WASHINGTON — «Non c’è azienda negli Stati Uniti che abbia abusato di questo sistema più di Microsoft». Lo ha detto il vicepresidente JD Vance giovedì alla Casa Bianca, in una conferenza stampa sulle frodi nei visti di lavoro, mentre accanto a lui il segretario al Lavoro Keith Sonderling annunciava la sospensione di otto aziende dal programma che apre la strada alla green card: Microsoft, Adobe e sei gruppi di servizi informatici, gli indiani Infosys, Tata Consultancy Services, Wipro e HCL, l’americana Cognizant e la francese Capgemini.Il programma si chiama PERM ed è la certificazione con cui il Dipartimento del Lavoro attesta che un posto non può essere coperto da un americano: senza quel timbro nessuna azienda può sponsorizzare un dipendente straniero per la residenza permanente. «Non accetteremo nuove domande né tratteremo quelle pendenti che riguardano queste società», ha detto Sonderling. I visti H-1B già rilasciati, quelli per i lavoratori qualificati, restano validi: il blocco colpisce il passaggio alla residenza stabile.Vance ha messo in fila le cifre dell’accusa. Nel 2025 Microsoft ha licenziato 6.000 lavoratori americani mentre otteneva circa 6.300 visti H-1B e quasi 3.000 green card: «per ogni lavoratore licenziato, lo ha sostituito con un servo a contratto e mezzo venuto dall’estero». Poi il tono è cambiato: «Siete una grande azienda americana, ma dovete assumere grandi lavoratori americani». La sospensione, ha aggiunto, durerà «finché sarà necessario».Sonderling ha allargato il conto alle otto società insieme: dal 2009 hanno chiesto quasi 3 milioni di lavoratori stranieri, ottenendo oltre 230.000 visti H-1B e più di 100.000 certificazioni permanenti. «Centinaia di migliaia di posti tolti agli americani», ha detto. Per Microsoft e Adobe la motivazione è diversa dalle altre sei: «molteplici indagini federali in corso», di cui il governo non ha dato dettagli.Microsoft ha risposto in giornata con un comunicato: «la grande maggioranza dei dipendenti di Microsoft negli Stati Uniti sono americani». Delle circa 6.000 petizioni H-1B presentate nell’ultimo esercizio, l’80 per cento serviva a prorogare o cambiare lo status di dipendenti già in organico, e i salari pagati sono fra i più alti del sistema. «Non vediamo l’ora di fornire all’amministrazione ulteriori informazioni», conclude la nota. Adobe e i gruppi indiani non hanno commentato nell’immediato.Il rimbalzo di MumbaiIl mercato ha dato la sua lettura in meno di ventiquattro ore. Giovedì a New York i titoli di Infosys e Wipro hanno perso il 2,8 e il 2,5 per cento, mentre Microsoft ha chiuso invariata. Venerdì a Mumbai l’indice del settore informatico è salito del 2 per cento e Tata Consultancy ha guadagnato quasi il 5 per cento sulla scia dei conti trimestrali: i cinque maggiori gruppi hanno recuperato in una seduta circa 560 miliardi di rupie di capitalizzazione.A sostenere il recupero sono state le risposte indiane. Tata ha fatto sapere che le sue domande PERM negli ultimi due anni si contano sulle dita di una mano, che la strategia del personale non cambia e che assumerà 15.000 persone negli Stati Uniti in cinque anni. Nasscom, l’associazione dell’industria informatica indiana, ha ricordato che le sue aziende hanno ridotto da anni la dipendenza dagli H-1B assumendo sul posto. Ravi Singh, responsabile della ricerca di Master Capital Services, ha legato il rimbalzo proprio a queste dichiarazioni. Da Nuova Delhi il governo non ha ancora preso posizione.Il provvedimento è l’ultimo tassello di una stretta cominciata nei mesi scorsi: una tassa di 100.000 dollari su ogni nuova petizione H-1B per lavoratori assunti dall’estero, la proposta di assegnare la lotteria annuale dei visti privilegiando i salari più alti e il programma di controlli battezzato Project Firewall. Quasi tre quarti degli H-1B approvati vanno a cittadini indiani, secondo l’Associated Press, e gli outsourcer indiani sono da anni fra i maggiori utilizzatori del programma. Mettere nello stesso elenco i gruppi di Bangalore e il primo produttore di software americano è il modo di dire alle imprese che la stretta non fa eccezioni, nemmeno per chi, parola di Vance, ha «un ottimo rapporto» con la Casa Bianca.Un esperto di immigrazione citato da Newsweek ha contestato la base giuridica: il Dipartimento del Lavoro, ha detto, non può sospendere un’azienda senza aver provato che abbia violato le regole, con effetti «estremamente negativi» su lavoratori e imprese. Vance aveva già liquidato il sistema con una parola sola: «scandaloso».