C’è qualcosa di profondamente shakespeariano, con abbondanti venature da farsa all’italiana, nella parabola che sta attraversando Sigfrido Ranucci. Per anni è stato raccontato come il giornalista senza paura, il paladino dell’inchiesta, il Che Guevara di Saxa Rubra: una figura pubblica alla quale sembrava spettare, per investitura morale, il diritto di interrogare tutti senza essere a sua volta interrogata. Ma ogni piedistallo troppo alto nasconde un’insidia: basta che si incrini la base perché la statura dell’eroe si trasformi nel suo problema più grande.Oggi, per il conduttore di Report, il panorama è decisamente meno favorevole. Il 9 ottobre il Tribunale del lavoro di Roma ha respinto il ricorso d’urgenza con cui Ranucci chiedeva di essere reintegrato alla guida della trasmissione, dopo la decisione della Rai del 28 agosto di rimuoverlo dall’incarico. La giudice Donatella Casari ha ricondotto, in questa fase cautelare, la riorganizzazione aziendale alle tensioni emerse all’interno della redazione, riconoscendo alla Rai un margine di autonomia nelle scelte editoriali.Non è una sentenza definitiva sull’intera vicenda. I legali del giornalista hanno annunciato che intendono proseguire la battaglia nelle sedi opportune. Ma il verdetto ha già un effetto concreto: Ranucci non tornerà alla conduzione in tempo per l’avvio della nuova stagione, previsto per l’8 novembre.Il punto politicamente più delicato è un altro. La ricostruzione accolta in sede cautelare non avvalora la tesi secondo cui la rimozione sarebbe riconducibile a una persecuzione politica. Almeno per il momento, dunque, Ranucci non ha ottenuto una conferma giudiziaria della propria lettura degli eventi. La partita resta aperta, ma il primo round si è concluso a suo sfavore.Eppure il dramma più significativo non si consuma soltanto nelle stanze dei dirigenti Rai o nei corridoi del tribunale. Va in scena dentro Report, il programma che per anni ha rappresentato il centro del potere professionale di Ranucci. Qui bisogna essere precisi: i 47 voti su 49 non costituiscono una mozione di sfiducia nei confronti del conduttore. L’assemblea aveva approvato una proposta di riorganizzazione che prevedeva l’affiancamento di due coautori e un coordinamento della redazione. La squadra ha successivamente dichiarato di non aver mai chiesto la rimozione di Ranucci. Quel voto, richiamato nell’ordinanza, segnala tuttavia una richiesta di cambiamento organizzativo sostenuta da una maggioranza schiacciante.La distinzione non è un dettaglio burocratico: una redazione che chiede di ridisegnare i propri equilibri non sta necessariamente cacciando il suo capo, ma mette comunque in discussione il modello esistente. Quando sono in gioco la distribuzione delle responsabilità, l’autonomia dei collaboratori e la gestione di un programma d’inchiesta, il conflitto supera la dimensione di una semplice divergenza caratteriale.A complicare il quadro sono intervenute le critiche di alcuni ex collaboratori e inviati storici. Tra loro c’è Alberto Nerazzini, che ha rivolto a Ranucci accuse durissime sul piano professionale e personale, alimentando uno scontro ormai uscito dai confini della redazione. Le sue dichiarazioni appartengono a una polemica pubblica e non vanno confuse con accertamenti giudiziari. Resta il fatto che le contestazioni non provengono soltanto dagli avversari esterni, ma anche da persone che hanno condiviso con Ranucci una parte importante del percorso di Report.È qui che emerge la contraddizione più evidente del personaggio pubblico. Chi ha costruito parte della propria autorevolezza sulla capacità di sottoporre il potere a verifica deve accettare che lo stesso scrutinio possa riguardare anche il proprio operato. Non perché essere contestati significhi essere colpevoli, ma perché nessuna reputazione professionale può diventare uno scudo contro la critica.Leggi anche: Ranucci silurato, ma la motivazione è assurda (e vi spiego perché)Ranucci, ecco le motivazioni del giudice: “Profonda frattura con la redazione di Report”Il giornalismo d’inchiesta, infatti, non vive di infallibilità, ma di verifiche, trasparenza e contraddittorio. Se questi principi valgono per politici, imprenditori, amministratori e dirigenti pubblici, devono valere anche per chi li richiama ogni settimana davanti alle telecamere. Altrimenti il controllo del potere rischia di trasformarsi in un potere che non tollera di essere controllato. Sarebbe tuttavia riduttivo liquidare la vicenda come il semplice crollo di un eroe. Il rigetto del ricorso cautelare non esaurisce la controversia, così come le contestazioni rivolte a Ranucci non equivalgono a prove di responsabilità.Per Ranucci, però, il problema è ormai anche professionale: il prestigio accumulato in anni di inchieste non basta a proteggerlo dalle conseguenze delle proprie scelte. E i meriti del passato, da soli, non basteranno né a risolvere la crisi né a riportarlo sul piedistallo.Salvatore di Bartolo, 11 ottobre 2026L'articolo Ranucci, da Re Sole ad “appestato” il passo è breve proviene da Nicolaporro.it.