Sudan, un drone uccide 41 sfollati che cercavano oro al confine con l’Etiopia: tra le vittime 8 bambini

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WAD AL-MAHI — «Condannare queste uccisioni insensate è essenziale, ma ci deve essere anche la responsabilità per questo palese disprezzo del diritto internazionale umanitario». Lo ha scritto sabato Denise Brown, coordinatrice umanitaria delle Nazioni Unite in Sudan, in un comunicato sull’attacco di venerdì ad Abu Shandi, nello Stato del Nilo Azzurro, all’estremo sudest del Paese, a pochi chilometri dal confine con l’Etiopia. Un drone ha colpito un raduno di sfollati: il bilancio è salito a 41 morti, fra cui otto bambini, e decine di feriti.La conta è del gruppo sudanese Emergency Lawyers, che documenta le violazioni dall’inizio della guerra. Nelle prime ore il governatore locale aveva parlato di trenta morti e una rete di medici di 31; il numero è cresciuto con il recupero dei corpi. La maggior parte delle vittime sono donne.Il drone è caduto appena fuori dal campo, su un sito di estrazione artigianale dell’oro dove le donne lavorano a giornata: gli uomini scavano la terra, loro separano le pepite a mani nude e con sostanze chimiche. È così che chi ha perso tutto si guadagna da mangiare lungo il confine. Il governatore di Wad al-Mahi, Mahjoub Al-Sheikh, ha definito l’attacco «codardo» e ha detto ad Al Jazeera che il drone sarebbe partito «dall’interno dell’Etiopia».Nessuno ha rivendicato. Le autorità sudanesi attribuiscono il colpo alle Forze di supporto rapido, i paramilitari guidati da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, in guerra con l’esercito dall’aprile 2023. Un portavoce dei paramilitari non ha risposto alla richiesta di commento dell’Associated Press; il gruppo nega da sempre di colpire deliberatamente i civili. Addis Abeba, da parte sua, respinge l’accusa di ospitare basi e combattenti delle Forze di supporto rapido sul proprio territorio.Il fronte del Nilo AzzurroIl Nilo Azzurro, regione agricola e mineraria stretta fra Etiopia e Sudan del Sud, era rimasto ai margini di una guerra combattuta soprattutto a Khartoum, in Darfur e in Kordofan. Dall’inizio di ottobre è diventato il fronte più nuovo. Il 3 ottobre l’esercito ha detto di aver respinto un assalto dei paramilitari e dei loro alleati del Movimento popolare di liberazione del Sudan-Nord a est della diga di Roseires, una delle grandi centrali idroelettriche del Paese. Lo stesso giorno alcuni droni hanno puntato Damazin, la capitale regionale, e la casa del governatore dello Stato, Ahmed al-Omda Badi, che li ha detti intercettati dalla contraerea.Il giorno dopo l’alleanza ha rivendicato la presa di al-Kadalou, sul confine etiopico, e ha indicato Damazin come prossimo obiettivo; l’esercito ha smentito. Il 7 ottobre un drone ha ucciso quattro donne in un quartiere della città, colpendo case e una moschea. Giovedì si combatteva a Um Darfa, sempre nel distretto di Wad al-Mahi.L’Ufficio Onu per gli affari umanitari parla di un’area «sotto attacco costante nelle ultime settimane» e di migliaia di civili in fuga: quasi 100.000 dall’inizio dell’anno nel solo Nilo Azzurro. L’offensiva verso Damazin apre un secondo fronte e costringe l’esercito a dividere le forze con il Kordofan, dove un anno di attacchi con droni ha prodotto uno stallo. Fonti locali indicano nel confine poroso con l’Etiopia, Paese a sua volta in crisi e in lite con l’Eritrea, la via di rifornimento dei paramilitari.Tre anni e mezzo di guerra hanno lasciato almeno 150.000 morti secondo il monitor Acled, oltre 200.000 per le stime degli operatori umanitari. Gli sfollati superano i 12 milioni. Nel 2026 hanno bisogno di aiuti 33,7 milioni di persone, fra cui 17,3 milioni di bambini. Il 6 ottobre il Consiglio dei diritti umani dell’Onu ha condannato gli attacchi ai civili in Sudan e chiesto una tregua. Tre giorni dopo è arrivato il drone di Abu Shandi.«Mentre passano i giorni di questa guerra», ha scritto Brown, «il mondo continua ad accettare la sofferenza del popolo sudanese».