Le esportazioni di petrolio dal Medio Oriente stanno tornando verso i livelli precedenti al conflitto, ma la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz continua a essere condizionata dall’insicurezza e dagli elevati costi di trasporto. La ripresa dei volumi commerciali non coincide quindi con un ritorno alla normalità, mentre la guerra continua a incidere sui prezzi dell’energia e sugli equilibri economici regionali. Secondo i dati della società di analisi Kpler, tra il primo e il 28 settembre le esportazioni regionali di greggio, escluso l’Iran, hanno raggiunto almeno 16,5 milioni di barili al giorno, avvicinandosi alla media registrata prima dell’inizio del conflitto. Il recupero è stato possibile grazie alla riorganizzazione delle rotte e all’utilizzo di infrastrutture alternative, ma il traffico marittimo rimane esposto al rischio di nuovi attacchi e interruzioni. Reuters ha riferito l’8 ottobre che, secondo Kpler, il 6 ottobre soltanto sette navi destinate al trasporto di materie prime avevano attraversato Hormuz. Il volume di greggio transitato attraverso lo stretto risultava diminuito del 27% rispetto al massimo raggiunto durante la guerra, attestandosi a 10,1 milioni di barili al giorno. Le rilevazioni non comprendono necessariamente tutte le imbarcazioni, poiché alcune navigano con i sistemi automatici di identificazione disattivati. I dati mostrano comunque quanto la ripresa commerciale rimanga vulnerabile. Uno degli effetti più importanti della crisi riguarda la trasformazione delle rotte utilizzate dagli esportatori. Secondo Kpler, a settembre il 40% del greggio esportato dalla regione ha seguito percorsi alternativi allo Stretto di Hormuz, contro il 17% registrato prima della guerra. La percentuale si riferisce alle esportazioni petrolifere regionali e non alla produzione o al commercio mondiale. Questa trasformazione ha aumentato l’importanza degli oleodotti sauditi diretti verso Yanbu, sul Mar Rosso, e delle infrastrutture emiratine che raggiungono Fujairah, nel Golfo dell’Oman. La disponibilità di collegamenti terrestri permette ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti di ridurre la quota delle esportazioni obbligata ad attraversare lo stretto, offrendo una maggiore flessibilità durante le crisi. La situazione è differente per Kuwait, Qatar e gran parte dell’Iraq, che rimangono maggiormente dipendenti dalle rotte marittime del Golfo. La possibilità di utilizzare percorsi alternativi assume quindi un valore strategico. Non riguarda soltanto la sicurezza delle spedizioni, ma anche la capacità dei governi di mantenere entrate finanziarie e continuità commerciale durante un confronto prolungato. Un altro adattamento riguarda il trasbordo del petrolio tra petroliere. In alcuni casi il greggio viene caricato nei terminali situati all’interno del Golfo, attraversa Hormuz e viene successivamente trasferito su un’altra nave nelle acque al largo di Sohar o Fujairah. Questa procedura consente di riorganizzare i trasporti e distribuire diversamente i rischi tra le varie fasi del viaggio, ma non elimina la necessità di attraversare lo stretto. L’Oman acquisisce così una maggiore rilevanza nella rete commerciale regionale. La disponibilità di porti, servizi marittimi e aree utilizzabili per il trasbordo può attirare traffici e investimenti, rafforzando il ruolo economico del Paese. La crisi sta quindi modificando anche i rapporti tra gli esportatori, attribuendo maggiore importanza a chi dispone di infrastrutture alternative e collegamenti relativamente meno esposti alle minacce. Sul piano militare, il problema principale consiste nella differenza tra garantire il passaggio di singole navi e assicurare una rotta commerciale stabile. La presenza navale statunitense può contribuire alla protezione dei mercantili e al contrasto delle minacce, ma la sicurezza del commercio richiede condizioni sufficientemente prevedibili per consentire agli armatori di programmare i viaggi e agli assicuratori di valutare il rischio. La pressione iraniana può produrre conseguenze economiche anche senza interrompere completamente il traffico. La possibilità di attacchi intermittenti può infatti essere sufficiente a mantenere elevati i premi assicurativi, modificare le condizioni contrattuali e aumentare i costi operativi. L’effetto strategico non si misura quindi soltanto dal numero delle navi fermate o colpite, ma anche dalle risorse aggiuntive necessarie per continuare a trasportare petrolio. La minaccia diventa così uno strumento di pressione economica capace di incidere sui mercati anche quando una parte consistente delle esportazioni riesce comunque a raggiungere i compratori. Un ulteriore elemento di incertezza riguarda le modalità con cui viene rilevato il traffico. Il sistema AIS trasmette informazioni sull’identità e sulla posizione delle navi. La sua disattivazione limita la disponibilità di questi dati, ma non rende le imbarcazioni invisibili ai radar o agli altri strumenti di sorveglianza. Kpler utilizza anche immagini satellitari per individuare unità che non trasmettono regolarmente la propria posizione, sebbene le rilevazioni possano comunque presentare margini di incompletezza. La ricostruzione dei flussi deve quindi distinguere tra traffico effettivo e traffico osservato attraverso i diversi sistemi di monitoraggio. Sul piano politico, Washington e Teheran hanno interessi differenti nella rappresentazione della situazione. Gli Stati Uniti possono indicare il recupero delle esportazioni come un segnale della capacità di mantenere aperte le rotte, mentre l’Iran può sottolineare la persistenza delle proprie capacità di pressione sul traffico marittimo. La valutazione più significativa riguarda tuttavia l’affidabilità dei collegamenti e la possibilità di mantenerli operativi senza costi straordinari. Le conseguenze economiche della crisi rimangono considerevoli. Reuters ha riportato noli superiori a 1,2 milioni di dollari al giorno per grandi petroliere impiegate sulle rotte dal Medio Oriente verso l’Asia. Costi di questa entità mostrano come il recupero dei volumi esportati possa accompagnarsi a un forte aumento della spesa necessaria per trasportarli. Il prezzo finale dell’approvvigionamento dipende infatti non soltanto dal valore del greggio, ma anche da noli, assicurazioni, tempi di viaggio e disponibilità delle navi. La riorganizzazione delle rotte può quindi consentire di mantenere i flussi commerciali senza eliminare le conseguenze economiche del conflitto. Un’altra distinzione riguarda la disponibilità di petrolio greggio e quella dei prodotti raffinati. L’aumento delle esportazioni di greggio non garantisce automaticamente un’offerta sufficiente di gasolio, benzina o altri carburanti. Contano anche il funzionamento delle raffinerie, le caratteristiche del petrolio lavorato, la disponibilità degli impianti e la distribuzione dei prodotti finiti. Il 7 ottobre l’Agenzia internazionale dell’energia ha sostenuto la necessità di accelerare il rilascio delle scorte già concordato, attribuendo particolare attenzione alla disponibilità di gasolio. Le riserve strategiche possono contribuire a contenere temporaneamente le difficoltà di approvvigionamento, ma non rappresentano una soluzione permanente. La loro efficacia dipende dalla durata delle interruzioni e dalla capacità del sistema produttivo e logistico di ripristinare condizioni più regolari. Gli sviluppi dei prossimi mesi dipenderanno soprattutto dalla sicurezza della navigazione e dall’andamento del confronto politico. Una tregua accompagnata da garanzie verificabili potrebbe favorire una graduale riduzione dei premi assicurativi e dei costi di trasporto, incoraggiando il ritorno degli armatori sulle rotte tradizionali. Il mantenimento di una navigazione intermittente continuerebbe invece a esercitare pressione sui prezzi, con conseguenze per trasporti, agricoltura e attività industriali. Un nuovo aggravamento della crisi potrebbe costringere gli importatori a cercare forniture più lontane e a utilizzare ulteriori riserve, aumentando il rischio di una combinazione tra inflazione energetica e rallentamento economico. La proposta iraniana di ripristinare la navigazione attraverso Hormuz entro sette giorni, subordinandola a determinate condizioni negoziali, conferma il collegamento tra sicurezza marittima e trattative diplomatiche. L’indicazione di una scadenza non costituisce però una garanzia di riapertura effettiva. Saranno necessari impegni verificabili e comportamenti coerenti da parte dei soggetti coinvolti. Per l’Europa e per l’Italia, la crisi conferma l’importanza della diversificazione delle forniture energetiche, della disponibilità di riserve strategiche e dell’efficienza delle infrastrutture di raffinazione e distribuzione. La ripresa delle esportazioni rappresenta un risultato importante, ma non elimina la vulnerabilità di un sistema che continua a dipendere da rotte esposte a rischi militari. Finché il passaggio del petrolio attraverso il Golfo richiederà deviazioni, trasbordi, protezione militare e assicurazioni straordinarie, il costo della guerra continuerà a raggiungere anche le economie lontane dal Medio Oriente. Il vero ritorno alla normalità non dipenderà quindi soltanto dal numero di barili esportati, ma dalla possibilità di trasportarli attraverso rotte sicure, regolari ed economicamente sostenibili.