La penisola sotto tiro

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Dal Kuwait allo Yemen, duemila chilometri di penisola e nessun angolo al riparo. La carta di ottobre mette insieme per la prima volta i tre fronti che i pezzi delle ultime settimane raccontavano uno alla volta: l’Iran che tiene chiuso Hormuz e colpisce le navi, gli Houthi che portano la guerra nel cuore dell’Arabia Saudita, i sauditi che rispondono nello Yemen e chiamano gli alleati. Agosto era la carta di Hormuz, settembre quella di Bab el-Mandeb: questa le chiude in un solo colpo d’occhio.Si parte da destra, dalla X rossa sullo stretto. Hormuz è chiuso dal 28 febbraio, primo giorno della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, e il 4 ottobre il presidente del Parlamento Ghalibaf ha ripetuto che «non si aprirà finché non saranno soddisfatte le nostre sette condizioni». I triangoli dicono che la chiusura non è solo una dichiarazione: i Pasdaran rivendicano undici navi colpite in sette giorni, dal 3 al 9 ottobre, con la petroliera Acers del 7 e la gasiera Sun Shine del 9, e il 4 ottobre hanno respinto via radio una Aframax in ingresso, a venti chilometri da Khasab. Il 7 ottobre un colpo è arrivato dove non arrivava da settimane: una petroliera a 54 chilometri da Ras Laffan, il più grande terminale del gas al mondo, nelle acque del Qatar. Il 9 un’altra nave al largo degli Emirati. «Puniremo le navi ovunque nella regione», è la promessa dei Guardiani. Donald Trump, intanto, ha escluso attacchi all’Iran prima del voto del 3 novembre, ma il blocco dei porti iraniani resta in vigore e una terza portaerei, la Theodore Roosevelt, è in viaggio verso il Mare Arabico.Il quadrato cerchiato di rosso in alto, a Camp Buehring, racconta che cosa è successo nelle basi americane del Golfo nei primi giorni di marzo: missili balistici, droni e caccia iraniani sulla base di transito del Kuwait, a quaranta chilometri dall’Iraq. I video girati dai soldati sono usciti solo l’8 ottobre. Gli altri quadrati neri, a Manama, al Udeid e al Dhafra, sono le basi che l’Iran minaccia da sette mesi.Le stelle rosse sono il secondo fronte. Dal 6 ottobre gli Houthi colpiscono quasi ogni giorno l’Arabia Saudita: l’aeroporto di Abha, con due morti; quello di Riad il 7, l’8 e il 10, con un aereo della Saudia bruciato sul piazzale, 312 voli cancellati in un giorno e il terminal evacuato; Khamis Mushait; e il 3 ottobre il rogo alla raffineria Aramco a sud della capitale. Il regno intercetta quasi tutto e vede comunque bruciare un aereo di linea: è la fotografia di questo mese.La risposta saudita sono i mirini su Sana’a e Saada, dove i caccia hanno colpito per tre giorni, 26 raid il solo 4 ottobre, e la freccia in basso: l’operazione «Alba dello Yemen» annunciata dal presidente al-Alimi, con cento aerei della coalizione, ha ripreso il porto di Mocha e la costa fino a Bab el-Mandeb, poi l’isola di Perim, cioè le posizioni che la carta di settembre dava agli Houthi. Il 6 ottobre, per la prima volta, Riad ha invocato il patto di difesa della Mecca: Turchia e Pakistan mandano soldati nel regno.Restano i due tratteggi, che spiegano perché la penisola regge. L’oleodotto Est-Ovest, mille e duecento chilometri da Abqaiq a Yanbu, è stato riaperto il 22 settembre dopo nove giorni di stop per i droni, e a difendere il terminale sul Mar Rosso la Francia ha mandato soldati e radar. Il secondo tratteggio, verso il porto omanita di Duqm, è per ora uno studio: mille chilometri e fino a sette miliardi di dollari per far uscire il greggio direttamente sul Mare Arabico. È la lezione della carta: con Hormuz sotto tiro e Bab el-Mandeb conteso, dal Golfo esce comunque più petrolio di prima della guerra, ma ogni barile passa da un punto che qualcuno sta colpendo.