Yemen. Gli Houthi sfruttano la crisi regionale: l’Arabia Saudita stretta tra Hormuz e Bab el-Mandeb

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Gli Houthi stanno sfruttando una fase geopolitica particolarmente favorevole ai loro obiettivi. Mentre il confronto tra Stati Uniti e Iran si concentra sullo stretto di Hormuz, il fronte yemenita rischia di trasformarsi in un secondo punto di pressione, capace di estendere la crisi fino a Bab el-Mandeb, il passaggio che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e, attraverso il Canale di Suez, al Mediterraneo.Per l’Arabia Saudita, lo scenario è tutt’altro che rassicurante. Riyad si trova a fare i conti con una minaccia che non si esaurisce lungo i confini meridionali del Regno. La capacità degli Houthi di colpire il territorio saudita e di condizionare la navigazione in un’area decisiva per i commerci internazionali mette in discussione la sicurezza delle infrastrutture energetiche e delle rotte marittime da cui dipende una parte significativa della sua proiezione economica.La strategia degli Houthi acquista peso proprio in questa sovrapposizione di crisi. Il movimento yemenita, sostenuto dall’Iran, non deve necessariamente prevalere sul piano militare per ottenere risultati strategici. Gli basta dimostrare di poter aprire un fronte aggiuntivo, aumentare i costi della sicurezza regionale e costringere Riyad a distribuire risorse e attenzione su più direttrici. La pressione militare diventa così uno strumento politico, tanto più efficace quando gli equilibri internazionali sono già sottoposti a forti tensioni.Il problema saudita può essere sintetizzato in una formula: due stretti e tre fronti. Hormuz e Bab el-Mandeb rappresentano due passaggi marittimi strategici attraverso i quali transita una parte essenziale dei flussi energetici e commerciali. I fronti sono invece quello del confronto tra Washington e Teheran, quello yemenita e quello, più ampio, della competizione per il futuro assetto di sicurezza del Medio Oriente.La geografia spiega la portata della vulnerabilità saudita. Hormuz è il passaggio obbligato per gran parte delle esportazioni petrolifere del Golfo, mentre Bab el-Mandeb costituisce uno snodo fondamentale per il traffico che attraversa il Mar Rosso e raggiunge Suez. Una loro eventuale destabilizzazione simultanea avrebbe conseguenze ben oltre la regione: maggiori costi assicurativi, deviazioni delle rotte commerciali, ritardi nelle consegne e nuove pressioni sui mercati energetici.Riyad dispone di risorse economiche e militari considerevoli, ma la sua capacità di proteggere gli interessi nazionali non dipende soltanto dalla consistenza degli armamenti. Conta soprattutto la possibilità di impedire che avversari dotati di mezzi relativamente limitati riescano a sfruttare la vulnerabilità geografica del Regno. È qui che gli Houthi possono ottenere un vantaggio asimmetrico: attraverso attacchi mirati e una minaccia credibile alla navigazione possono imporre costi sproporzionati rispetto alle proprie capacità convenzionali.L’attuale fase geopolitica offre loro un’occasione ulteriore. Se Washington è impegnata a gestire il confronto con Teheran e la sicurezza di Hormuz, la capacità americana di concentrare risorse e attenzione su altri teatri può apparire meno scontata. Non significa che gli Stati Uniti abbiano abbandonato il Golfo, ma che la loro presenza non basta, da sola, a eliminare le vulnerabilità della regione.Per decenni la sicurezza delle monarchie del Golfo si è fondata, in misura rilevante, sul rapporto con gli Stati Uniti. La presenza militare americana, le forniture di armamenti e la cooperazione d’intelligence hanno rappresentato una componente essenziale della deterrenza regionale. Questo sistema, tuttavia, non ha impedito agli Houthi di sviluppare capacità offensive né ha eliminato il rischio che il territorio saudita diventi un bersaglio nelle crisi che coinvolgono l’Iran.Il punto non è stabilire se Riyad possa fare a meno di Washington. Nel breve periodo, una simile prospettiva appare poco realistica. La questione è piuttosto quanto il Regno possa continuare a dipendere da una garanzia esterna quando le priorità strategiche americane non coincidono necessariamente con quelle saudite.La gestione delle crisi marittime mostra questa contraddizione. La presenza statunitense può contribuire alla deterrenza, ma una strategia percepita dagli avversari come parte del confronto con l’Iran può anche alimentare nuove dinamiche di escalation. Per Riyad, affidarsi esclusivamente al dispositivo americano significa quindi conservare una protezione indispensabile, senza però avere la certezza che essa sia sufficiente a prevenire ogni crisi.Da qui la ricerca di maggiori margini di autonomia. Il Regno ha interesse a diversificare le proprie relazioni diplomatiche, ridurre il rischio di un confronto diretto con Teheran e costruire canali di comunicazione con gli attori che possono influenzare il teatro yemenita. L’obiettivo non è necessariamente sostituire l’alleanza con Washington, ma evitare che ogni crisi regionale si trasformi in una scelta obbligata tra escalation militare e dipendenza dalla mediazione americana.In questa prospettiva acquistano rilievo i rapporti con Pakistan e Turchia, due attori che possono contribuire, in forme diverse, a una maggiore articolazione della sicurezza regionale. Il Pakistan dispone di un peso militare significativo e mantiene legami storici con le monarchie del Golfo. La Turchia, membro della NATO ma dotata di una propria agenda strategica, cerca a sua volta di consolidare la propria influenza tra Medio Oriente, Mar Rosso e Mediterraneo orientale.Eventuali intese tra questi Paesi e Riyad vanno tuttavia valutate con cautela. Il loro significato dipende dai contenuti concreti degli accordi, dagli impegni assunti e dalla disponibilità dei partecipanti a intervenire in caso di crisi. Una cooperazione politica o militare non equivale automaticamente a un sistema di difesa collettiva capace di sostituire quello americano.Il valore di queste relazioni risiede soprattutto nella possibilità di ampliare le opzioni saudite. Riyad può cercare sostegno diplomatico, cooperazione nella difesa e canali di dialogo alternativi, senza rinunciare al rapporto strategico con gli Stati Uniti. È una forma di bilanciamento che risponde a una realtà ormai evidente: nessuna potenza esterna può garantire da sola la stabilità di un’area attraversata da interessi divergenti e conflitti interconnessi.In questo quadro, anche un’intesa autonoma con gli Houthi potrebbe assumere un significato più ampio. Un accordo sul fronte yemenita, se sostenibile e accompagnato da garanzie verificabili, contribuirebbe a ridurre una delle principali fonti di vulnerabilità saudita. Potrebbe anche offrire indicazioni utili per un eventuale percorso diplomatico con Teheran. Ma il passaggio non sarebbe automatico: gli Houthi perseguono interessi propri e il rapporto con l’Iran, pur rilevante, non implica che il movimento esegua necessariamente ogni decisione iraniana.La ricerca saudita di un sistema di sicurezza più articolato richiama, per certi aspetti, una dinamica storica già sperimentata dalla Gran Bretagna. Per oltre un secolo, Londra considerò il controllo delle vie marittime tra Mediterraneo, Mar Rosso, Golfo Persico e Oceano Indiano una componente essenziale della propria potenza imperiale.L’apertura del Canale di Suez nel 1869 accrebbe ulteriormente il valore strategico di questa rete, offrendo una rotta più rapida tra Europa e Asia. La successiva occupazione britannica dell’Egitto, iniziata nel 1882, e il consolidamento dell’influenza di Londra nel Golfo rispondevano anche all’esigenza di proteggere i collegamenti con l’India, perno dell’Impero britannico. Aden, occupata nel 1839, divenne una base fondamentale per sorvegliare l’accesso al Mar Rosso e le rotte verso l’Oceano Indiano.L’influenza britannica non si esercitò soltanto attraverso basi navali e presidi militari. Londra costruì una rete di trattati, protettorati e relazioni con le élite locali, cercando di impedire che una singola potenza rivale dominasse i passaggi strategici. La logica era quella dell’equilibrio: preservare la libertà di movimento marittimo e contenere gli avversari attraverso una combinazione di presenza militare, diplomazia e alleanze.Il rapporto con il subcontinente indiano rappresentò una parte centrale di questa architettura. Le istituzioni militari britanniche, tra cui la Royal Military Academy Sandhurst, contribuirono alla formazione di generazioni di ufficiali destinati a esercitare un ruolo nei sistemi militari dell’area. Dopo la fine dell’Impero, le relazioni costruite in epoca coloniale continuarono a influenzare, seppure in forme trasformate, i rapporti tra Londra e diversi Paesi della regione.Nel caso del Pakistan, tuttavia, occorre distinguere la continuità dei legami militari e istituzionali dall’idea di una semplice prosecuzione della strategia britannica. Islamabad ha sviluppato una propria cultura strategica, fortemente condizionata dalla rivalità con l’India, dai rapporti con la Cina e dalle esigenze di sicurezza nazionali. La politica di bilanciamento tra grandi potenze appartiene ormai alla sua stessa tradizione diplomatica.Il parallelo storico resta utile per comprendere il problema attuale: il controllo delle rotte marittime non dipende soltanto dalla superiorità navale, ma anche dalla capacità di costruire relazioni politiche con gli attori che esercitano influenza sulle coste e sui territori circostanti.Una riflessione attribuita al generale pakistano in pensione Imran Malik, pubblicata dal quotidiano The Nation all’inizio di settembre, ha prospettato la possibilità che un’intesa regionale, estesa a più attori, consenta alle potenze locali di esercitare maggiore influenza su quattro passaggi strategici: Bosforo, Suez, Bab el-Mandeb e Hormuz.Si tratta di un’ipotesi geopolitica, non della descrizione di un accordo operativo già esistente. I quattro passaggi appartengono a contesti politici e giuridici differenti. Il Bosforo è sotto la sovranità turca ed è regolato dalla Convenzione di Montreux del 1936; Suez si trova in territorio egiziano; Bab el-Mandeb coinvolge gli interessi dei Paesi che si affacciano sul Mar Rosso e sul Golfo di Aden; Hormuz interessa direttamente Iran e Oman, oltre alle monarchie esportatrici del Golfo.Un coordinamento tra Turchia, Egitto, Arabia Saudita, Pakistan e, in prospettiva, Iran potrebbe aumentare il peso diplomatico degli attori regionali nella gestione delle crisi. Non comporterebbe necessariamente un controllo congiunto dei passaggi, né garantirebbe la libertà di navigazione. Le divergenze politiche, le rivalità strategiche e gli interessi economici renderebbero un simile progetto complesso da realizzare.Il suo significato, semmai, sta nella ricerca di un ordine meno dipendente dall’intervento delle potenze esterne. La competizione tra Stati Uniti e Cina spinge diversi Paesi a evitare una scelta esclusiva di campo e a moltiplicare le proprie opzioni. In questa logica, la diplomazia regionale diventa uno strumento per ridurre la vulnerabilità e aumentare il potere negoziale.Resta però una contraddizione di fondo. Le stesse potenze regionali che aspirano a una maggiore autonomia non condividono necessariamente la medesima idea di sicurezza. Turchia, Iran, Arabia Saudita, Egitto e Pakistan hanno interessi che talvolta convergono e talvolta entrano in conflitto. Un sistema alternativo a quello imperniato sugli Stati Uniti richiederebbe quindi non soltanto accordi tra governi, ma meccanismi credibili di consultazione e gestione delle crisi.È proprio nello Yemen che queste ambizioni incontrano una prova concreta. Gli Houthi possono sfruttare la frammentazione regionale, la pressione esercitata sull’Iran e l’attenzione internazionale concentrata su Hormuz per accrescere il proprio peso negoziale. La loro forza non consiste soltanto nelle capacità missilistiche e nei droni, ma anche nella posizione geografica e nella possibilità di interferire con una rotta commerciale di importanza mondiale.Per Riyad, la sfida è evitare che il fronte yemenita diventi il punto attraverso cui gli avversari regionali possono mettere sotto pressione l’intero sistema di sicurezza del Golfo. Una risposta esclusivamente militare rischierebbe di riprodurre un ciclo di attacchi e rappresaglie senza eliminare le cause politiche del conflitto. La diplomazia, da sola, non sarebbe sufficiente se non accompagnata da garanzie credibili e da un quadro regionale meno esposto all’escalation.La monarchia saudita si trova così davanti a un dilemma strategico: continuare a fare affidamento sulla protezione americana, accettando i limiti che derivano dalla dipendenza da Washington, oppure investire in una rete più ampia di relazioni regionali, nella speranza di ridurre il rischio di isolamento durante le crisi.Gli Houthi stanno cercando di sfruttare proprio questo dilemma. Non hanno bisogno di controllare Hormuz per trarre vantaggio dalla crisi dello stretto, né di sconfiggere militarmente l’Arabia Saudita per condizionarne le scelte. È sufficiente che il rischio si estenda da un passaggio marittimo all’altro e che Riyad sia costretta a considerare simultaneamente la sicurezza dei propri confini, delle infrastrutture energetiche e delle rotte commerciali.La questione, dunque, va oltre lo Yemen. Riguarda la capacità dell’Arabia Saudita di trasformare la propria forza economica in autonomia strategica, in una regione dove il controllo delle rotte marittime continua a rappresentare uno dei principali strumenti di pressione politica. Finché Bab el-Mandeb resterà esposto all’instabilità yemenita e Hormuz sarà un punto di confronto tra Washington e Teheran, la sicurezza saudita continuerà a dipendere da equilibri che Riyad non può determinare da sola.