicali diversi – lui i Dirty Pretty Things e io i Babyshambles (fondati nel 2003, ndr) – ma alla fine ci siamo riappacificati nel 2009 e la band si è riunita. Però io ho comunque voluto continuare anche con i Babyshambles, mentre Carl no”.L'anno scorso ti sei lanciato in un altro progetto molto diverso dalla musica, la tua prima fanzine ‘On Strap’. Che tipo di storie vengono raccontate?“Sì, l'ho fondata a gennaio 2025 ed è soltanto su carta stampata – quindi non puoi trovarla né in formato digitale né sui social media. È una fanzine che dà spazio allo ‘stream of consciousness’, band sconosciute e che vorrebbe riportare le persone all'analogico. Qui chiunque creda fermamente nel potere delle parole scritte può inviarci recensioni, vignette, sogni, o inventare cruciverba. Da poco abbiamo stampato il quinto numero, ma la vendiamo soltanto nei nostri tour a 10 sterline”.Alcune persone ti ritengono un ‘poeta contemporaneo’. Ti ritrovi in questa definizione?“Beh in realtà ho sempre giustificato la mia mancanza di abilità letteraria con un talento che in qualche modo è venuto fuori. Non so se sono davvero un ‘poeta contemporaneo’, ma cerco di fare del mio meglio”.