Tre anni dopo il 7 ottobre, il Medio Oriente dalla guerra di Gaza alla crisi regionale

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Alla vigilia del terzo anniversario dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, il Medio Oriente appare profondamente trasformato. In questi tre anni, la guerra nella Striscia di Gaza ha progressivamente ampliato la propria dimensione, intrecciandosi con crisi e tensioni che attraversano l’intera regione. Gaza, Cisgiordania, Mar Rosso, Libano, Siria e, infine, Iran e Hormuz sono così diventati tasselli di un sistema di sicurezza sempre più interconnesso, nel quale l’escalation su un fronte produce conseguenze sugli altri. In questa progressiva regionalizzazione del conflitto emerge uno dei principali lasciti geopolitici della guerra tra Israele e Hamas. L’attacco, nel quale furono uccise circa 1.200 persone e 251 prese in ostaggio, ha segnato uno spartiacque non soltanto per Tel Aviv e per i palestinesi, ma per gli equilibri regionali nel loro complesso. Per Israele, in particolare, ha innescato una profonda revisione della dottrina di sicurezza. Il precedente paradigma, fondato su deterrenza, contenimento delle minacce e gestione dei diversi fronti, ha progressivamente lasciato spazio a una postura più orientata alla prevenzione attiva e alla ricerca di profondità strategica oltre le frontiere. Una trasformazione che ha contribuito, a sua volta, ad ampliare la geografia del conflitto e l’interdipendenza tra i diversi teatri regionali.Gaza: una guerra sospesa, non risoltaGaza rimane l’epicentro politico e simbolico della crisi, ma non è più il suo unico centro strategico. Il cessate il fuoco raggiunto nell’ottobre 2025 avrebbe dovuto aprire la strada a un progressivo ritiro israeliano, alla ricostruzione, a una nuova amministrazione palestinese e al disarmo di Hamas. A distanza di quasi un anno, tuttavia, questa transizione resta largamente incompiuta. Israele controlla ancora oltre il 60% della Striscia e continua a condurre operazioni militari, mentre Hamas mantiene il controllo delle principali aree nelle quali è concentrata la popolazione palestinese. La ricostruzione non è mai iniziata e oltre 100.000 palestinesi usciti da Gaza durante la guerra restano all’estero. Si è così prodotto un paradosso, nel quale Israele ha drasticamente ridimensionato le capacità militari di Hamas e modificato la geografia operativa della Striscia, senza tuttavia risolvere il problema politico fondamentale: chi governerà Gaza, con quale legittimità e all’interno di quale soluzione complessiva della questione palestinese? È proprio l’assenza di una risposta a questa domanda a trasformare il cessate il fuoco in una condizione intermedia più che in un vero dopoguerra.Dall’“asse della resistenza” alla contesa delle rotte strategicheIl secondo cambiamento riguarda la progressiva regionalizzazione del conflitto. La guerra iniziata tra Israele e Hamas ha coinvolto l’architettura regionale costruita dall’Iran fino a trasformare la competizione indiretta in uno scontro aperto tra Stati Uniti, Israele e Iran, iniziato il 28 febbraio 2026. Dopo sette mesi di conflitto e due cessate il fuoco rapidamente falliti, Washington e Teheran continuano a negoziare attraverso diversi mediatori (Qatar e Pakistan su tutti), mentre resta irrisolta la questione dello Stretto di Hormuz. Il sistema di deterrenza iraniano, fondato sulla profondità regionale e sull’impiego di attori non statali, è stato sottoposto a una pressione senza precedenti, ma la guerra ha anche mostrato quanto sia difficile separare l’Iran dalla rete di crisi che attraversa Levante, Golfo Persico e Penisola arabica.È in questo quadro che si inserisce la rinnovata centralità del Mar Rosso. Nel settembre 2026 gli Houthi hanno assunto il controllo parziale dello strategico stretto di Bab el-Mandeb e di circa 150 chilometri della costa, spingendo il governo yemenita riconosciuto internazionalmente e sostenuto dall’Arabia Saudita ad annunciare, il 4 ottobre, una nuova offensiva per riconquistare i territori perduti. La questione supera ormai il conflitto yemenita: Hormuz e Bab el-Mandeb sono diventati parte della stessa equazione strategica, esponendo contemporaneamente due arterie fondamentali per i flussi energetici e commerciali tra Asia, GolfoPersico, Mediterraneo ed Europa alla coercizione militare. L’aumento dei costi assicurativi e di trasporto e la riorganizzazione delle rotte petrolifere mostrano così come la crisi mediorientale non riguardi più soltanto la disponibilità dell’energia, ma anche la capacità di trasportarla in sicurezza.Libano e Siria: il problema delle zone cuscinettoIl terzo elemento riguarda il Levante. In Libano, il cessate il fuoco del giugno 2026 non ha sciolto il nodo tra ritiro israeliano e disarmo di Hezbollah: Israele mantiene una fascia di sicurezza nel sud del Paese, mentre il movimento sciita rifiuta il disarmo completo, bloccando il meccanismo che dovrebbe accompagnare il progressivo ritiro israeliano al ripristino del monopolio statale libanese sulle armi. Una dinamica analoga, seppure in un contesto diverso, emerge in Siria. Dalla caduta di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, Israele ha esteso la propria presenza oltre la linea di separazione sul Golan, mentre il governo di Ahmed al-Sharaa tenta di consolidare lo Stato e negoziare un nuovo quadro di sicurezza. I colloqui israelo-siriani mediati dagli Stati Uniti hanno aperto alcuni spazi di convergenza, ma restano divergenze sul ritiro israeliano e sul futuro della Siria meridionale. Gaza, Libano e Siria evidenziano così un tratto comune della postura israeliana, orientata alla ricerca di maggiore profondità strategica attraverso la creazione di buffer zone oltre le proprie frontiere. Una strategia che, nel breve periodo, mira ad allontanare le minacce dal territorio israeliano, ma lascia aperto un interrogativo di lungo periodo: se queste zone rappresentino strumenti transitori verso nuovi accordi di sicurezza o siano destinate a cristallizzare nuovi fronti di instabilità permanente.La Cisgiordania, il fronte che non può essere separato da GazaInfine, la Cisgiordania ricorda a tutti che, nonostante la regionalizzazione della guerra, il nucleo palestinese della crisi rimane irrisolto e diviene strumentalmente tema di confronto elettorale interno a Israele. Nel corso del 2026 sono proseguite le operazioni militari israeliane, l’espansione degli insediamenti e le violenze legate ai coloni. Secondo dati ONU citati da Reuters, dall’inizio dell’anno oltre 80 palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania da forze israeliane e coloni. Il rischio è che Gaza e Cisgiordania seguano traiettorie politiche sempre più divergenti proprio mentre sarebbe necessaria una cornice capace di ricomporle. La questione non riguarda soltanto la sicurezza israeliana o la capacità dell’Autorità nazionale palestinese (che a fine novembre dovrebbe andare a consultazioni per la prima volta da 20 anni) di mantenere il controllo del territorio, ma la possibilità stessa di preservare una prospettiva politica palestinese unitaria.Dal contenimento alla gestione permanente dell’instabilitàTre anni dopo, dunque, il 7 ottobre non ha prodotto un nuovo ordine mediorientale, ma ha accelerato la crisi di quello precedente. Hamas è stato fortemente indebolito, senza che Gaza abbia ancora trovato un assetto politico stabile; Hezbollah è stato ridimensionato, mentre restano aperti i nodi delle armi e della sovranità libanese; la transizione da Assad ad al-Sharaa non ha stabilizzato una Siria ancora attraversata da tensioni interne e regionali. Nel frattempo, il confronto con l’Iran è passato dalla guerra per procura allo scontro diretto, gli Houthi hanno portato il Mar Rosso al centro della sicurezza regionale e la situazione in Cisgiordania ha continuato a deteriorarsi. Soprattutto, questi tre anni hanno progressivamente saldato territorio, deterrenza e connettività. La sicurezza del Medio Oriente non si gioca più soltanto a Gaza o lungo il confine settentrionale di Israele, ma anche a Hormuz e Bab el-Mandeb, sulle infrastrutture energetiche del Golfo e lungo le rotte che collegano l’Oceano Indiano occidentale al Mediterraneo orientale.In buona sostanza, il principale – e più profondo – effetto geopolitico partorito dal 7 ottobre 2023 è il passaggio da una regione attraversata da conflitti distinti ma comunicanti a un sistema di crisi sempre più integrato, nel quale attori statali e non statali, sicurezza territoriale, energia e rotte marittime fanno parte della stessa equazione. Un’interdipendenza che rende il Medio Oriente del 2026 più esposto alla propagazione delle crisi, non perché tutti i fronti siano destinati a esplodere contemporaneamente, ma perché è diventato molto più difficile impedire che una crisi locale assuma rapidamente una dimensione regionale.