A prima vista la scena difficilmente potrebbe adattarsi all’immagine dei pericolosi criminali «esiliati» dagli Stati Uniti che aveva accompagnato le prime notizie, nell’estate del 2025.Alcuni degli uomini trasferiti dagli Stati Uniti a eSwatini sono stati visti partecipare a eventi pubblici nel Paese, compresa la tradizionale cerimonia dell’Umhlanga, la Reed Dance, a Ludzidzini. Non indossavano uniformi carcerarie. Erano tuttavia accompagnati da funzionari di His Majesty’s Correctional Services.La scena riassume uno dei paradossi dell’intera vicenda.Il Governo di eSwatini sostiene che i cosiddetti Third Country Nationals — TCN, cittadini di Paesi terzi — non debbano essere considerati prigionieri e possano muoversi nel Paese, pur sotto supervisione. Molti di loro, tuttavia, sono stati ospitati per mesi nel Matsapha Correctional Complex, struttura che comprende anche reparti di massima sicurezza.È proprio questa apparente contraddizione — non detenuti, ma ospitati all’interno di un sistema penitenziario — a trovarsi oggi al centro della questione politica e giuridica.L’accordo da 5,1 milioni di dollariLa vicenda nasce da un Memorandum of Understanding sottoscritto il 14 maggio 2025 tra Stati Uniti ed eSwatini.In base alla documentazione resa successivamente pubblica e alle ricostruzioni della stampa internazionale e locale, Washington si è impegnata a fornire 5,1 milioni di dollari destinati a rafforzare la capacità del Regno di gestire immigrazione, frontiere e persone trasferite dagli Stati Uniti.L’accordo contempla la possibilità che eSwatini riceva fino a 160 cittadini di Paesi terzi rimossi dal territorio statunitense.Il finanziamento non viene formalmente descritto come un pagamento per singolo deportato, ma come sostegno alle capacità amministrative e migratorie necessarie alla gestione del programma.Il Memorandum prevede inoltre che eSwatini applichi la propria legislazione sull’immigrazione e attribuisca ai soggetti trasferiti uno status migratorio appropriato o altra sistemazione giuridica.L’obiettivo dichiarato resta quello di trovare successivamente una destinazione definitiva: il Paese d’origine, ove possibile, oppure un altro Stato disposto ad accoglierli.Nel corso del 2025 e del 2026 diversi voli hanno trasferito cittadini stranieri dagli Stati Uniti al Regno.Alcuni sono successivamente ripartiti.Il numero esatto delle persone presenti oggi in eSwatini è tuttavia uno dei dati che meriterebbe una comunicazione ufficiale periodica e trasparente, perché arrivi, rimpatri e partenze hanno modificato più volte il quadro iniziale.Criminali pericolosi? Per alcuni sì. Ma non per tuttiÈ probabilmente l’aspetto sul quale serve maggiore precisione.Il primo gruppo, arrivato nel luglio 2025, comprendeva cittadini di Vietnam, Jamaica, Laos, Cuba e Yemen.Il Department of Homeland Security statunitense diffuse allora descrizioni estremamente severe delle persone trasferite, indicando precedenti per reati gravissimi, compresi omicidi e violenze sessuali.I precedenti penali di alcuni dei primi deportati erano reali e molto seri.Ma vi è un particolare fondamentale: al momento del loro trasferimento in eSwatini, diversi di questi uomini avevano già scontato le pene penali comminate negli Stati Uniti.La controversia non riguarda quindi soltanto ciò che avevano commesso nel passato.Riguarda anche il fondamento giuridico della loro successiva restrizione della libertà personale in un altro Stato, nel quale non erano stati condannati per alcun nuovo reato.Con il proseguire del programma, inoltre, il profilo delle persone trasferite è diventato più eterogeneo.Non è pertanto corretto utilizzare indistintamente la definizione di «pericolosi criminali» per tutte le persone inviate in eSwatini.Tra i trasferiti risultano infatti soggetti con situazioni migratorie, penali e umanitarie differenti. Alcuni avevano ottenuto negli Stati Uniti forme di protezione che impedivano il ritorno nel loro Paese d’origine, in particolare per il rischio di persecuzione o trattamento inumano.La stessa posizione ufficiale del Governo swati è progressivamente diventata più articolata.Il ministro della Giustizia Prince Simelane ha chiarito in Parlamento che i TCN non devono essere considerati automaticamente prigionieri e che non tutti erano stati detenuti negli Stati Uniti per reati violenti.È quindi necessario distinguere i fatti.Che alcuni componenti del primo gruppo avessero precedenti criminali estremamente gravi è documentato.Che tutti i successivi TCN appartengano alla medesima categoria non lo è.La posizione del Governo di eSwatiniMbabane ha difeso sin dall’inizio l’accordo come esercizio della propria sovranità nazionale.Il Governo sostiene di avere effettuato valutazioni di sicurezza prima di accettare i trasferimenti e ha più volte rassicurato la popolazione sulla presenza di sistemi di controllo.La linea ufficiale è che la permanenza dei TCN sia temporanea.Le autorità affermano inoltre che i loro diritti fondamentali vengano rispettati e che il Governo stia lavorando, insieme ai Paesi interessati e alle organizzazioni internazionali, per consentire il ritorno volontario o il trasferimento verso altre destinazioni.Negli ultimi mesi diversi rimpatri sono effettivamente avvenuti.Questo rappresenta un elemento concreto a sostegno della tesi governativa secondo cui eSwatini non avrebbe intenzione di trasformarsi in una destinazione permanente per queste persone.Alcuni TCN sono rientrati nei rispettivi Paesi attraverso procedure concordate. Il problema, tuttavia, rimane il periodo intermedio.Perché queste persone debbano essere ospitate in una struttura appartenente al sistema penitenziario e quale sia precisamente il regime giuridico al quale sono sottoposte resta una delle questioni centrali.Detenuti o ospiti sotto sorveglianza?Il punto è molto più che terminologico. Se una persona è detenuta, la privazione della libertà personale deve avere un fondamento giuridico preciso.Se invece non è detenuta, occorre spiegare quali limitazioni possano essere imposte ai suoi movimenti e attraverso quale autorità.Il Governo ha progressivamente insistito sulla definizione di persone sotto supervisione piuttosto che di prigionieri.I TCN hanno potuto effettuare uscite controllate e, in alcuni casi, partecipare ad attività pubbliche.La loro presenza all’Umhlanga ha attirato particolare attenzione proprio perché difficilmente conciliabile con l’idea tradizionale di una detenzione di massima sicurezza.La situazione appare quindi essersi evoluta verso una forma di sorveglianza amministrativa. Ma rimane da capire se tale cambiamento sia stato formalizzato attraverso specifici provvedimenti amministrativi e giudiziari oppure sia semplicemente il risultato di una prassi adottata progressivamente dalle autorità.Il nodo giuridicoIl Memorandum tra Stati Uniti ed eSwatini prevede l’attribuzione di uno status giuridico ai cittadini trasferiti e disciplina la loro permanenza temporanea.Non risulta però che l’accordo, da solo, stabilisca automaticamente la possibilità di incarcerare queste persone.Da qui le iniziative giudiziarie promosse nel Regno.Una prima causa contro l’accordo è stata respinta dall’Alta Corte principalmente per questioni legate alla legittimazione dei ricorrenti.Questo dettaglio è importante.Il rigetto della causa non equivale necessariamente ad avere stabilito definitivamente, nel merito, la costituzionalità di ogni aspetto del programma.In un procedimento separato, la magistratura swati ha riconosciuto ad alcuni deportati il diritto di avere accesso diretto a un avvocato.Anche il limite temporale della permanenza merita attenzione.Se la collocazione iniziale è temporanea e se il Paese d’origine non accetta il cittadino, cosa accade una volta trascorso il periodo previsto?È una questione che l’accordo dovrebbe chiarire senza lasciare persone in una sorta di limbo amministrativo.Il ruolo dell’International Organization for MigrationL’International Organization for Migration ha precisato che non decide chi debba essere deportato dagli Stati Uniti e non partecipa alla detenzione delle persone trasferite.Il suo ruolo può intervenire successivamente.L’IOM può fornire assistenza sanitaria, counselling, verifiche sulle vulnerabilità individuali, informazioni sulle possibilità di ritorno e supporto logistico in caso di rimpatrio volontario.Uno dei principi centrali dell’organizzazione è che l’eventuale ritorno assistito debba avvenire con il consenso della persona interessata.L’organizzazione considera inoltre essenziali uno status giuridico chiaro, la possibilità di accedere alla protezione internazionale quando necessaria e un livello adeguato di libertà personale.Sono criteri particolarmente rilevanti nel caso eSwatini.Dove sono finiti i 5,1 milioni di dollari?L’altra grande questione riguarda la trasparenza finanziaria.L’accordo fu inizialmente gestito a un livello molto ristretto dell’apparato governativo.Secondo ricostruzioni giornalistiche internazionali, la proposta sarebbe arrivata ai vertici del Regno attraverso il Primo Ministro Russell Dlamini e successivamente approvata da Re Mswati III.Alcuni apparati governativi sarebbero stati informati solo successivamente.In Parlamento sono quindi emerse domande sull’utilizzo dei 5,1 milioni di dollari, sulla loro collocazione contabile e sulle strutture alle quali siano stati destinati.Porre queste domande è legittimo.Sarebbe però scorretto trasformarle automaticamente nell’accusa di una distrazione o appropriazione dei fondi senza prove documentali.Al momento la questione è soprattutto una questione di trasparenza amministrativa.Il Governo può eliminare gran parte delle polemiche semplicemente rendendo pubblica una contabilità dettagliata: fondi ricevuti, strutture destinatarie, spese sostenute e saldo residuo.I rapporti con WashingtonL’accordo deve essere osservato anche all’interno delle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti ed eSwatini.Per un Paese di dimensioni relativamente limitate come il Regno, mantenere una relazione privilegiata con Washington ha un valore politico ed economico evidente.Per gli Stati Uniti, invece, la collaborazione di eSwatini offre una soluzione concreta a un problema che l’amministrazione Trump considera prioritario: l’espulsione di persone che non possono essere facilmente rimpatriate nel proprio Paese.Questo non significa che ogni successivo vantaggio diplomatico o economico ottenuto da eSwatini debba automaticamente essere considerato la contropartita dell’accordo.Una correlazione temporale non costituisce prova di uno scambio occulto.Ma proprio per questa ragione una maggiore trasparenza da entrambe le parti aiuterebbe a eliminare le interpretazioni più speculative.Le preoccupazioni del SudafricaLa questione non coinvolge soltanto Washington e Mbabane.Il Sudafrica ha espresso preoccupazione per la presenza nella regione di persone con precedenti criminali gravi trasferite dagli Stati Uniti.La posizione di Pretoria è facilmente comprensibile dal punto di vista della sicurezza delle frontiere.eSwatini è strettamente collegato territorialmente ed economicamente al Sudafrica e la possibilità che alcuni soggetti possano spostarsi attraverso i confini viene inevitabilmente considerata dalle autorità sudafricane.Ma anche in questo caso è necessario distinguere il rischio potenziale dai fatti.Non risultano automaticamente nuovi reati commessi in eSwatini o in Sudafrica dalle persone trasferite soltanto perché alcune di esse avevano precedenti negli Stati Uniti.La valutazione preventiva di sicurezza non può essere confusa con una nuova responsabilità penale.La questione nasce negli Stati UnitiIl caso di eSwatini rappresenta una parte di una strategia migratoria molto più ampia dell’amministrazione Trump.Washington sostiene che quando una persona è oggetto di un ordine definitivo di espulsione ma non può essere rimandata direttamente nel proprio Paese, gli Stati Uniti debbano poter individuare un Paese terzo disposto ad accoglierla.Per l’amministrazione statunitense si tratta di uno strumento indispensabile per dare effettività alle decisioni di espulsione.Per i critici, invece, il sistema rischia di aggirare le garanzie del due process, soprattutto quando una persona viene inviata in un Paese nel quale non ha mai vissuto e rispetto al quale non ha potuto precedentemente far valere il rischio di persecuzione o tortura.I tribunali americani si sono pronunciati in maniera non uniforme.La Corte Suprema degli Stati Uniti ha consentito per il momento all’amministrazione di proseguire con le deportazioni verso Paesi terzi, ma il contenzioso giuridico sulla materia non può considerarsi definitivamente concluso.Dire oggi che la politica sia definitivamente legale o definitivamente illegale sarebbe quindi una semplificazione.Un piccolo Regno davanti a una grande questione internazionaleIl caso eSwatini è più complesso della semplice contrapposizione tra sostenitori e oppositori di Donald Trump.Washington ha un problema operativo reale: persone colpite da ordine di espulsione che non possono essere facilmente rimpatriate.eSwatini ha scelto volontariamente di partecipare a un programma che gli garantisce risorse, relazioni internazionali e un ruolo diplomatico superiore alle dimensioni del Paese.Il Governo può indicare elementi concreti a sostegno della propria posizione.Alcune persone sono state rimpatriate. Altre dispongono oggi di maggiori libertà rispetto ai primi mesi.L’IOM è coinvolta nei processi di ritorno volontario.Non risultano automaticamente problemi di ordine pubblico attribuibili ai TCN soltanto per la loro presenza nel Paese. Ma rimangono interrogativi ai quali occorre dare rispoQual è esattamente lo status giuridico di ogni persona?Chi ne limita eventualmente la libertà personale?Quali controlli giudiziari esistono?Quanto denaro è stato effettivamente utilizzato e per quali finalità?Quante persone rimangono oggi in eSwatini?Che cosa accade quando il Paese d’origine rifiuta il rimpatrio?Sono domande giornalistiche prima ancora che politiche.Oltre gli sloganDescrivere eSwatini semplicemente come la «discarica dei criminali di Trump» sarebbe certamente efficace come titolo, ma non descriverebbe correttamente la realtà.Sarebbe altrettanto impreciso presentare l’intera vicenda come una normale e indiscutibile procedura amministrativa per il rimpatrio di immigrati.La documentazione disponibile racconta una situazione intermedia e molto più complessa.Alcune delle prime persone trasferite avevano precedenti estremamente gravi.Altre presentano situazioni completamente diverse.Gli Stati Uniti stanno utilizzando accordi con Paesi terzi per rendere più efficace una politica migratoria fortemente orientata alle espulsioni.eSwatini ha accettato di partecipare e ha ricevuto finanziamenti per farlo.Il Governo rivendica la propria sovranità e sottolinea che la permanenza è temporanea.I critici chiedono invece maggiore chiarezza sul rispetto della libertà personale, sulle procedure legali e sulla trasparenza dell’accordo.Nessuna di queste prospettive, da sola, racconta tutta la storia.Ed è probabilmente proprio qui che si trova la parte più interessante della vicenda.Un piccolo Regno dell’Africa australe si trova oggi al centro di un esperimento migratorio, diplomatico e giuridico che nasce a migliaia di chilometri di distanza.Dietro i numeri e le dichiarazioni politiche ci sono però esseri umani, alcuni responsabili in passato di reati gravissimi, altri con storie completamente differenti.Comprendere che cosa accadrà loro significa anche capire quale limite possa avere, nel diritto contemporaneo, il potere di uno Stato di allontanare una persona dal proprio territorio e quello di un altro Stato di accoglierla, sorvegliarla o limitarne la libertà.È questa, più degli slogan, la vera questione che eSwatini pone oggi alla comunità internazionale.