Geppi Cucciari e la domanda sull’età: dopo Francesca Fagnani, le donne devono ancora giustificarsi?

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Ci risiamo. A distanza di pochi mesi dal botta e risposta tra Francesca Fagnani e Gigi Marzullo sulla maternità, un’altra donna dello spettacolo si è ritrovata a dover rispondere a una domanda che, più che raccontare qualcosa della sua carriera, sembra rivelare il modo in cui continuiamo a guardare le donne che lavorano. Questa volta è successo a Geppi Cucciari, durante la conferenza stampa di Zustissia, il film di Francesco Piras dedicato alla vicenda giudiziaria di Beniamino Zuncheddu, il pastore sardo assolto dopo aver trascorso 33 anni in carcere per un triplice omicidio. Un’occasione per parlare di cinema, di interpretazione e di una storia che merita attenzione, durante la quale un giornalista ha pensato di chiedere all’attrice se le donne, con il passare degli anni, possano arrivare a una sorta di scadenza professionale.«Ma le attrici possono scadere invecchiando?». La domanda è stata posta proprio in questi termini e la risposta di Cucciari, tanto immediata quanto efficace, non ha tardato ad arrivare: «Invecchiare è un privilegio. Perché non l’hai fatta agli uomini questa domanda?». Poche parole che hanno spostato il centro della conversazione, trasformando un quesito apparentemente rivolto al futuro professionale delle attrici in una riflessione su chi, ancora oggi, viene chiamato a giustificare il proprio rapporto con il tempo, con il corpo e con le aspettative sociali.Francesca Fagnani e quella domanda sulla maternità: il problema non è la risposta, ma perché continuiamo a farlaGeppi Cucciari e la domanda sull’invecchiamento delle attrici: il problema è il punto di partenzaPorre domande non è un esercizio semplice, soprattutto quando si ha davanti una persona abituata a comunicare, capace di cogliere le sfumature e di riconoscere immediatamente le implicazioni di ciò che le viene chiesto. Il giornalismo richiede curiosità, certamente, ma anche sensibilità, preparazione e una certa capacità di comprendere il peso delle parole. Non significa evitare gli argomenti scomodi, perché spesso sono proprio quelli a rendere interessante un’intervista, quanto piuttosto interrogarsi sul motivo per cui si sceglie di affrontarli e sul presupposto dal quale si parte.Nel caso di Geppi Cucciari, il giornalista ha provato a spiegare la propria domanda sostenendo che le donne soffrano ancora lo stereotipo legato all’invecchiamento. Una giustificazione alla quale l’attrice ha replicato con una precisazione che merita forse più attenzione della battuta iniziale: «Non sono le donne, sono gli uomini che parlano delle donne in questo senso». Una distinzione tutt’altro che marginale, perché sposta la responsabilità dello stereotipo da chi lo subisce a chi contribuisce, anche involontariamente, a mantenerlo in vita.Che nel mondo del cinema esista un problema legato alle opportunità professionali delle attrici con l’avanzare dell’età è una questione reale, della quale si discute da tempo. Ma esiste una differenza sostanziale tra chiedere a una professionista come sia cambiata la disponibilità di ruoli femminili nel corso della sua carriera e domandarle se, invecchiando, rischi di scadere. Nel primo caso si prova a indagare un meccanismo dell’industria cinematografica, nel secondo si finisce per riproporre proprio il linguaggio e la prospettiva che quel meccanismo contribuiscono ad alimentare.Cucciari, con la consueta ironia, ha spiegato di augurarsi di poter lavorare ancora per almeno vent’anni, magari interpretando una madre, una zia o una nonna, prima di concludere con una considerazione decisamente meno scherzosa: «Non è che mi lasci senza parole, ma le uniche parole che mi vengono in mente mi scoccerebbe dirtele e non posso farlo in un luogo come il cinema. Quindi a volte si può anche scegliere di tacere». Una risposta che ha il merito di non trasformare lo scambio in un attacco personale, pur rendendo evidente quanto la domanda sia stata percepita come inopportuna. Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da Valentina Di Nino (@val_din)Da Francesca Fagnani a Geppi Cucciari: maternità e invecchiamento, due facce dello stesso stereotipoÈ difficile non ripensare a quanto accaduto lo scorso luglio a Francesca Fagnani, quando, durante la presentazione del suo libro a Minori, Gigi Marzullo le aveva chiesto se nella sua vita le fosse mancata la maternità. Anche in quell’occasione la conversazione si era allontanata dal lavoro della protagonista per concentrarsi su un aspetto della sua identità femminile che sembrava richiedere una spiegazione. Fagnani aveva risposto con tranquillità, osservando di non poter sapere cosa significhi sentire la mancanza di un’esperienza mai vissuta, ma aveva poi aggiunto una considerazione molto chiara: «Secondo me nel 2026 non si dovrebbe fare questa domanda».All’epoca il dibattito si era concentrato soprattutto sulla libertà dei giornalisti di porre qualsiasi quesito, quasi che il problema fosse stabilire quali argomenti potessero essere affrontati e quali invece dovessero diventare intoccabili. Eppure, come avevamo già osservato, la questione non riguardava la censura, ma l’opportunità. Una domanda può essere perfettamente legittima e allo stesso tempo raccontare una visione della società che meriterebbe di essere aggiornata.Oggi il parallelismo tra le due vicende appare particolarmente evidente. A Fagnani viene chiesto di confrontarsi con la maternità che non ha vissuto, a Cucciari con un’età che potrebbe compromettere il suo futuro professionale. In entrambi i casi, due donne affermate, con percorsi e competenze riconosciute, si ritrovano a discutere non tanto di ciò che hanno costruito, quanto di ciò che la società continua ad aspettarsi da loro. Essere madri oppure non esserlo, mantenersi giovani oppure accettare di invecchiare, conservare la propria bellezza, sentirsi complete, desiderabili, ancora adatte a occupare uno spazio pubblico.Sono questioni diverse, naturalmente, ma sembrano nascere dallo stesso terreno culturale, quello nel quale l’identità femminile continua a essere osservata attraverso una serie di passaggi obbligati. Come se una donna, per quanto realizzata professionalmente, dovesse prima o poi rendere conto del proprio rapporto con la maternità, con l’aspetto fisico o con il tempo che passa.Levante a Vanity Fair: «In amore sono un disastro»Roma Cinema Fest 2022. Festa del Cinema di Roma. Red carpet film “Colibri'”. Nella foto: Geppi CucciariPerché agli uomini non chiediamo se invecchiare comprometterà la loro carriera?La controdomanda di Geppi Cucciari apre inevitabilmente un’altra riflessione. Siamo abituati a raccontare gli uomini che invecchiano attraverso categorie molto diverse: l’esperienza, la maturità, il carisma e, soprattutto nel mondo dello spettacolo, quel fascino che sembrerebbe addirittura aumentare con il passare degli anni. I capelli grigi possono diventare un elemento distintivo, le rughe conferire autorevolezza, l’età aggiungere profondità a un interprete. Naturalmente anche gli uomini subiscono pressioni estetiche e professionali, ma raramente il loro valore viene raccontato con la stessa insistenza attraverso l’idea di una possibile scadenza.Lo stesso vale per la paternità. Quante volte, durante la presentazione di un film, di un libro o di un programma televisivo, un uomo di successo viene invitato a riflettere pubblicamente su ciò che gli sarebbe mancato non avendo avuto figli? E quante volte, invece, l’assenza della maternità diventa un elemento sul quale interrogare una donna, come se si trattasse di una casella rimasta inevitabilmente vuota?Non si tratta di sostenere che queste domande non debbano mai essere poste, né di negare che possano esistere conversazioni interessanti sulla genitorialità, sull’invecchiamento o sul rapporto con il proprio corpo. Il punto è comprendere perché alcuni interrogativi emergano con tanta naturalezza quando davanti al microfono c’è una donna e molto meno quando il protagonista è un uomo. La differenza non sta soltanto nelle risposte che vengono date, ma nelle domande che riteniamo spontaneo fare.Paolo Bonolis senza copione: Luca Laurenti, la famiglia e una vita lontana dal gossipGeppi Cucciari, Francesca Fagnani e il diritto di essere raccontate per il proprio lavoroC’è infine un aspetto che accomuna questi episodi e che riguarda direttamente il mestiere di chi fa informazione. Sia Francesca Fagnani sia Geppi Cucciari si trovavano in contesti professionali precisi, con progetti da presentare e contenuti sui quali confrontarsi. Nel caso di Cucciari, peraltro, si parlava di un film dedicato a una delle vicende giudiziarie più dolorose e controverse della storia italiana recente, una storia che avrebbe potuto offrire numerosi spunti di approfondimento.Eppure, a catturare l’attenzione è stata ancora una volta una domanda sull’essere donna. Il rischio è che questo meccanismo finisca per riprodursi continuamente: si pone una domanda discutibile, arriva una risposta inevitabilmente incisiva, il video circola sui social e la conversazione si concentra sull’episodio, lasciando in secondo piano il motivo per cui quella professionista si trovava lì.Non sarebbe corretto attribuire automaticamente intenzioni discriminatorie a chi ha posto quelle domande. Gli stereotipi, del resto, funzionano spesso proprio perché vengono ripetuti senza una piena consapevolezza del loro significato. Ma è altrettanto vero che la buona fede non rende necessariamente opportuna una domanda, soprattutto quando chi la riceve è costretto a spostare l’attenzione dal proprio lavoro alla necessità di spiegare perché un certo presupposto sia problematico.Fagnani lo aveva fatto con la calma di chi invita a interrogarsi sulle abitudini del linguaggio. Cucciari lo ha fatto con un’ironia più tagliente, senza rinunciare all’educazione e alla lucidità. Due reazioni differenti che arrivano, però, alla stessa conclusione: forse è arrivato il momento di chiedersi non soltanto se una domanda possa essere fatta, ma anche perché continuiamo a considerarla interessante.Perché il problema non è che una donna possa sentirsi a disagio nel parlare di maternità o di invecchiamento. Il problema è che, ancora nel 2026, una professionista debba talvolta interrompere il racconto del proprio lavoro per ricordare a chi la intervista che la sua identità non si esaurisce nella possibilità di diventare madre, nella sua età o nel modo in cui il suo corpo cambierà nel tempo. E che forse, prima di chiedere a un’attrice se rischia di scadere, varrebbe la pena domandarsi perché quella stessa parola, riferita a un attore, ci suonerebbe immediatamente così assurda.Maurizio D’Avanzo / ipa-agency.net/ipa-agency.net| Da Rumors.it