ADDIS ABEBA — L’Etiopia ha messo per iscritto, in una lettera ai membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu, di non avere «altra scelta che difendersi» da quella che chiama «l’invasione totale» eritrea del nord del Paese. Il testo, datato giovedì e firmato dal ministro degli Esteri Gedion Timothewos, è stato mostrato a Reuters da un alto funzionario: le truppe di Asmara, comprese unità meccanizzate, sarebbero penetrate fino a 60 chilometri in territorio etiope. È la prima presa di posizione ufficiale del governo sulle incursioni delle ultime settimane.«L’invasione totale di parti dell’Etiopia settentrionale da parte dell’Eritrea è di dominio pubblico», si legge nella lettera, «un atto di aggressione flagrante che chiama in causa il diritto inerente dell’Etiopia all’autodifesa». Il ministro della Comunicazione Enatalem Melese ha aggiunto che le forze eritree «devono lasciare il territorio etiope senza indugio». Asmara rovescia l’accusa. Il ministro dell’Informazione Yemane Gebremeskel ha scritto venerdì su X che l’Eritrea subisce «una guerra di aggressione non provocata» e che «l’infatuazione isterica per il Mar Rosso» di Addis Abeba va letta insieme a vecchi piani di invasione dell’Eritrea. Mercoledì non aveva negato il passaggio delle truppe, parlando di una «narrazione fallace di autodifesa»; alle richieste di commento di venerdì non ha risposto.Sul terreno i racconti convergono. Testimoni hanno visto mercoledì decine di soldati eritrei su due camion attraversare Adigrat, città del Tigré a una trentina di chilometri dal confine, riconoscibili dalle mimetiche color bianco sporco; un altro ha descritto convogli diretti a sud «con armi pesanti». Una fonte di sicurezza straniera stima tra 5.000 e 8.000 i militari eritrei nella regione. Il centro di monitoraggio Acled, con sede negli Stati Uniti, registra raid di droni dell’aviazione etiope mercoledì e giovedì su reparti eritrei in ritirata da posizioni vicine ad Adigrat. Non ci sono bilanci di vittime.Il Tigré, regione settentrionale dell’Etiopia, è dal 23 settembre il teatro di un’offensiva di sette gruppi d’opposizione guidati dal Fronte popolare di liberazione del Tigré, il Tplf, che puntano a rovesciare il premier Abiy Ahmed. L’esercito federale è entrato a inizio settimana nel capoluogo Mecellé senza combattere, dopo il ritiro dei ribelli verso Sheraro, presso il confine eritreo. A Shire, città rifugio di sfollati e base delle operazioni umanitarie, i saccheggi seguiti alla partenza dei ribelli hanno lasciato quattro morti e undici feriti.Con la lettera Addis Abeba fissa davanti all’Onu, prima che sul campo, la cornice dell’autodifesa: la stessa che Asmara accusa il governo etiope di voler usare per spingersi oltre il confine. Kjetil Tronvoll, specialista della regione alla Oslo New University College, ha detto all’AFP di non credere che Abiy «si fermerà al confine»; il Tplf, aggiunge, «sta appassendo», con diserzioni e uomini che tornano ai villaggi. Nessuna reazione finora da Onu, Unione africana e Stati Uniti.Trent’anni di confineLa rottura è già formale. L’Etiopia ha chiuso l’ambasciata ad Asmara ed espulso dieci diplomatici eritrei; la scorsa settimana l’Eritrea ha annunciato la rottura di tutte le relazioni. Lunedì, nel giorno della presa di Mecellé, Abiy ha giurato per un nuovo mandato di cinque anni ripetendo che l’Etiopia, senza sbocco al mare, deve avere accesso al Mar Rosso; del porto eritreo di Assab ha detto che il Paese lo riavrà, «questione di tempo». Yemane attribuisce a un generale etiope la frase «Mecellé è solo una tappa, la destinazione finale è Assab».Assab era etiope fino al 1993, quando l’Eritrea, fino ad allora provincia del Paese, ottenne l’indipendenza e lasciò Addis Abeba senza mare. Cinque anni dopo i due Paesi si fecero la guerra per una striscia di confine, dal 1998 al 2000, e restarono per quasi vent’anni in uno stato di armistizio armato. Nel 2020 i due eserciti combatterono insieme nel Tigré contro il Tplf, ma Asmara non digerì la pace di novembre 2022, negoziata senza di lei, e temeva da allora che il vicino le si rivoltasse contro.Il capitolo che oggi si chiude si era aperto nel luglio 2018, quando Abiy, premier da pochi mesi, volò ad Asmara e abbracciò il presidente eritreo Isaias Afwerki davanti alle telecamere; nelle settimane seguenti ripresero le telefonate e i voli tra le due capitali. L’anno dopo quella pace gli valse il Nobel.