La flotta ombra dell’Iran aggira le sanzioni Usa al largo della Malaysia: fino a 200 petroliere al giorno

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KUALA LUMPUR — La petroliera Humanity, 330 metri di scafo e bandiera iraniana, ha attraversato gli stretti di Malacca e di Singapore, ha virato verso la costa malese e, arrivata al punto di fonda, ha spento il transponder che segnala la posizione delle navi. Da quel momento è «dark», invisibile ai sistemi civili di tracciamento. Intorno a lei lo stesso gesto lo compiono ogni settimana decine di navi: nei dati satellitari visionati da Al Jazeera in estate ne sono arrivate 18 con bandiera iraniana in un solo mese, mentre almeno 50 navi colpite da sanzioni americane o europee restavano all’ancora con il segnale acceso.È qui, a 70 chilometri dalle coste dello Stato malese di Johor, di fronte a Singapore, che decine di società continuano a rifornire, assistere e caricare le petroliere della «flotta ombra» di Teheran, nonostante la minaccia di Washington di colpire chi le serve. Lo scrive oggi il New York Times, che ricostruisce il caso di una piccola agenzia marittima malese finita sotto sanzioni americane: un esempio di quanto sia difficile per gli Stati Uniti chiudere il rubinetto da cui l’Iran ricava valuta, a sette mesi dall’inizio della guerra con Usa e Israele e con un blocco navale americano davanti ai porti iraniani in vigore dal 14 luglio.L’area si chiama Eastern Outer Port Limits: 1.200 chilometri quadrati di Mar Cinese Meridionale, grande all’incirca come Hong Kong, a metà strada fra il Golfo e la Cina. Sta fuori dalle acque territoriali malesi ma dentro la zona economica esclusiva di Kuala Lumpur. Fino a 200 navi vi stanno alla fonda in un solo giorno, metà con legami iraniani, secondo Charlie Brown, direttore dei programmi per il Sud-est asiatico allo Yokosuka Council on Asia-Pacific Studies, centro studi giapponese: l’area «è trafficata come non lo è mai stata».Il meccanismo lo descrive Erica Downs, ricercatrice del Center on Global Energy Policy della Columbia University: il greggio iraniano diretto in Cina «passa attraverso trasferimenti da nave a nave in acque internazionali, che possono ripetersi più volte prima dell’arrivo, per mascherarne l’origine». A comprarlo sono soprattutto le piccole raffinerie cinesi indipendenti, le «teiere», meno esposte al sistema finanziario americano rispetto ai colossi di Stato. La Cina assorbe circa il 90 per cento del petrolio esportato dall’Iran e i pagamenti passerebbero per il circuito interbancario cinese in renminbi, fuori dal sistema Swift che Washington può monitorare. Finché Pechino compra, da quel rettangolo di mare passa la valuta con cui Teheran regge l’ottavo mese di guerra.Ray Powell, direttore di SeaLight, progetto di monitoraggio marittimo legato alla Stanford University, ha contato dall’inizio dell’anno 62 navi che trasmettono identità false o dismesse, in movimento fra il Golfo, l’ancoraggio malese, Hong Kong e la Cina settentrionale. I trasferimenti nave-nave in acque internazionali non sono di per sé illegali. La Malaysia li scoraggia fuori dalle aree designate per il rischio di sversamenti: le navi sono vecchie e lontane dai porti.La replica di Kuala LumpurIl Tesoro americano ha risposto con le liste. L’ufficio che gestisce le sanzioni ha colpito dall’inizio del 2026 oltre 100 navi legate alla flotta ombra e, dal febbraio 2025, più di 1.000 fra persone, navi e aerei collegati all’Iran. Nell’ultima azione, a fine luglio, figurano la Lynn, bandiera di Hong Kong, sorpresa a trasbordare greggio iraniano proprio al largo della Malaysia, e la Seeker 8, che fra gennaio e febbraio ha scaricato in Cina oltre 4 milioni di barili. United Against Nuclear Iran, gruppo di pressione con sede negli Stati Uniti, aveva contato 42 trasferimenti nave-nave nell’area fra l’inizio della guerra, il 28 febbraio, e metà maggio.In primavera, quando era consigliere di quel gruppo, Brown aveva accusato Kuala Lumpur di «inerzia» e di stare diventando «un facilitatore più che un semplice punto di transito». L’agenzia malese per la sorveglianza marittima ha respinto l’addebito: le petroliere sfruttano «vuoti di giurisdizione», l’area è remota e difficile da pattugliare, la legge si applica «rigorosamente secondo il diritto malese e le convenzioni internazionali» e nessun Paese ha mai ricevuto «trattamenti o privilegi speciali». A giugno la Malaysia ha modificato la legge sulla zona economica esclusiva per punire ancoraggi, bunkeraggi e trasferimenti non autorizzati.L’ambasciata iraniana a Kuala Lumpur e il Dipartimento di Stato americano non hanno risposto alle richieste di commento, e il ministero degli Esteri malese ha fatto lo stesso. Nelle stesse acque, da anni, cambia di mano anche greggio russo e venezuelano.