Hong Kong, pezzi di un caccia F-35 finiscono alla Cina per l’errore di un corriere: Pechino li trattiene

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HONG KONG — Un’email arrivata sul computer sbagliato. Basta questo, nella ricostruzione pubblicata da Bloomberg, per spiegare come due componenti di un caccia F-35 australiano, rivestiti di materiale che assorbe le onde radar, siano finiti nelle mani delle autorità cinesi a Hong Kong. Lì si trovano ancora: Pechino non li ha restituiti, e a Washington indagano il Pentagono, il Dipartimento di Stato e almeno due commissioni del Congresso.I pezzi sono una cupola dell’abitacolo e uno sportello del vano armi di un F-35A della Royal Australian Air Force, l’aeronautica australiana. A fine maggio erano partiti dall’Australia verso San Francisco per essere ispezionati, riparati o rottamati, con una rotta che prevedeva scali in Corea del Sud e a Taiwan. Il carico era in ritardo e un dipendente della UPS lo ha instradato via Hong Kong per recuperare tempo. Lunedì 12 ottobre scade il termine fissato da un deputato della commissione Intelligence della Camera al segretario alla Difesa Pete Hegseth per rispondere alle sue domande.Il meccanismo che si è inceppato è quello che dovrebbe impedire proprio questi passaggi. Lo spedizioniere danese DSV, che lavora per il costruttore Lockheed Martin, aveva avvertito UPS per email che i componenti ricadevano sotto le norme americane sul commercio di armi, l’Itar, e non potevano transitare in alcuni Paesi. L’addetto non ha visto il messaggio, arrivato su un sistema informatico diverso da quello che stava usando. UPS ha poi segnalato l’incidente all’ufficio del Dipartimento di Stato che vigila sulle esportazioni militari.Il Pentagono definisce i pezzi «inutilizzabili». Lockheed Martin Australia li giudica «inutilizzabili e a basso rischio di sfruttamento» e assicura che «ogni spedizione è trattata con la massima diligenza». L’ufficio del Pentagono che gestisce il programma F-35 dice di lavorare «attivamente con le autorità americane e i partner industriali per recuperare questi componenti, indagare sull’incidente e introdurre salvaguardie per evitare che si ripeta».Pechino non si è spiegata. Il ministero degli Esteri cinese il 25 settembre si è detto «non a conoscenza della situazione»; il governo di Hong Kong non commenta i casi singoli. UPS e DSV non hanno rilasciato dichiarazioni, mentre Lockheed ha precisato che le decisioni logistiche «non vengono prese unilateralmente». Nessun funzionario americano o australiano ha accusato la Cina di aver deviato la spedizione.Il Congresso chiede contoIl 29 settembre il Pentagono ha informato i collaboratori delle commissioni Esteri e Forze armate della Camera. Il giorno prima Raja Krishnamoorthi, deputato democratico dell’Illinois e membro anziano della commissione Intelligence, aveva scritto a Hegseth: «Non possiamo permettere che tecnologie militari avanzate finiscano nelle mani degli avversari degli Stati Uniti». Tra i repubblicani, il senatore Tom Cotton ha chiesto una revisione della catena di fornitura e il senatore Kevin Cramer si è domandato se «la Cina avesse fin dall’inizio un piano per intercettare questa spedizione».Canberra abbassa i toni. Richard Marles, vicepremier e ministro della Difesa, ha parlato di «una sensazione di tranquillità» e ha aggiunto: «Non stiamo parlando di equipaggiamento sensibile»; la questione, ha detto, «sarà gestita dagli Stati Uniti e da Lockheed». L’Australia possiede 72 F-35A ed è uno dei sette Paesi, oltre agli Stati Uniti, che partecipano al pool mondiale di ricambi, con il magazzino di Williamtown, a nord di Sydney, come snodo per l’Asia-Pacifico.La vicenda espone la fragilità di una catena logistica che tocca decine di Paesi per un aereo costruito in oltre 1.200 esemplari e ordinato da 19 nazioni. Il responsabile difesa di Al Jazeera ricorda che la rete conta 11 Paesi fornitori e 13 utilizzatori oltre agli Usa, e giudica «discutibile» quanto Pechino possa ricavare da componenti minori, avendo già prototipi di caccia di sesta generazione. La notizia è emersa il 23 settembre, mentre il presidente cinese Xi Jinping arrivava negli Stati Uniti per la visita di Stato da Donald Trump, pochi giorni dopo il via libera alla vendita di F-35 all’Arabia Saudita per 24 miliardi di dollari.La Corte dei conti americana aveva già contato oltre 19.000 ricambi del programma in attesa di istruzioni di smaltimento, con perdite superiori a 85 milioni di dollari e meno del 2 per cento dei pezzi esaminato dall’ufficio che gestisce l’F-35. Un suo funzionario ha definito il caso di Hong Kong «una cosa grossa».