In Europa c’è spesso la tendenza a farsi del male con le proprie mani. O, se non altro, a calcolare in modo grossolano le conseguenze dei provvedimenti. Si prenda, tanto per fare un esempio, il regolamento sulla deforestazione, approvato oltre tre anni fa ma la cui entrata in vigore è stata nel tempo progressivamente spostata tra la fine del 2026 e la metà del 2027, a seconda della taglia delle imprese coinvolte. Insomma, il conto alla rovescia è cominciato. Ma di cosa si tratta? Dopo due rinvii in due anni e una serie di semplificazioni per andare incontro alle preoccupazioni delle imprese interessate, il regolamento contro la deforestazione (Eudr) dovrà essere applicato a partire dal 30 dicembre da quelle grandi e medie che rientrano nel perimetro. Per le piccole e micro imprese l’obbligo scatterà invece dal 30 giugno 2027.Va bene, fin qui la tempistica. Nel merito, l’obiettivo delle nuove regole è contribuire ad arginare il fenomeno della riduzione delle foreste responsabile dell’11 % delle emissioni globali di gas serra. Gli occhi sono puntati su sette materie prime che costituiscono le principali cause di deforestazione a livello globale: olio di palma, soia, legno, cacao, caffè, carne bovina e gomma. Le aziende Ue che importano, vendono o esportano queste materie prime e centinaia di prodotti da loro derivati, identificati secondo precisi codici doganali, dovranno dimostrare che non provengono da terreni deforestati o degradati a partire dal 31 dicembre 2020. E che la loro produzione avviene nel rispetto delle leggi del Paese di provenienza.Un esercizio all’insegna della trasparenza non di poco conto per alcuni comparti strategici del made in Italy come il food, la carta e il legno-arredo. A complicare i giochi è anche la lista di codici merceologici modificata più volte, ma ora definitiva. Problema. Tutto questo sforzo comporterà costi di conformità non indifferenti e stimati tra 175 milioni e 2,6 miliardi di euro all’anno per i settori coinvolti, con possibili rincari sui prezzi al consumo di materie prime come caffè, cacao, soia, olio di palma e legno. Tradotto, l’obbligo di importare solo prodotti certificati deforestation-free rischia di restringere temporaneamente l’offerta e aumentare i costi di gestione per gli operatori, con una conseguente pressione al rialzo sui prezzi finali dei beni di largo consumo.Non è certo un caso che, nelle ultime ore, Andrew Puzder, ambasciatore americano in Europa, abbia lanciato un vero e proprio allarme. “Il regolamento Ue sulla deforestazione farà aumentare il prezzo di alimenti di uso quotidiano come formaggio, uova e carne per le famiglie europee. Aggiunge costi inutili ai prodotti provenienti da Paesi che non contribuiscono alla deforestazione globale, e a pagarne il prezzo saranno i produttori e i consumatori europei. La Commissione non può affermare di ridurre i costi alimentari quando li sta inutilmente aumentando”, ha scritto il diplomatico su X. In effetti, con l’inflazione tornata al galoppo, non si sentiva la mancanza di norme più lesive che altro.“L’industria europea dei mangimi per animali stima che l’adeguamento alla normativa potrebbe costare agli agricoltori dell’Ue 1,4 miliardi di euro nel 2027. La maggior parte di questa cifra deriva da un sovrapprezzo di 30 euro a tonnellata sulla soia, un ingrediente principale dei mangimi per animali. Non c’è una valida ragione per questo. Gli Stati Uniti presentano un rischio di deforestazione trascurabile e le foreste statunitensi sono stabili o in crescita da decenni. Eliminare gli oneri di conformità per i Paesi a rischio trascurabile come gli Stati Uniti ridurrebbe i costi per i consumatori europei senza compromettere gli obiettivi del regolamento. La Commissione dovrebbe agire nell’ambito della sua revisione, prima che scada il tempo”. L’orologio fa tic-tac.