SOCHI — Le fiamme si vedono dalla riva, i vigili del fuoco restano a distanza e il sindaco chiude gli accessi al mare. Martedì sera la petroliera Aframax Rio, bandiera liberiana e carica di greggio, è stata colpita al largo di Sochi, la città balneare della Russia meridionale che ospitò le Olimpiadi invernali del 2014, e ha preso fuoco. Il petrolio uscito dallo scafo «brucia a cielo aperto nelle acque del Mar Nero», ha scritto su Telegram il ministero dei Trasporti russo, che attribuisce il colpo a «imbarcazioni senza equipaggio», cioè droni navali.I 23 membri dell’equipaggio, tutti cittadini indiani, sono stati tratti in salvo e, secondo le informazioni preliminari di Mosca, non ci sono vittime. La guerra sul mare arriva così davanti alle spiagge più frequentate della Russia, con una nave legata alle esportazioni di greggio russo e inserita nella lista delle sanzioni ucraine. Kiev non ha rivendicato l’attacco; l’AFP, nel suo dispaccio da Mosca, lo attribuisce comunque all’Ucraina.Le squadre di soccorso non hanno potuto avvicinarsi allo scafo per l’intensità del rogo e riproveranno quando le fiamme si saranno attenuate, ha fatto sapere il ministero, che conferma anche la fuoriuscita di petrolio in mare. A Sochi, quasi 500.000 abitanti, il sindaco ha annunciato sui social la chiusura di tratti di litorale. Nel vicino insediamento di Sirius le spiagge sono state sbarrate, i residenti invitati a limitare la permanenza all’aperto, aria e acqua messe sotto monitoraggio.Non è la prima volta che la costa russa del Mar Nero fa i conti con le conseguenze di un attacco a impianti petroliferi: colpi precedenti nel sud del Paese hanno lasciato chiazze di idrocarburi, spiagge chiuse e una «pioggia nera» tossica sui centri abitati.La posizione ufficiale di Kiev sugli attacchi all’energia russa è nota. «Dobbiamo rispondere in ogni modo possibile. Con i loro attacchi alla nostra energia, dobbiamo rispondere sulla loro energia. Prima di tutto le raffinerie: ciò che dà loro i soldi per questa guerra», ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in un’intervista a Reuters pubblicata venerdì scorso, aggiungendo che l’Ucraina non risponderà «come loro, su obiettivi civili». Il Cremlino non ha commentato; il ministero degli Esteri russo ha avvertito che Mosca continuerà a colpire sistematicamente obiettivi ucraini in ritorsione. Entrambe le parti negano di prendere di mira deliberatamente i civili.Tre mercantili in 24 oreL’incendio di Sochi chiude una giornata in cui la guerra ha investito tutto il bacino. Il 6 ottobre le forze russe hanno attaccato diverse città ucraine e l’Ucraina ha lanciato quasi 900 droni verso Mosca. Sul mare, tra il 5 e il 6 ottobre, tre navi mercantili sono state colpite nelle zone economiche esclusive di Romania e Bulgaria, due sono affondate; tutte erano in rotta da o verso i porti del Danubio. Tra queste una nave granaria appena uscita da Izmail, porto fluviale ucraino: due marinai sono morti.Per Ambrey, società britannica di sicurezza marittima, la responsabilità russa è «altamente probabile» e il passaggio è una «escalation materiale», perché le navi commerciali sono ora esposte dentro le acque economiche di due Paesi Nato. «Il dominio marittimo del conflitto si è allargato, ma il profilo dei bersagli non è cambiato», scrive la società. «Il Danubio non è più semplicemente una rotta alternativa: è parte della linea del fronte contesa del commercio marittimo ucraino. Dove vanno i volumi, seguono i colpi».I numeri spiegano lo spostamento. La quota del Danubio sul carico dei porti ucraini è passata dal 10 per cento del primo semestre al 74 per cento di agosto. Il gruppo di porti di Odessa è sceso da 7,9 milioni di tonnellate in aprile a 430.000 in agosto. Gli attacchi su Izmail, Reni e Kiliia sono quasi quadruplicati e da luglio almeno nove mercantili sono stati colpiti sulle vie del Danubio, cinque in acque romene.Il costo si scarica sulle assicurazioni: i premi per il rischio guerra sono saliti a doppia cifra, molti assicuratori non coprono più gli scali ucraini e a settembre il comitato di Londra che definisce le aree a rischio bellico ha allargato il perimetro del Mar Nero. Davanti a Sulina, l’imboccatura romena del Danubio, il 5 ottobre erano in coda fino a 125 navi, con attese tra 14 e 17 giorni.