Nella guerra di posizione con Usa e Cina, l’Europa resta indietro. Scrive Castellaneta

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L’ennesima telefonata fra Donald Trump e Vladimir Putin, proprio all’indomani della contestata assegnazione del premio Nobel per la pace, è stata subito presentata come un successo. Mosca fornirà diesel agli Stati Uniti e al mercato globale, contribuendo, almeno nelle intenzioni, ad abbassare i prezzi prima delle elezioni americane di metà mandato. Il Cremlino può rivendicare la riapertura di un canale economico con Washington, mentre la Casa Bianca sostiene di avere ottenuto un risultato concreto per i consumatori. A rimanere insoluta è però la questione principale: la guerra in Ucraina.Da più di un anno, ovvero dal bilaterale Trump-Putin in Alaska, sembra ormai un copione ricorrente. Ogni conversazione tra i due viene descritta (soprattutto dal tycoon) come una svolta, ogni dichiarazione come l’anticamera della pace. Pochi giorni dopo, però, si scopre che le posizioni sono rimaste immutate. Anche questo fa parte della guerra ibrida contemporanea, combattuta non soltanto con droni, missili, attacchi cyber e sanzioni, ma anche attraverso una comunicazione nella quale verità parziali, informazioni nascoste e ricostruzioni interessate finiscono per sovrapporsi. Il risultato è che diventa difficile distinguere un autentico negoziato dalla sua rappresentazione mediatica.L’avvicinarsi delle elezioni israeliane del 27 ottobre e di quelle di metà mandato statunitensi del 3 novembre renderà questa dinamica ancora più evidente. Trump ha assicurato che non ordinerà nuovi attacchi contro l’Iran prima del voto, parlando di colloqui “produttivi”. Ma una sospensione legata esplicitamente al calendario elettorale non equivale a una soluzione diplomatica. In Israele, allo stesso modo, ogni apertura verso un compromesso viene valutata anche in funzione della campagna elettorale. Nelle prossime settimane assisteremo quindi a segnali contrapposti: dichiarazioni concilianti alternate a minacce, iniziative diplomatiche accompagnate da preparativi militari.Due delle guerre in corso riguardano direttamente noi europei. Quella in Ucraina investe la sicurezza del nostro continente; quella nel Golfo Persico incide sulle forniture energetiche, sull’inflazione e sulla navigazione attraverso Hormuz e Bab el-Mandeb. Eppure l’Europa continua spesso a subirne tempi e decisioni, più che a determinarli.È questo il quadro nel quale va letta la competizione fra i tre grandi blocchi di potere: Stati Uniti, Cina e Unione europea. Non siamo ancora davanti a un nuovo ordine internazionale compiuto, ma a una guerra di posizione nella quale ciascuno cerca di occupare lo spazio più favorevole in attesa della mossa altrui. Gli Stati Uniti mantengono la superiorità militare, finanziaria e tecnologica (seppure con un vantaggio su Pechino che si va sempre più assottigliando), ma la loro politica estera appare sempre più condizionata dalle scadenze elettorali e dalla ricerca di risultati immediatamente comunicabili.La Cina procede invece con un orizzonte molto più lungo. Pechino affianca sistematicamente gli obiettivi politici alla salvaguardia della propria industria, trasformando la capacità produttiva in influenza internazionale. Il settore automobilistico ne è l’esempio più evidente. Le imprese cinesi possono contare su costi inferiori, batterie sempre più performanti e una filiera che va dalle materie prime ai componenti, fino al prodotto finito. L’Europa, che per decenni ha considerato l’automobile uno dei simboli della propria forza industriale, si trova ora a difendere il mercato interno e contemporaneamente a dipendere dalla Cina per una parte essenziale delle tecnologie necessarie alla transizione elettrica.La visita a Pechino del commissario europeo al Commercio Maroš Šefčovič ha prodotto un’intesa preliminare per ridurre le esportazioni cinesi di vetture ibride e ibride plug-in verso l’Unione, agevolare l’accesso di alcuni prodotti europei al mercato cinese e rendere meno restrittive le licenze sulle terre rare. È un risultato utile, perché allontana almeno temporaneamente lo spettro di una guerra commerciale. Ma non modifica il rapporto strutturale fra le parti e mantiene, almeno per il momento, l’Ue sulla difensiva.La Cina può concedere una riduzione dei flussi senza rinunciare al controllo della filiera, alla propria capacità produttiva e al vantaggio accumulato sulle batterie. L’Europa, invece, rischia di usare dazi e quote per guadagnare tempo senza sfruttarlo per costruire una politica industriale comune. Proteggere il mercato può essere necessario, ma non basta se non si investe in innovazione, energia a prezzi competitivi, materie prime, infrastrutture e produzione continentale.Anche quanto accade in Brasile si inserisce nel puzzle. Contro le previsioni, Flávio Bolsonaro ha preceduto Lula al primo turno e ha ottenuto il sostegno del terzo classificato, Augusto Cury. Una sua vittoria riporterebbe Brasilia più vicino alla Washington di Trump, ma difficilmente potrebbe cancellare il peso economico raggiunto dalla Cina in America Latina. Le potenze regionali non scelgono più necessariamente un solo campo: cercano di trarre vantaggio dalla competizione fra i maggiori attori.Rimane infine la Russia, quarto incomodo che non intende rinunciare alla propria vocazione imperialista. Mosca possiede una capacità economica inferiore a quella dei tre grandi blocchi, ma conserva armi nucleari, risorse energetiche e una notevole capacità di destabilizzazione. Putin sfrutta l’urgenza elettorale americana e la dipendenza energetica altrui per ottenere legittimazione senza arretrare davvero sull’Ucraina. Senza dimenticare l’India, forte delle sue dimensioni demografiche ed economiche e, almeno in teoria, punto di riferimento del cosiddetto Sud globale.In questa guerra di posizione, Stati Uniti e Cina restano davanti, mentre l’Unione europea appare ancora indietro. Non perché le manchino risorse economiche, industriali o tecnologiche, ma perché non riesce a trasformarle in una strategia unitaria. Bruxelles negozia con Pechino, dipende da Washington per la sicurezza e finanzia Kyiv, ma continua a faticare nel definire autonomamente tempi e obiettivi.Il prossimo ordine mondiale non nascerà da un’unica conferenza di pace, ma da un fragile equilibrio tra rapporti di forza contrapposti. Se l’Europa vuole esserne protagonista, deve smettere di limitarsi a reagire alle mosse degli altri, iniziare ad agire con una sola voce (almeno in settori chiave come sicurezza e difesa) e recuperare la risorsa che Pechino sembra utilizzare meglio di tutti: una visione di lungo periodo.