Il caso di Irkutsk, dove una lavoratrice dell’Istituto anti-peste è morta in circostanze ancora da chiarire, offre preziosi spunti per l’approccio del Cremlino al tema della biosicurezza. Stupisce che gli Stati Uniti si siano offerti di aiutare Mosca. Il presidente Donald Trump ha infatti annunciato che “molto presto” ci sarà una telefonata con il leader russo Vladimir Putin, nonostante il partner con cui la Russia ha costruito negli ultimi anni una collaborazione strutturata in questo settore sia la Cina. Eppure Pechino ha finora scelto il silenzio.Sul piano sanitario l’allarme resta contenuto. Il Cdc non vede minacce per gli Stati Uniti e l’Oms giudica basso il rischio per la popolazione. La notizia, quindi, non è tanto il decesso. È il modo in cui l’episodio viene gestito, raccontato e collocato nei rapporti tra le grandi potenze. Da parte russa la comunicazione è stata infatti tutt’altro che lineare, con il leader della vicina Buriazia aveva parlato di peste mentre Rospotrebnadzor, l’agenzia sanitaria federale russa, ha parlato di “polmonite di eziologia sconosciuta” e ha escluso incidenti all’interno dell’istituto. Una versione che non è bastata all’Oms, che ha chiesto chiarimenti sulla causa della morte e sull’eventuale patogeno, sollecitando informazioni “tempestive, complete e trasparenti”. Al 4 ottobre invece la Cina non aveva diffuso alcun avviso sanitario né sconsigliato i viaggi in Russia, mentre fino a sei voli al giorno continuavano a collegare Irkutsk a diverse città cinesi. Un silenzio che pesa, soprattutto alla luce di quanto accaduto negli ultimi mesi.Ad agosto oltre 300 operatori cinesi, tra cui personale di un centro per il controllo delle malattie della People’s Liberation Army, avevano simulato con esperti russi la gestione di un’epidemia di peste importata. All’esercitazione aveva preso parte anche il direttore dell’istituto di Irkutsk. Il 29 settembre funzionari sanitari dei due Paesi si sono incontrati di nuovo, ma nel comunicato finale del caso non c’è traccia. Episodi che sostengono la tesi, espressa dalla Jamestown Foundation, secondo cui Mosca e Pechino stiano costruendo un sistema di biosicurezza condiviso a metà tra la dimensione civile e quella militare. Una rete che si starebbe allargando anche a Bielorussia, Asia centrale e organizzazioni regionali come la Sanghai Cooperation Organization.Eppure, alla prova dei fatti, questa cooperazione non sembra tradursi in azione. Il caso di Irkutsk avrebbe tutte le caratteristiche per attivarla, essendo molto simile a quello scenario che, in sostanza, russi e cinesi avevano simulato ad agosto. Ma di quella macchina condivisa, oggi, non c’è traccia visibile. Le possibili spiegazioni sono diverse. Pechino potrebbe aver ricevuto da Mosca informazioni sufficienti a ritenere il rischio trascurabile, e scegliere quindi di non intervenire pubblicamente. Oppure la cooperazione potrebbe funzionare su canali riservati, senza alcuna proiezione esterna. O ancora, all’atto pratico questa solidarietà è molto meno forte di quanto potesse sembrare.