Che Guevara oltre la fotografia: il costo umano della Rivoluzione e i conti dell’internazionalismo cubano

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Il 9 ottobre 1967 Ernesto “Che” Guevara venne ucciso nella scuola di La Higuera, in Bolivia. Aveva trentanove anni ed era prigioniero dal giorno precedente. Un memorandum del direttore della CIA Richard Helms, datato 11 ottobre, ricostruisce l’ordine impartito dal comando boliviano e smentisce la versione iniziale secondo cui il guerrigliero sarebbe morto per le ferite riportate durante lo scontro. È uno dei documenti che permettono di distinguere la cronaca degli avvenimenti dal racconto costruito attorno alla sua morte.Il volto fotografato da Alberto Korda nel marzo 1960, destinato a diventare una delle immagini più diffuse del Novecento, ha finito per rappresentare un’idea universale di ribellione. Eppure dietro quel ritratto c’erano un dirigente dello Stato cubano, un teorico della lotta armata e un comandante che scelse di portare la guerra rivoluzionaria oltre i confini dell’isola. Valutarne la storia significa considerare insieme aspirazioni dichiarate, strumenti impiegati e conseguenze effettive.Il comandante e l’uomo di governoGuevara partecipò alla vittoria dei rivoluzionari contro Fulgencio Batista e assunse incarichi di primo piano nel nuovo regime: presidente della Banca nazionale, poi ministro dell’Industria. Fu coinvolto nella costruzione di un modello economico basato sulla pianificazione e su incentivi soprattutto morali. La valutazione dei risultati di quella politica divide ancora gli studiosi; resta il fatto che egli non fu soltanto un combattente, ma un protagonista delle scelte di governo. C’è inoltre la questione della fortezza della Cabaña, all’Avana, dove nel 1959 Guevara ebbe responsabilità di comando e vennero eseguite condanne capitali pronunciate dai tribunali rivoluzionari. Il biografo Jon Lee Anderson riferisce 55 esecuzioni avvenute nel periodo considerato presso la fortezza; altre ricostruzioni indicano cifre diverse, anche in ragione dei criteri adottati per attribuire le responsabilità. Le accuse, la regolarità dei processi e i singoli provvedimenti esigono un esame rigoroso. Non è invece controversa la sua adesione al principio della violenza rivoluzionaria come strumento politico. Congo, 1965: una guerra lontana, una sconfitta riconosciutaNel 1965 Guevara raggiunse segretamente il Congo orientale, allora attraversato dalla crisi successiva all’indipendenza e alla morte di Patrice Lumumba. Con un contingente cubano che superò il centinaio di uomini nel corso dell’operazione, cercò di sostenere la guerriglia locale contro il governo di Léopoldville. Dall’altra parte operavano anche mercenari stranieri reclutati a sostegno delle forze governative: un dettaglio essenziale per ricostruire il contesto senza semplificazioni. La missione terminò con il ritiro dei cubani nel novembre 1965. Rivalità interne, problemi di disciplina, conoscenza insufficiente del territorio e carenza di una base politica solida compromettevano la campagna. Le testimonianze dello stesso Guevara, comprese lettere oggi accessibili attraverso il National Security Archive, documentano difficoltà logistiche e tensioni sulla gestione del denaro. Si tratta di carte che raccontano il finanziamento e i costi di una guerriglia, non di prove di compensi versati a Cuba per l’impiego del contingente. La distinzione è decisiva. Che un’operazione fosse voluta anche per accrescere l’influenza internazionale dell’Avana è storicamente sostenibile; che Guevara combattesse in Congo dietro pagamento destinato alle casse cubane resta, allo stato delle fonti qui esaminate, un’affermazione non dimostrata.Bolivia: il bilancio degli uominiLa Bolivia fu l’ultimo tentativo di trasformare una guerriglia locale nel punto di partenza di una rivoluzione di portata continentale. L’impresa si svolse tra il 1966 e il 1967 e incontrò ostacoli di natura politica, geografica e militare. Materiali d’intelligence statunitensi desecretati descrivono il sostegno cubano al progetto; in un rapporto del maggio 1967, fondato sulle dichiarazioni del francese Régis Debray, si riferisce anche del tentativo di reperire appoggi finanziari europei per sostenere la guerriglia. Un’informazione raccolta in un interrogatorio non è una contabilità certificata, ma segnala la direzione nella quale venivano cercate risorse. Per misurare il costo umano della spedizione è utile il lavoro del ricercatore boliviano Carlos Soria Galvarro, che identifica 52 partecipanti, fra 44 combattenti e otto non combattenti, e conta 37 morti in quel gruppo. Lo stesso studio registra 49 vittime tra le forze governative e gli altri soggetti da esse conteggiati. Sono numeri circoscritti alla campagna del 1967, non un computo generale delle vittime delle rivoluzioni latinoamericane. Né ogni caduto può essere presentato come un uomo semplicemente “mandato a morire”: fra i partecipanti vi furono volontari e militanti con proprie convinzioni, e le responsabilità per le singole morti vanno ricostruite caso per caso. Resta, però, una domanda inevitabile sulla valutazione del rischio da parte del comandante e sulla decisione di proseguire un’operazione priva del consenso locale necessario.Dopo Guevara: l’Angola, i soldati e il denaroGuevara era già morto quando Cuba avviò, nel 1975, il grande intervento militare in Angola a sostegno del Movimento popolare di liberazione dell’Angola (MPLA). Non è dunque corretto attribuirgli direttamente i meccanismi economici e militari emersi negli anni successivi. La continuità ideologica tra le esperienze esiste; le responsabilità individuali e i tempi storici sono differenti.Anche l’intervento angolano va collocato nel suo contesto: guerra civile dopo l’indipendenza dal Portogallo, intervento sudafricano, sostegno statunitense ai rivali dell’MPLA e appoggio sovietico al governo di Luanda. Documenti cubani pubblicati dal National Security Archive mostrano perfino che nel 1975 l’Avana destinò 100.000 dollari all’MPLA: in quella fase è documentato anche un flusso finanziario da Cuba verso l’Africa, non soltanto il contrario. Ma vi furono anche rapporti economici di segno opposto. Il 1º dicembre 1981 il Washington Post riferì, citando fonti governative americane e racconti attribuiti a funzionari angolani, che l’Angola fosse in ritardo nei pagamenti a Cuba e che fosse stata indicata una tariffa di 40 dollari al giorno per soldato. La notizia esiste ed è una fonte contemporanea ai fatti; non equivale però alla pubblicazione di un contratto militare, di fatture quietanzate o di registri bancari. Una tariffa riferita da diplomatici non può essere presentata come ricavo militare effettivamente accertato. Il documento più solido riguarda i cooperanti civiliÈ nella cooperazione tecnica che la documentazione si fa molto più precisa. La storica Christine Hatzky ha studiato accordi bilaterali e prospetti conservati negli archivi del ministero angolano dell’Istruzione. La sua ricerca mostra un sistema in cui il governo angolano corrispondeva a quello cubano remunerazioni pattuite per personale civile inviato in missione, mentre molti cooperanti ricevevano sul posto soltanto vitto, alloggio e una modesta indennità, oltre al mantenimento della retribuzione in patria. Un prospetto amministrativo del marzo 1983 contabilizza, per 1.823 insegnanti, consulenti e specialisti cubani del settore educativo, 1.354.876 dollari mensili, con una media di 743,80 dollari a persona. Il documento è identificato dalla ricercatrice come circolare riservata n. 013/GII/171/I/1983 del 27 marzo 1983. Gli importi rappresentano costi e obbligazioni registrati dall’amministrazione angolana; non autorizzano da soli a trattare ogni dollaro contabilizzato come incasso netto dello Stato cubano. [10]Anche la durata dei pagamenti richiede cautela. Uno studio del 2017 fa risalire la compensazione civile alla fine degli anni Settanta e indica una sospensione dei versamenti in valuta nel 1983. Hatzky segnala invece il permanere di accordi e richieste di pagamento negli anni successivi, precisando che non è sempre possibile stabilire se le fatture arretrate siano state saldate. Il punto certo è quindi l’esistenza di accordi remunerati e di cifre amministrative verificabili; l’ammontare complessivamente incassato, soprattutto negli anni più tardi, non è ricostruibile con la stessa precisione. Mercenari, internazionalisti o strumenti di politica estera?Il termine “mercenario” ha una forza polemica comprensibile, ma anche un significato giuridico rigoroso. L’articolo 47 del Primo Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra, adottato nel 1977 e dunque successivo alla morte di Guevara, prevede condizioni cumulative che comprendono la motivazione essenzialmente economica personale e l’assenza di un mandato ufficiale come appartenente alle forze armate di uno Stato. Il pagamento fra governi non basta, da solo, a qualificare come mercenari i militari impiegati all’estero. La questione politica rimane: quanto dell’internazionalismo cubano fu solidarietà ideologica, quanto proiezione di potenza e quanto scambio economico? Le tre dimensioni possono coesistere, e gli interventi africani ebbero anche effetti storici che non vanno rimossi, dalla difesa dell’MPLA agli equilibri regionali che contribuirono al percorso verso l’indipendenza della Namibia. Soprattutto non è dimostrato che le spedizioni condotte da Guevara abbiano finanziato Cuba. Le entrate documentate per una parte della cooperazione civile angolana appartengono a un’altra epoca e non possono spiegare da sole l’economia dell’isola, che negli anni Ottanta dipendeva largamente dal sostegno sovietico. Una stima della CIA quantificava in circa 4,6 miliardi di dollari l’assistenza economica sovietica nel 1982: dato di fonte statunitense, utile per valutare le proporzioni, non prova di una contabilità cubana completa. La storia non coincide con l’iconaA cinquantanove anni dalla morte di Guevara, l’indagine sui documenti non cancella ciò che milioni di persone hanno visto in lui: il simbolo della resistenza alle ingiustizie. Ma obbliga a osservare anche il potere esercitato, la violenza rivendicata, le operazioni fallite, gli uomini uccisi e le responsabilità di comando.La ricerca sui rapporti tra Cuba e Angola aggiunge una lezione: dietro la parola “solidarietà” potevano esistere accordi economici concreti, talora sconosciuti agli stessi uomini e donne inviati in missione. Non per questo ogni intervento fu una transazione mercenaria, né ogni cooperante ne fu un complice consapevole.La fotografia conserva il volto di un rivoluzionario. La storia deve conservare anche ciò che quella fotografia non mostra: i documenti, i morti, i conti e le domande rimaste aperte.