Non ci crederete: la Francia è in rivolta e l’Iran… fa la predica sulla democrazia

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Per oltre mezzo secolo Parigi ha praticato accoglienza e welfare con zelo “teologico”, certa che la République fosse una macchina capace di trasformare chiunque in cittadino democratico. Dagli anni Sessanta i flussi dal Maghreb hanno messo radici sulla costa mediterranea e poi nell’intero Paese. I numeri vanno detti con precisione, senza la febbre dell’allarme. Pew stima oggi i musulmani di Francia all’8,8% della popolazione, con proiezioni del 18% al 2050. Ma Parigi non censisce la religione dal 1872, il punto dirimente è un altro: la coesione di una minoranza organizzata che una certa sinistra ha scelto per decenni di non guardare.All’Eliseo la gauche è stata rappresentata da Mitterrand e Hollande, per circa diciannove anni su quaranta. Ha dominato il lessico dell’integrazione, ed è un’egemonia più efficace di un mandato. I frutti si raccolgono nelle aule. Un sondaggio Ifop registra che un insegnante su cinque ha subìto nella carriera un’aggressione legata a tensioni religiose o identitarie, e la quota sale al 39% nelle zone più difficili, popolate dai “beur” l’equivalente dei nostri “maranza”. Una frangia, violenta, perché la maggioranza dei musulmani francesi non c’entra nulla, ha poi trasformato la bandiera palestinese in un lasciapassare per la piazza.E oggi la scuola francese è il campo di battaglia in un senso diverso, ma non meno eloquente. Dal 17 settembre i licei sono in rivolta, partendo dall’Île-de-France e dilagando in tutto il Paese. 500 istituti chiusi in tutto o in parte, 24 scuole incendiate o devastate secondo il ministro Geffray, più di 5000 fermi in una settimana, 90% minorenni secondo Darmanin, e 68 dipendenti del ministero dell’istruzione feriti. Le richieste nascono per classi ritenute troppo affollate con 35 alunni, supplenti che non arrivano, edifici fatiscenti. Matignon accusa La France insoumise di soffiare sul fuoco, Mélenchon risponde denunciando la “sauvagerie” della polizia.Ma poi arriva il colmo, il paradosso, che la satira più spregiudicata non avrebbe mai osato scrivere. Il 6 ottobre Teheran ha convocato l’ambasciatore francese Pierre Cochard per protestare contro la “violenta risposta” alle manifestazioni studentesche e denunciare “violazioni estese e flagranti dei diritti umani”. La lezione arriva dunque da un regime che a gennaio ha risposto alle piazze con un blackout di internet e una repressione nella quale Iran Human Rights dichiarò di avere verificato almeno 648 morti precisamente identificari.E proprio a luglio Parigi aveva convocato l’ambasciatore iraniano dopo il fermo di due diplomatici francesi a Teheran. Chi ha una lunga storia di repressione delle proteste e poi convoca l’ambasciatore altrui per impartire lezioni sui manganelli merita il disprezzo internazionale. A sette mesi dal voto, un Paese che non riesce a tenere aperte le scuole non convince nessuno sulla propria capacità di tenere insieme la Rèpublique. La Francia ha però anticorpi, e non tarderanno a manifestarsi. Odoxa dà Bardella favorito al ballottaggio contro qualunque avversario, mentre Toluna Harris Interactive lo accredita del 35-36% al primo turno. I sondaggi in Francia sono volubili, ma una costante che si ripete non è più un’anomalia. Macron non sarà sulla scheda, il primo turno è atteso in aprile 2027, e un governo diverso, in grado di tenere aperte le scuole non è più una chimera.Giulio Galetti, 9 ottobre 2026Leggi anche:Francia incubatrice di islamo-comunismo, occhio al rischio contagioCruciani sulle proteste in Francia: «Non sono studenti in piazza. Sono criminali»L'articolo Non ci crederete: la Francia è in rivolta e l’Iran… fa la predica sulla democrazia proviene da Nicolaporro.it.