La nuova povertà passa dalla casa: quando abitare diventa un lusso

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A Muscat, in Oman, si sono appena conclusi i lavori del World Habitat Day 2026, la giornata organizzata da UN-Habitat e dedicata al tema dell’abitare. Il tema di quest’anno era «Adequate Housing for All», una casa adeguata per tutti.La crisi abitativa è globale e attraversa Paesi, continenti e livelli diversi di sviluppo economico e sociale. Ma il problema non è soltanto avere un posto sicuro dove vivere. Il concetto di housing inadequacy utilizzato dalle Nazioni Unite è molto più ampio: significa evitare abitazioni poco sicure o sovraffollate, condizioni strutturali inadeguate, assenza di servizi essenziali, precarietà e molto altro. Problemi che, secondo il World Cities Report 2026, riguardano quasi 3,4 miliardi di persone in tutti i continenti, dal Nord più ricco al Sud più povero.Nei Paesi poveri il problema può significare vivere in uno slum senza servizi essenziali: sarebbero oltre un miliardo le persone che vivono in insediamenti informali e slum. In una grande città del nord ricco e sviluppato può invece voler dire spendere una parte insostenibile dello stipendio per l’affitto, vivere in abitazioni sovraffollate, rinunciare a riscaldare adeguatamente la propria casa o essere costretti a vivere lontano dal luogo di lavoro e dai servizi.Per decenni il concetto di povertà è stato legato a quello di reddito. Oggi, invece, è evidente che la povertà non riguarda soltanto la quantità di denaro disponibile, ma anche la difficoltà di soddisfare bisogni essenziali, affrontare un imprevisto, accedere ai servizi, vivere in condizioni dignitose e costruire un futuro.In Italia, i dati del 2025 forniti dall’Istat parlano di 13 milioni e 265mila persone a rischio di povertà o esclusione sociale, circa il 22,6 per cento della popolazione. Se si guarda alla povertà assoluta, nel 2024 erano 5,7 milioni le persone costrette a vivere in queste condizioni. Tra loro c’è chi ha una casa, ma non può permettersene una «adeguata».Una famiglia può essere costretta a vivere in un ambiente sovraffollato, in un’abitazione con problemi strutturali la cui soluzione comporterebbe costi insostenibili, oppure in una casa troppo fredda d’inverno o troppo calda d’estate, anche a causa dell’elevato costo dell’energia. Può essere costretta a vivere in un quartiere privo di servizi essenziali. In queste condizioni, spesso i figli sono costretti ad andarsene anzitempo, talvolta senza aver completato gli studi.Il rapporto tra povertà e abitazione è particolarmente evidente se si considerano le famiglie in affitto. Secondo l’Istat, nel 2024 oltre un milione di famiglie che vivevano in affitto erano in condizioni di povertà assoluta: l’incidenza raggiungeva il 22,1 per cento, contro il 4,7 per cento delle famiglie che vivevano in una casa di proprietà.La casa è una delle principali voci del bilancio familiare e, al tempo stesso, può influenzare il livello di povertà. Quando una quota troppo elevata del reddito viene assorbita dall’affitto, dal mutuo, dalle bollette, dalla manutenzione o dai costi necessari per rendere abitabile un appartamento, diminuisce la possibilità di affrontare tutto il resto: alimentazione, salute, istruzione, trasporti, cultura e risparmio. La povertà abitativa può così diventare una forma di povertà che si alimenta da sola.Il problema non riguarda soltanto l’Italia. Nel 2024 il sovraccarico dei costi abitativi ha interessato il 12 per cento della popolazione in Germania, il 7 per cento in Francia e il 7,8 per cento in Spagna, contro l’8,2 per cento della media dell’Unione Europea. Per queste persone la capacità di partecipare pienamente alla vita economica e sociale è compromessa da una combinazione di fattori. Tra questi, la casa occupa un posto centrale: chi dispone di minori risorse economiche incontra maggiori difficoltà nel vivere in un’abitazione adeguata.Si tratta di fenomeni che spesso rischiano di rimanere invisibili proprio perché le famiglie hanno comunque una casa. In occasione del World Habitat Day, il segretario generale delle Nazioni Unite ha definito un’abitazione adeguata come la base della dignità, della sicurezza e delle opportunità.La casa è un moltiplicatore della vulnerabilità. È questo, forse, uno degli aspetti più importanti che emergono dal World Habitat Day 2026: parlare di casa significa parlare contemporaneamente di povertà, salute, lavoro, istruzione, energia, mobilità, sicurezza e inclusione sociale.Da anni UN-Habitat invita a considerare un’abitazione adeguata non come un lusso, ma come una componente fondamentale della dignità umana e dello sviluppo delle città.È un invito rivolto anche a chi gestisce la cosa pubblica a cambiare il modo di governare le città. Non basta costruire più case: occorre assicurarsi che siano adatte a chi deve viverci. L’emergenza abitativa non si risolve semplicemente aumentando il numero degli immobili disponibili. Richiede politiche capaci di affrontare insieme tutti questi problemi.Il World Habitat Day è anche questo. Nato nel 1986 con il messaggio «Shelter is my right», il mio diritto ad avere un riparo, a quarant’anni di distanza affronta un problema ben più complesso. È essenziale capire se quel riparo è sicuro, accessibile, salubre, sufficientemente grande e collegato ai servizi; se è possibile mantenerlo senza sacrificare altri bisogni fondamentali; se quella casa consente a chi vi abita di vivere in modo dignitoso.I 3,4 miliardi di persone indicati da UN-Habitat sono anche il segno di una povertà che non si misura soltanto da quanto le persone hanno nel portafoglio. Si misura anche dalla possibilità di vivere in modo adeguato.