ADIGRAT — Carcasse di camion militari eritrei lungo la strada, e soldati etiopi in pattuglia al loro posto. Sabato mattina le forze federali dell’Etiopia e la milizia tigrina alleata, la «Tigray Peace Force», sono entrate ad Adigrat, città del Tigray orientale a una trentina di chilometri dal confine con l’Eritrea, poche ore dopo il ritiro delle truppe di Asmara. Tre residenti lo hanno raccontato a Reuters, che ha verificato un video con i miliziani filogovernativi per le strade; l’esercito etiope non ha risposto alle richieste di commento.Il ritiro chiude tre giorni in cui, secondo ACLED, l’organizzazione americana che monitora i conflitti armati, i soldati eritrei erano avanzati dal valico di Zalambessa fino a occupare la città. Nella notte si sono ritirati sotto i raid dei droni etiopi, che hanno colpito veicoli e depositi di munizioni: le esplosioni sono andate avanti fino all’alba. Nelle stesse ore i due governi hanno portato lo scontro al Consiglio di sicurezza dell’Onu con lettere speculari: Addis Abeba parla di «invasione», Asmara di «dichiarazione di guerra» e chiede «misure deterrenti».Il caso di Adigrat mostra come la crisi si sia saldata in due settimane. Da fine settembre il Fronte popolare di liberazione del Tigray (TPLF), il partito che ha dominato la regione per decenni, attacca le forze federali insieme ad altri sei gruppi armati con l’obiettivo dichiarato di rovesciare il premier Abiy Ahmed. Il 4 ottobre l’esercito e la milizia filogovernativa erano rientrati a Mekelle, il capoluogo, dopo il ritiro del TPLF; venerdì ACLED segnalava il controllo governativo di Idaga Hamus e avanzate su Shire, Atsibi e Freweyni.Sul fronte eritreo la ricostruzione è contestata. Asmara nega l’incursione. Il ministro dell’Informazione Yemane Gebremeskel ha scritto venerdì su X che l’Eritrea ha mostrato moderazione, senza confermare né smentire i movimenti di truppe. La milizia tigrina alleata di Addis Abeba, invece, ha diffuso un video di festeggiamenti: «gli abitanti di tutte le strade hanno accolto la milizia e l’esercito con grande gioia e sollievo».Le lettere al Palazzo di VetroLa prima lettera è etiope. Datata giovedì e resa nota venerdì, è firmata dal ministro degli Esteri Gedion Timothewos e indirizzata al francese Jean-Noël Barrot, presidente di turno del Consiglio di sicurezza: «l’invasione totale di parti dell’Etiopia settentrionale da parte dell’Eritrea è un fatto di dominio pubblico», «un flagrante atto di aggressione». Le truppe eritree, scrive Addis Abeba, sono penetrate fino a 60 chilometri in territorio etiope. Il governo invoca l’articolo 51 della Carta dell’Onu, quello sulla legittima difesa, senza dire quali misure intenda prendere.La risposta è arrivata sabato con la lettera del ministro degli Esteri eritreo Osman Saleh, visionata da Reuters. L’Eritrea chiede al Consiglio «di condannare con forza la deplorevole dichiarazione di guerra dell’Etiopia» e di adottare «le necessarie misure deterrenti» ai sensi del capitolo VII, la parte della Carta che autorizza sanzioni e, al limite, l’uso della forza. Le accuse di sconfinamento, scrive Saleh, servono a giustificare una guerra d’aggressione, con «enormi devastazioni per i popoli dei due Paesi».Dietro le due lettere c’è il mare. L’Etiopia è senza coste dal 1993, quando l’Eritrea divenne indipendente; i due Paesi si sono combattuti al confine tra il 1998 e il 2000, e nel 2020-2022 Asmara ha affiancato Addis Abeba nella guerra contro il Tigray, prima della rottura. Il 5 ottobre Abiy, giurando per il nuovo mandato, ha promesso: «lavoreremo con diligenza perché l’Etiopia abbia uno sbocco al mare». Per Asmara, che ha rotto le relazioni diplomatiche dopo l’espulsione di dieci suoi diplomatici il 1° ottobre, quella frase è una minaccia al porto di Assab.Le cancellerie finora hanno chiesto calma: l’Unione africana «massima moderazione», l’Ue la de-escalation, mentre Washington a metà settembre ha lasciato decadere le sanzioni su entità eritree legate alla guerra del Tigray. Faisal Roble, analista del Corno d’Africa, ha detto ad Al Jazeera che i due Paesi «si stanno avvicinando a un conflitto aperto» e che le lettere all’Onu sono «solo posizionamento» per cercare sostegno internazionale.