Gerusalemme, ultraortodossi contro la leva: scontri, manganelli e una società sempre più divisa

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La protesta degli ebrei ultraortodossi nasce dal rifiuto degli ordini di arruolamento rivolti agli studenti delle Yeshivah, le istituzioni educative ebraiche dove si studiano i testi religiosi del Talmud e della Torah. Negli ultimi giorni lo scontro è nuovamente sfociato a Gerusalemme e in altre città israeliane con blocchi stradali, tentativi d’impedire gli arresti e violenti confronti a colpi di manganelli con le forze dell’ordine e della polizia militare.Ma anche raccontare la protesta diventa difficile, soprattutto per la stampa presente sul luogo delle manifestazioni. Particolarmente significativo è il caso di Elena Testi, l’inviata di Tagadà di La7, che nei giorni scorsi si trovava nel quartiere ultraortodosso di Mea Shearim a Gerusalemme. La giornalista ha raccontato di essere stata insultata e aggredita perché, secondo alcuni residenti, non era vestita in modo sufficientemente conforme alle rigide regole di “modestia” a cui devono sottomettersi le donne sposate della comunità. Le è stata gettata addosso dell’acqua e le sono stati lanciati anche degli oggetti, uno di questi l’ha colpita all’orecchio.Per poter proseguire il collegamento in diretta televisiva, infatti la Testi si è quindi coperta il capo con un fazzoletto di stoffa scura e ha indossato una gonna sopra i pantaloni. Durante la diretta, la stessa inviata ha spiegato i motivi del cambiamento d’abbigliamento. Il gesto non era dunque una scelta religiosa personale della giornalista, ma una misura adottata per evitare ulteriori problemi mentre si trovava all’interno di un quartiere nel quale le regole sull’abbigliamento femminile sono particolarmente rigide. L’episodio aiuta a comprendere quanto sia particolare il contesto nel quale stanno avvenendo le proteste. Mea Shearim è uno dei quartieri storici degli ultraortodossi di Gerusalemme. Alcune comunità che vi abitano hanno un rapporto estremamente critico con lo Stato d’Israele. La religione, vissuta attraverso regole rigidissime, permea ogni aspetto della vita quotidiana, dall’abbigliamento alle modalità d’incontro tra uomini e donne, fino al rapporto con la tv, la stampa e la società secolare. Gerusalemme si trova così ancora una volta al centro di una frattura che non è soltanto politica, ma religiosa, sociale e istituzionale. E mentre nelle strade volano pietre, partono manganellate e vengono effettuati arresti, il nodo della leva obbligatoria per ora resta irrisolto.L’8 ottobre la cosiddetta “Fazione di Gerusalemme”, una delle componenti più intransigenti del mondo Haredi (gli ebrei ultraortodossi) ha inscenato manifestazioni di massa con l’obiettivo dichiarato di protestare contro gli arresti degli ultrapraticanti che si sono rifiutati di presentarsi alla leva. I manifestanti hanno annunciato anche il blocco di importanti arterie stradali e degli accessi all’aeroporto Ben Gurion.La questione della leva degli Haredim è una delle più delicate e divisive della società israeliana. Per decenni, gli studenti delle scuole religiose ultraortodosse hanno beneficiato di un sistema di esenzioni che consentiva loro di dedicarsi allo studio della Torah invece di prestare servizio militare nell’esercito. Il principio è stato a lungo tollerato e regolamentato attraverso accordi politici e decisioni governative. La situazione è però cambiata radicalmente negli ultimi anni, anche a causa delle esigenze dell’esercito israeliano di disporre di più risorse militari addestrate dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Sono circa 80mila i maschi ultraortodossi tra i 18 e i 24 anni che risultano soggetti all’obbligo di leva, ma non si sono ancora arruolati. I dati sono riportati dalla stampa israeliana. La procura generale ha chiesto un’applicazione più rigorosa degli ordini di arruolamento, compreso il ricorso agli arresti nei confronti dei renitenti.Per molti Haredim, però, non si tratta semplicemente di rifiutare un servizio pubblico. I leader religiosi sostengono che l’inserimento nell’esercito possa mettere in pericolo il loro modo di vivere, fondato sullo studio dei testi religiosi e su norme molto rigorose riguardo ai rapporti con la società secolare. Da qui lo slogan che ricorre nelle manifestazioni: «Moriremo piuttosto che arruolarci».La questione è diventata anche una battaglia davanti alla legge. Nel settembre scorso la Corte Suprema israeliana ha annullato una legge approvata dal governo che avrebbe impedito, per un determinato periodo, l’arresto dei renitenti ultraortodossi. Otto dei nove giudici hanno inoltre ritenuto che quella disciplina violasse il principio di uguaglianza, perché introduceva una differenza nell’applicazione della legge fondata sull’appartenenza religiosa. Da quel momento le autorità hanno intensificato i tentativi d’individuare e arrestare chi non si presenta alla leva. Ma ogni tentativo di arresto si è trasformato in un focolaio di protesta. È accaduto anche il 6 ottobre a Modi’in, dove la polizia militare era arrivata per arrestare un giovane ultraortodosso accusato di non essersi presentato al servizio. Nel giro di poco tempo, centinaia di manifestanti sono arrivati sul posto dopo l’attivazione della rete di allerta della “Fazione di Gerusalemme”. Alcuni sono entrati nell’edificio e hanno cercato di impedire fisicamente l’arresto. Le forze di sicurezza hanno infine ricevuto l’ordine di lasciare la zona senza portare via il giovane.Nei mesi scorsi, durante le proteste, la polizia ha utilizzato manganelli, granate assordanti e altri strumenti di dispersione della folla. In uno degli episodi più documentati, avvenuto il 17 giugno sulla Route 4, la polizia è intervenuta per sgomberare una strada occupata dai manifestanti, utilizzando manganelli e granate assordanti. Tra i manifestanti, almeno otto persone risultarono ferite e cinque furono arrestate.Le immagini degli scontri hanno alimentato le accuse di un uso eccessivo della forza da parte degli agenti. La polizia ha però sottolineato che le manifestazioni erano illegali e che gli interventi erano finalizzati a liberare le strade e ristabilire l’ordine pubblico. Gli scontri non hanno però visto soltanto l’uso della forza da parte degli agenti. In diverse occasioni i manifestanti hanno lanciato pietre e altri oggetti contro le forze dell’ordine, danneggiando veicoli e cercando d’impedire fisicamente agli agenti di portare a termine gli arresti. A Modi’in, inoltre, la polizia militare ha dovuto essere evacuata dalla zona sotto protezione di altri corpi della polizia.