PESHAWAR — «Non è una lunga marcia, è un circo che si sposta di città in città». Il governatore del Khyber Pakhtunkhwa, Faisal Karim Kundi, ha liquidato così in conferenza stampa a Peshawar il corteo che il partito di Imran Khan ha messo in moto da una settimana verso Islamabad per chiedere la scarcerazione dell’ex premier. Kundi, espressione del Partito popolare pakistano alleato del governo federale, ha sfidato i capi del corteo a superare Swabi, l’ultimo distretto prima del confine con il Punjab: «Se avete dignità».La frase pesa perché, sei giorni dopo la partenza, la marcia del Pakistan Tehreek-e-Insaf (PTI, Movimento per la giustizia) è ancora dentro la provincia che il partito governa: l’8 ottobre era a Peshawar, venerdì a Charsadda, a nord del capoluogo, e la destinazione finale non è stata annunciata, riferisce il quotidiano pakistano Dawn. Nel frattempo il governo di Shehbaz Sharif ha fatto sapere di aver completato le valutazioni su uno stato d’emergenza nella provincia, senza ancora notificare una decisione.Il corteo era partito domenica 4 ottobre da Lakki Marwat, nel sud del Khyber Pakhtunkhwa, la provincia del nordovest al confine con l’Afghanistan. Oltre 5.000 persone su camion, autobus e auto, con tappe notturne programmate, secondo l’Associated Press. In testa, su un container con il ritratto di Khan, il capo del governo provinciale Sohail Afridi. Le autorità hanno chiuso con container gli ingressi di Islamabad e diversi incroci dentro la capitale.Le richieste sono tre: la liberazione di Imran Khan, l’ex campione di cricket diventato primo ministro e sfiduciato dal parlamento nell’aprile 2022, in carcere dal 2023 per corruzione e altri capi d’accusa; il suo trasferimento in ospedale; le visite dei familiari. Fonti ufficiali replicano che Khan sta bene e riceve visite regolari, ma che gli incontri «non possono essere usati a fini politici».La marcia era fissata per il 27 settembre ed è slittata dopo che il partito ha denunciato la chiusura degli accessi alla capitale, compreso il ponte di Attock sull’Indo, la porta tra la provincia e il Punjab. In mezzo sono falliti due round di trattative con il governo, ha detto il presidente del PTI, Gohar Ali Khan. Il ministro dell’Interno Mohsin Naqvi attribuisce la rottura ad Afridi. I nodi erano la politica antiterrorismo e l’accesso al detenuto.L’appuntamento di SwabiAfridi ha convocato tutti per domani allo svincolo autostradale di Swabi, proprio il punto indicato dal governatore. Altri convogli seguiranno il 13 da Peshawar e dal Malakand, e da Kohat, Bannu e Dera Ismail Khan lungo l’autostrada del corridoio economico Cina-Pakistan. Le minacce del governo federale, ha detto, sono «minacce vuote» e non «possono colpire i lavoratori una volta varcato il confine provinciale». Ha citato 14.000 operazioni d’intelligence e 22 operazioni militari nella provincia dal 2004: «Eppure il terrorismo non è stato eliminato».La cifra risponde all’accusa che il governo muove al PTI da mesi, quella di indulgenza verso i talebani pakistani, il Ttp; per l’ondata di attentati nel nordovest Islamabad aveva chiesto il rinvio della marcia. Il precedente è il 2024, quando le proteste del partito per Khan nella capitale finirono con morti tra forze di sicurezza e civili. Sullo sfondo resta il voto del febbraio 2024, che ha riportato Sharif al governo e che il PTI considera truccato; il governo nega.L’arma in mano a Islamabad è il commissariamento della provincia, il «governo del governatore» previsto dalla Costituzione pakistana, che sospenderebbe l’esecutivo di Afridi. Il presidente provinciale del PTI, Junaid Akbar Khan, ha avvertito che in quel caso i deputati del partito si dimetterebbero in blocco dalle assemblee. La partita si gioca ormai sul confine provinciale: Afridi lo indica come la linea oltre la quale il governo non può toccare i suoi, Kundi come la prova che il partito non osa varcare.Bilawal Bhutto Zardari, leader del Partito popolare pakistano e figlio di Benazir Bhutto, ha definito il commissariamento «una bomba atomica politica», un’ultima risorsa, e ha chiesto al PTI di rinunciare alla «politica dell’estremismo».